La politica in rosa

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 3 aprile 2008

Tra i temi trattati durante questa campagna elettorale si ripresenta puntualmente quello relativo alla partecipazione femminile alla vita politica del paese, sia direttamente mediante la candidatura alle politiche o alle amministrative, sia mediante la partecipazione alla vita associativa e di volontariato in generale. Nonostante sia un tema trattato e apparentemente molto sentito, non sembra che la partecipazione femminile alla vita sociale sia cambiata in modo sostanziale nel tempo, ma si è costantemente mantenuta entro un margine piuttosto ristretto. Nelle ultime 4 legislature, difatti, la tendenza alla scarsa partecipazione al Parlamento sembra essere stata bipartisan, poiché, nonostante l’alternanza al governo di maggioranze di sinistra e di centrodestra, i livelli di partecipazione femminile sono restati sostanzialmente scarsi, sia alla camera che al senato.

In questa campagna elettorale sembra che la partecipazione della donna sia maggiore rispetto al passato, ma prima di pronunciarsi occorrerà vedere i risultati elettorali. Anche se una discriminazione normativa nei confronti della partecipazione femminile alla attività politica è stata, in Italia come altrove, sostanzialmente superata da tempo, almeno in linea teorica, il sistema dei partiti non agevola la partecipazione delle donne. Va però anche detto che la scarsa partecipazione va in parte ascritta a un generale scarso interesse delle donne per la vita politica del paese. Se si esamina da vicino, invece, la situazione delle associazioni di volontariato, culturali e dei sindacati, risulta sorprendentemente una sostanziale parità di presenze tra i sessi. Questo non vuol dire che non esistano più casi particolari di discriminazione a danno delle donne e che tutte le argomentazioni avanzate dalla protesta femminista siano totalmente destituite di qualsiasi fondamento. Ma il fenomeno della discriminazione femminile non ha certamente una rilevanza generale. Al contrario è legittimo presumere che le donne abbiano interesse più spiccato a perseguire scopi sociali specifici rispetto a quelli più propriamente maschili, oltre quelli parimenti lodevoli della serenità familiare e della cura dei propri figli, come quelli promossi dai sindacati, dalle associazioni di volontariato, culturali e di assistenza sociale, mentre in Italia non mostrano ancora uno specifico e spiccato interesse per la carriera politica. Non manca però la partecipazione in senso qualitativo e tra i nomi che potrebbero essere fatti spicca senz’altro quello di Letizia Moratti, cui spetta il merito di aver vinto la gara per l’esposizione universale Expo 2015 a Milano. Le ragioni, più che normative, sono di natura diversa, giocando a diverso titolo la tradizione storica, religiosa, ideologica e culturale dei diversi paesi.

La politica è decisamente più rosa se si osserva la partecipazione femminile alla vita politica presso gli altri paesi europei. In Svezia la partecipazione femminile, ad esempio, è quasi pari a quella maschile. Tale parità costituisce un fenomeno rilevante e unico nel suo genere nell’ambito dell’Europa. Ciò è dato dall’azione di due aspetti distinti e importanti. Da una lato, il paese scandinavo non presenta resistenze di varia natura, siano esse ideologiche, religiose, storiche e sociali, alla partecipazione femminile alla vita politica. Dall’altro, sono le donne stesse a presentare un forte interesse a tale partecipazione, sia nell’ambito puramente politico, che nell’ambito sociale e professionale. La forte partecipazione femminile è una caratteristica anche degli altri paesi scandinavi. La Norvegia e la Finlandia, infatti, sebbene non raggiungano il livello svedese, presentano elevate percentuali di partecipazione femminile, così come anche altri paesi del nord Europa, quali la Danimarca, i Paesi Bassi e il Belgio. In effetti, questo è il risultato di un lungo processo cominciato nel XIX secolo e che ha portato, in Finlandia e in Norvegia rispettivamente nel 1906 e nel 1907-09 e in Danimarca nel 1915, alla concessione del voto alle donne, in anticipo rispetto agli altri maggiori paesi europei. In Germania, ad esempio, il voto alle donne fu concesso nel 1918, così come in Austria e in Cecoslovacchia. Mentre la Svezia lo concesse nel 1919-21 e l’Olanda nel 1923. L’Italia e la Francia raggiunsero questo risultato di emancipazione femminile solo nel 1945 e il Belgio nel 1946. Anche la Spagna può essere considerata tra i paesi virtuosi per quanto riguarda la partecipazione femminile alla vita politica. Infatti, è elevata la percentuale di donne sul totale degli eletti di entrambe le camere del parlamento. Tra i paesi più virtuosi dell’Italia vi sono anche la Germania e il Regno Unito, mentre la Francia è alle ultime posizioni della graduatoria elaborata dall’Unione Interparlamentare, con una partecipazione femminile molto bassa in entrambe le camere.

La Svezia conserva la sua vocazione alla forte partecipazione femminile anche per quanto riguarda le deputate elette al Parlamento europeo. Anzi, in questo caso è paradossalmente presente un numero maggiore di donne che di uomini tra gli scranni dell’istituzione europea. La parità, invece, è una caratteristica del Lussemburgo. Se all’interno dei confini nazionali la Francia presenta una certa disparità fra i sessi, a livello europeo la partecipazione femminile è piuttosto elevata. L’Italia resta, invece, drammaticamente ultima in questa graduatoria, conformemente alla partecipazione politica femminile a livello nazionale.

Emanuela Melchiorre

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