LA STAGFLAZIONE, LA SFIDA PER IL GOVERNO CHE VERRÀ

LA STAGFLAZIONE, LA SFIDA PER IL GOVERNO CHE VERRÀ

 

di Emanuela Melchiorre

Senior Fellow Centro Studi e Documentazione Tocqueville-Acton

pubblicato su www.tocqueville-acton.org il 22 marzo 2008

  

Il neologismo «stagflazione» è stato introdotto per la prima volta a metà degli anni Sessanta dal deputato inglese Ian McLeod che, in un suo discorso al parlamento britannico, descrisse la situazione economica del suo paese come la peggiore possibile, in cui l’inflazione e la stagnazione economica agivano insieme. È stato però il premio nobel Paul Samuelson a renderlo popolare, per descrivere la situazione economica mondiale in occasione della prima crisi petrolifera del 1973 che comportò una variazione percentuale negativa del Pil statunitense, che tecnicamente prende il nome di recessione, nel 1974 e 75 e successivamente nel 1982.

 

  

Le due crisi petrolifere ebbero effetti negativi sul tasso di crescita di molti paesi dell’attuale euro-zona, che in media, secondo la metodologia Ocse, furono spettatori di due picchi negativi nel trend del tasso di crescita del Pil reale dell’area: nel 1975 e nel 1995.

  

Anche oggi si continua a parlare di «stagflazione», o stagflation per dirla come gli inglesi, così come se ne parlava in occasione delle crisi petrolifere dal 1973 al 1979. Oggi siamo spettatori dello scoppio di una bolla speculativa, quella del mercato immobiliare statunitense, detta «crisi dei subprime», che ha avuto ripercussioni finanziarie ed economiche a livello planetario. Almeno altre quattro bolle speculative, inoltre, possono essere date per accertate: quella relativa ai prodotti energetici, che ha prodotto un incremento del prezzo del petrolio oltre i 100 dollari al barile (l’ultima quotazione mentre si scrive è di 104 dollari al barile) e un’impennata dei prezzi al consumatore finale; quella relativa alla speculazione sui titoli dei sistemi di finanziamento ad alto rischio dei mercati emergenti; anche i prodotti alimentari, inoltre, hanno visto un incremento dei prezzi significativo e non giustificato dall’andamento dei valori reali dell’economia, come ad esempio una contrazione significativa della loro produzione, oppure a parità di produzione un improvviso aumento della domanda. Infine, occorre anche considerare la speculazione dell’oro, ancora oggi considerato un bene rifugio, che ha toccato il prezzo di oltre 990 dollari l’oncia.

 

  

La politica monetaria delle banche centrali e la situazione economica  internazionale

 

La situazione odierna non è però confrontabile con la crisi petrolifera del 1973-79. La crescita economica è oggi indubbiamente stagnante (secondo le stime più pessimistiche, quelle di Confindustria, nel 2008 il Pil italiano crescerà appena dello 0,3%, secondo la Commissione europea le stime di crescita per il 2008 sono dello 0,7%, ovvero dimezzate rispetto le stesse previsioni Ue elaborate in autunno), ma non è ancora negativa come lo è stata in quegli anni bui.

La nostra inflazione, al 4,6% (secondo l’indice degli «acquisti frequenti»), ovvero la stima più pessimistica, mentre l’Ue stima la crescita dell’inflazione dell’area dell’euro del 2,7%, non è paragonabile all’inflazione a due cifre (al 12%, con picchi del 24%) dei primi anni Ottanta, anche se i confronti non possono essere fatti in modo rigoroso giacché c’è stata l’introduzione dell’euro e la riformulazione a più riprese del paniere di riferimento.

 

Le due principali banche mondiali, la Bce e la Fed pongono in essere due politiche opposte per fare fronte alla stagflazione. La Banca centrale europea difende inesorabilmente l’euro, lasciando inalterati i tassi di riferimento e tentando, in tal modo, di contrastare l’inflazione importata, ma a costo di una minore crescita economica di tutta l’eurozona, che trova forti ostacoli alle sue esportazioni. La Commissione Ue ha ridotto le sue previsioni di crescita dell’eurozona, che per il 2008 sarà dell’1,8% contro il 2,2% delle previsioni dell’autunno scorso. Anche l’Ue a 27 cresce al 2%, che costituisce un taglio delle previsioni di 0,4 punti, in quanto sempre in autunno si stimava un 2,4%.

 

La politica monetaria della Bce è stata criticata apertamente dal Fondo monetario internazionale. Dominique Strass-Kahn, il suo direttore, ha infatti affermato, in una sua recente intervista rilasciata al quotidiano francese Le Monde, che la Bce accentra troppo potere all’interno dell’eurozona e che occorrerebbe l’istituzione di un contraltare politico impersonato da un ministro europeo delle finanze, che fosse in grado di indirizzare la politica comunitaria verso la crescita economica dell’area dell’euro e, quindi, non solo per perseguire la rivalutazione dell’euro nei confronti del dollaro. Il numero uno del FMI si è spinto anche oltre nelle sue dichiarazioni, affermando che è venuto il momento di considerare la politica di bilancio, ovvero il deficit spending, come uno strumento utile per innescare la spirale dello sviluppo per quei paesi che, per usare le sue testuali parole, “se lo possono permettere”. Non è chiaro se DSK si riferisse espressamente alla ristrettezza dei margini imposti dai parametri di Maastrich alle politiche di sviluppo governative dei paesi membri. Certo è però che una simile affermazione costituisce un importante precedente per poter rivedere il Trattato sulla scorta dell’esperienza accumulata dai paesi firmatari in questo arco di tempo, sedici anni, che, dall’atto della sottoscrizione del 7 febbraio 1992 hanno sperimentato trend di crescita estremamente modesti.

