Crisi alimentare: speculazioni e soluzioni

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 3 maggio 2008

Le sommosse per il cibo scoppiate in decine di paesi poveri hanno portato in primo piano l’emergenza della scarsa disponibilità di prodotti alimentari e del loro alto prezzo. I prezzi degli alimentari sono aumentati, secondo il Fmi, in media del 60% dall’inizio del 2006 e alcuni di essi hanno sperimentato crescite ben maggiori (il riso ha triplicato il suo prezzo in un anno). È un’emergenza sociale e umanitaria prima ancora che un problema economico, posta all’ordine del giorno di numerosi incontri internazionali: da quello prossimo dei capi di stato e di governo dell’Ue in giugno; del G8 previsto per luglio in Giappone, nonché dell’assemblea delle Nazioni Unite prevista per il prossimo 25 settembre. L’impennata dei prezzi dei generi alimentari è ascrivibile a una serie di cause che agiscono simultaneamente. Oltre ai fattori contingenti come quelli climatici (la siccità infatti in Australia ha causato la riduzione drastica della produzione di riso) e la lievitazione dei costi dei trasporti in seguito all’andamento dei prezzi del petrolio, si rileva in primo luogo l’aumento in questi anni della domanda di generi alimentari da parte dei paesi emergenti, in seguito alla crescita accelerata dell’economia dei paesi asiatici (Cina e India in maggior misura). All’accresciuta domanda non è corrisposto un aumento dell’offerta. Secondo le stime del World Food Program si ritiene infatti che negli ultimi tre anni il mondo abbia consumato più di quanto abbia prodotto, assottigliando quindi le riserve alimentari mondiali.

Le politiche europee riguardo al tema cruciale dei biocarburanti, inoltre, incidono in una certa misura sulla produzione agricola dei paesi emergenti, stando alla denuncia della nota Ong inglese Oxfam, che rivela contese sui terreni e abusi nei paesi poveri. Tale denuncia ha sortito l’effetto di un interessamento da parte del governo britannico, che in febbraio ha avviato uno studio sull’impatto economico-ambientale dell’aumento dell’uso dei biocarburanti, e il suo impegno in sede europea per promuovere la modifica della linea Ue. È rilevante considerare inoltre che il processo di trasformazione dei prodotti agricoli in biocarburanti ha un rendimento estremamente basso e, stando a quanto si legge in un articolo del Il Giornale scritto da Livio Caputo, produce più emissioni di CO2 rispetto a quante se ne vorrebbe evitare, sostituendo la produzione tradizionale di energia.

Il dibattito sul ruolo dei biocarburanti è molto acceso. Pare, infatti, secondo due presidenti sudamericani, il boliviano Evo Morales e il peruviano Alan Garcia, intervenuti al forum dell’Onu a New York sui cambiamenti climatici, che le coltivazioni di cereali e di zuccheri usate per la produzione del bioetanolo diminuiscano le risorse alimentari e siano, quindi, causa dell’aumento dei prezzi del cibo proprio nei paesi più poveri che, come è prevedibile, consumano prevalentemente cereali. Allo stesso tempo, e per dare una giusta misura al fenomeno, è però utile considerare il fatto che i terreni destinati alla coltura di cereali che saranno trasformati in bioetanolo sono appena il 2% della produzione agricola mondiale.

Un ruolo più importante nell’incremento del livello dei prezzi dei generi alimentari lo svolge, invece, la finanza speculativa internazionale, i cosiddetti Hedge funds. In occasione del dibattito che ha vuto luogo a Strasburgo all’Europarlamento, infatti, secondo il capo-gruppo socialista Martin Schultz, «la finanza speculativa ha preso posto alla mensa dei poveri», poiché gli Hedge funds controllano già pesantemente il settore agro-alimentare, sia a livello mondiale sia a quello locale, causando la lievitazione speculativa dei prezzi. La speculazione ha innescato, inoltre, una spirale pericolosa in quanto la lievitazione dei prezzi sta riducendo l’accessibilità ai generi alimentari per le popolazioni più povere, ma anche diffondendo tra i paesi industrializzati la sensazione che ci sia una effettiva scarsa disponibilità di generi alimentari, in seguito anche all’effetto eco causato dai toni allarmistici di una certo tipo di stampa e dei media. La percezione della riduzione delle scorte di generi alimentari spinge un gran numero di consumatori ad acquistare in maggior misura prodotti alimentari per garantirsi contro l’eventualità di una futura carestia. Quindi i supermercati si vuotano in poco tempo e la percezione della scarsa disponibilità di scorte si rafforza, seguendo l’altalenante andamento delle reazioni di panico.

Una soluzione potrebbe essere a portata di mano. Infatti, i policy maker europei e americani potrebbero decidere di destinare nuovamente alla coltura un gran numero di terreni che sono stati lasciati a riposo in questi anni in modo tale da riportare la produzione mondiale di prodotti agricoli nel giro di poco tempo a livelli tali da garantirne la disponibilità e ridurne il prezzo nei mercati mondiali. La crisi alimentare è una ulteriore occasione per constatare la necessità di un organismo di controllo che vigili sull’andamento della speculazione a livello planetario e che possa prevenire il diffondersi di bolle speculative che, in questo caso, hanno effetti non solo finanziari, ma agiscono aggravando pesantemente anche i problemi che da sempre affliggono l’umanità, quelli della lotta contro la fame.

Emanuela Melchiorre

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