Rilanciare l’intervento pubblico nell’economia

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 5 aprile 2008

È probabile che nei prossimi mesi la situazione dell’economia mondiale possa subire un progressivo rallentamento, per poi sfociare in una recessione, se nel frattempo non verranno presi opportuni provvedimenti. Il Fmi, in occasione della pubblicazione del suo World Economic Outlook, che avverrà la prossima settimana, ha infatti rivisto al ribasso le sue previsioni di crescita dell’economia mondiale, stimando per il 2008 un crescita del 3,7% (la precedente previsione era del 4,1%), mentre le sue previsioni sulla crescita dell’economia americana sono dello 0,5% (le precedenti erano dell’1,5%). È questo dato che preoccupa, considerato il peso dell’economia Usa nel contesto mondiale.

Gli Stati Uniti tentano di porre un argine alla crisi dei mutui subprime, anche se ritengono inevitabili flessioni nell’occupazione e nella domanda interna. In questo loro tentativo possono, a differenza degli europei, avvantaggiarsi di un dollaro calante e di un tasso di interesse molto basso, che facilitano le esportazioni americane e gli investimenti interni. Nonostante ciò Ben Bernanke, governatore della Fed, ha lasciato trasparire la sua preoccupazione per le sorti dell’economia americana, prevedendo una probabile «crescita zero» per la prima metà del 2008. Egli ha ammesso, per la prima volta da quando la bolla speculativa dei subprime ha provocato i suoi effetti sfavorevoli, che esiste la possibilità che la crescita Usa possa essere anche negativa. Non si tratta ancora di recessione vera e propria, intendendosi tale quando la crescita negativa si protrae per almeno due trimestri consecutivi.

È opinione diffusa che l’Europa sia ancora una roccaforte finanziaria che preserva in larga parte i prodotti finanziari tradizionali e li preferisce a quelli della «finanza creativa», tra cui la cartolarizzazione dei mutui subprime. Ma si tratta di opinioni discutibili, che si fondano più sulle speranze che sui fatti. Alcuni preoccupanti casi di banche europee di vaste dimensioni, come l’inglese Northern Rock, la svizzera Ubs ed oggi la tedesca WestLB, che sono state costrette a porre in essere urgenti misure di salvataggio, fanno però tenere molto alto il livello di allerta anche per il sistema finanziario europeo e fanno pensare che il peggio debba ancora arrivare.

Prima dello scoppio dell’attuale crisi dei mutui subprime c’è stato, nel 2001 e negli anni successivi, lo scoppio della bolla speculativa della new economy, ovvero dei prodotti informatici, che ha messo a dura prova la capacità di reazione delle politiche economiche dei maggiori paesi industrializzati e, in prima analisi, soprattutto degli Stati Uniti. L’allora governatore della Fed, Alan Greenspain, è stato fortemente criticato per il suo modesto controllo sull’andamento dei titoli speculativi e per la sua preferenza per i prodotti finanziari innovativi, che gli valsero l’appellativo di «serial bubbole-blower», «gonfiatore di bolle in serie».

Alla finanza speculativa, fautrice di tante bolle, e allo scoppio inesorabile di ognuna di esse, occorre rispondere non con la creazione di altri sofisticati prodotti finanziari, ma con incentivi concreti all’economia, che richiedono necessariamente nuovi investimenti. Ma occorre anche il risanamento della finanza e impedire la formazione di nuove bolle speculative. È utile rilevare che nell’arco degli ultimi 15 anni l’economia mondiale si è retta grazie alla sinergia di tre grandi forze: l’effetto propulsivo degli investimenti, soprattutto americani, nelle nuove tecnologie informatiche; l’effetto moltiplicatore del mercato edilizio che, partendo ancora soprattutto dagli Stati Uniti, ha trainato il mercato immobiliare mondiale e il suo indotto; gli effetti degli investimenti nell’industria manifatturiera, con un ruolo particolare dell’Asia, divenuta «la nuova fabbrica del mondo».

Il ruolo chiave nell’economia mondiale viene quindi svolto dagli investimenti pubblici, privati o misti. Si può quindi affermare che sotto certi aspetti sarebbero ancora attuali, previa opportuna elaborazione, le teorie che John Maynard Keynes divulgò negli anni Trenta, specie in una situazione di grave empasse, come quella attuale, per tanti versi simile a quella degli anni Trenta del secolo scorso. Va però detto che Keynes mise in teoria quello che Roosevelt mise in pratica a far data dal 1933 con il suo «new deal». Non mancano suggerimenti, che in parte si riallacciano a certi postulati dell’economia keynesiana, come quello di Dominique Strauss-Kahn, direttore del Fondo Monetario Internazionale, che individua nel sostegno pubblico all’economia mediante incentivi fiscali la via da perseguire in questa evoluzione negativa della crisi finanziaria ed economica mondiale per facilitare gli investimenti privati.

Il programma del Pdl ha previsto, ancor prima delle raccomandazioni del Fmi, il rilancio delle grandi opere pubbliche e la contemporanea riduzione della pressione fiscale al di sotto del livello del 40% del Pil (oggi siamo al di sopra del 43%). Ma occorre anche indirizzare buona parte degli investimenti alla realizzazione di infrastrutture, come le centrali nucleari, che garantiscano all’economia italiana non tanto l’indipendenza, che è un problema di lungo periodo, quanto la riduzione dell’esborso per l’approvvigionamento di idrocarburi. È proprio tale dipendenza che ha causato un deficit energetico quest’anno pari a 30 miliardi di euro e ha contribuito in misura determinante all’aumento dei prezzi al consumo che, secondo l’Istat, corrisponde a un livello di inflazione pari al 3,3%, stabilendo il record negativo degli ultimi dodici anni.

Emanuela Melchiorre

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