 

A differenza della Bce, la Federal Reserve ha, invece, tagliato a più riprese il tasso di sconto per fare fronte agli effetti depressivi della crisi dei subprime, così come fece in occasione della crisi economica successiva al crollo delle Torri gemelle in seguito all’attacco di Al Qaeda. La Fed ha permesso in tal modo di ridurre il disavanzo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti americana, che con un dollaro “debole” ha la via spianata per le esportazioni. La banca centrale americana si è concentrata su politiche monetarie espansive, in concerto con le politiche governative di taglio delle imposte e di sostegno alle famiglie colpite dalla crisi finanziaria dei subprime poiché prevede che sarà il rallentamento dell’economia statunitense ad influire sulla crescita dell’inflazione comprimendola. Entrambe le banche centrali hanno, inoltre, immesso sul mercato una ingente quantità di valuta, al fine di, come dicono gli addetti ai lavori, «raffreddare i mercati» dopo le reazioni emotive degli speculatori al crollo dei valori di borsa, ma a costo di una ulteriore spinta inflazionistica.

 

 

Indicazioni di politica economica

 

La stagflazione è la sfida tra le più gravose che le economie avanzate devono affrontare. L’inflazione è in buona parte importata, per via dell’andamento dei mercati internazionale dei prodotti energetici e alimentari, mentre la stagnazione  è in parte dovuta alle situazioni interne, ma anche internazionali in relazione al grado di interdipendenza, come nel caso dell’eurozona. Le politiche per aggredire le stagflazione sono diverse, ma da usare contemporaneamente, a iniziare dalla riduzione coraggiosa della pressione fiscale, dagli incentivi alla concorrenza e dal taglio delle spese pubbliche improduttive, volgendo i risparmi verso gli investimenti pubblici e iniettando fiducia agli operatori economici con piani a medio termine di investimento credibili. Occorre inoltre epurare il mercato lasciando fallire le imprese speculative o obsolete che impiegano in modo inefficiente risorse sia pubbliche che private.

 

La stagflazione ha comunque un andamento ciclico, in quanto tende ad esaurirsi quando le risorse lasciate disoccupate dalla contrazione della crescita dell’economia ridurranno la loro domanda, facendo abbassare i prezzi. Ma questa prospettiva lasciata al mercato ha tempi lunghissimi, generazionali, producendo e diffondendo nel frattempo disoccupazione e miseria. La situazione economica italiana è a rischio recessione, poiché al di là dei trionfalismi degli ultimi giorni del governo Prodi, il quale si piccava di aver rilanciato il sistema economico, l’economia ha imboccato la via del declino e ora subisce l’andamento della congiuntura economica europea, anch’essa in grave empasse, mentre il resto del mondo, Asia compresa, è in ansia per gli effetti provocati dalla bolla speculativa sull’economia degli Stati Uniti.

 

È questo, quindi, il momento di rimboccarsi le maniche e di porre in essere le politiche di sviluppo che la nazione necessita, uscendo da due anni di malgoverno. Occorre rimediare ai tanti danni che il governo Prodi ha causato. È essenziale restituire alle famiglie il mal tolto a causa delle tasse di TPS e di Visco, restituire loro la possibilità di disporre dei redditi percepiti grazie ad una attività lavorativa onesta e che sono stati decurtati da una imposizione fiscale del 43,3% del Pil (stigmatizzato dall’Istat in aperto contrasto con il ministro Visco) e forse più, senza contare il costo dei servizi pubblici, la cui inefficienza fa aumentare la pressione fiscale occulta. È quindi essenziale che il futuro governo agisca nell’immediato, riportando subito, fin dal primo consiglio dei ministri, il grado di imposizione fiscale almeno al livello precedente le due ultime vessatorie leggi Finanziarie.

 

Nell’arco di due anni sarà necessario abbassare ulteriormente le imposte in modo da raggiungere un livello funzionale alla formazione del reddito, come avviene negli Stati Uniti, in cui l’imposizione fiscale è mediamente al di sotto di un terzo del reddito. Nel medio lungo periodo è essenziale riprendere le politiche di sviluppo del precedente governo Berlusconi, che prevedevano la realizzazione di grandi opere pubbliche e di investimenti per rendere efficienti i servizi di pubblica utilità. Quindi sarà importante, nell’arco dei prossimi due o tre anni, la costruzione di termovalorizzatori per rendere economicamente sostenibile la gestione dei rifiuti, non solo campani, ma anche di tutte le regioni meno virtuose, nel rispetto dell’ambiente e non più come attività strumentale agli interessi personali e particolari degli amministratori locali. È essenziale, altresì, riprendere la costruzione dei rigassificatori, anch’essa improvvidamente interrotta, che permetterà la diversificazione delle fonti di approvvigionamento e quindi a costi minori, riducendo la dipendenza dai maggiori fornitori esteri, non sempre del tutto affidabili. Più in generale, occorre riprendere i piani di sviluppo di una politica nazionale energetica, che preveda un mix efficiente di fonti di energia tale che consideri il nucleare come fonte principale e che releghi i «mulini a vento» dell’eolico, il fotovoltaico e le biomasse a funzioni loro proprie, che sono del tutto marginali.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: