Europa e Stati Uniti: due realtà a confronto

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 13 maggio 2008

Il dollaro, per quanto stia perdendo valore sulle borse valutarie, conserva il suo ruolo di moneta internazionale. L’euro, invece, nonostante si apprezzi in rapporto al dollaro, conserva una sfera di influenza piuttosto circoscritta. L’ipotesi che alcuni studi economici hanno avanzato circa l’eventualità che il ruolo di moneta internazionale del dollaro possa essere sostituito da quello dell’euro costituisce solo una ipotesi fantasiosa. La prima moneta esprime, infatti, la forza di una potenza economica che ancora traina le economie industriali ed emergenti. Gli Stati Uniti, difatti, sono detentori dei capitali industriali investiti nei paesi emergenti e, al tempo stesso, il mercato di sbocco delle merci ivi prodotte. Sono, inoltre, il partner commerciale preferenziale di tutti i paesi industrializzati. L’euro, invece, è la moneta rappresentativa di una economia disomogenea, che ancora stenta ad integrarsi e che non presenta al suo interno alcuna unità politica.

Non solo l’Europa dell’euro, ma tutta l’Ue non ha ancora formulato alcuna politica industriale comune, né una politica energetica comune che consideri anche la produzione nucleare e che soprattutto permetta agli stati aderenti di uscire dalla scomoda situazione di dipendenza da paesi politicamente instabili per le forniture strategiche di petrolio e gas. Rilevante è il fatto che l’Unione europea non presenta alcuna politica estera comune e d’altra parte non c’è uno Stato europeo. L’unica politica comune a tutta l’area dell’euro è quella monetaria, accentrata dalla Banca centrale europea, definita indipendente per Statuto, in assenza di un’unione politica tra i paesi membri. Come più volte detto, la Bce assolve al compito della tutela del potere d’acquisto della moneta in via del tutto autonoma rispetto all’andamento della congiuntura economica europea e mondiale e alla situazione economica in cui versano i singoli paesi membri. In questo si differenzia dalla Federal Reserve, il cui Statuto, al contrario, prevede il perseguimento della stabilità del potere d’acquisto del dollaro compatibilmente con l’andamento economico e con la tutela del livello di occupazione. Questo duplice impegno ha permesso alla Fed di collaborare strettamente con il Governo americano per fare fronte, e per superare, secondo alcuni, la grave empasse della crisi dei mutui subprime.

Nel Vecchio Continente invece, la politica del costo del denaro perseguita dalla Bce ha avuto l’effetto di tenere artificiosamente alto il valore dell’euro rispetto al dollaro con l’intento di proteggere l’area dell’euro dagli effetti dell’inflazione interna, derivante dai disavanzi pubblici dei paesi aderenti, e da quella importata, ovvero derivante in larga parte dall’alto prezzo delle materie prime energetiche acquistate da paesi extra-Ue. Gli effetti negativi che questa politica ha comportato sono stati però maggiori di quelli positivi, poiché in prima analisi l’effetto inflattivo non è stato arginato. Al contempo, le imprese europee si trovano nella scomoda situazione di subire un «costo del denaro» maggiore rispetto alle loro concorrenti di oltreoceano, che comporta un disincentivo all’investimento. I minori investimenti, specie se la contrazione riguarda l’innovazione tecnologica, hanno provocato in questi anni una bassa crescita della produttività del lavoro nei paesi dell’euro-zona a fronte di una forte crescita della produttività del lavoro americana.

In sostanza, la politica monetaria della Bce ha comportato una perdita di competitività dei paesi dell’area dell’euro, che deve oggi rincorrere l’economica mondiale tuttora crescente anche se a ritmo minore a causa degli shock esterni (crisi dei mutui subprime e spinte inflazionistiche date dai prezzi dei prodotti energetici e alimentari) di rilevanti dimensioni. Gli Stati Uniti, inoltre, sono tradizionalmente orientati alla concorrenza interna e al libero accesso ai mercati. Non esiste, infatti, fra gli stati federali americani, la gran mole di ostacoli di ordine burocratico e organizzativo che esiste in Europa riguardo all’ingresso nel mercato di nuove imprese. Ciò permette che i prezzi possano essere calmierati naturalmente tramite la concorrenza. L’effetto ultimo delle barriere all’entrata si risolve, invece, nel vecchio continente in un disincentivo all’imprenditoria e all’innovazione.

L’Italia primeggia in questa scarsa dinamicità nell’ingresso nei mercati di nuove imprese e nell’uscita delle imprese inefficienti. La presenza di barriere burocratico-organizzative di fatto limita il libero gioco della concorrenza e quindi la selezione del mercato tra imprese efficienti e inefficienti. Grande rilievo assume anche la differenza tra l’imposizione fiscale europea e quella americana. Se in media negli Stati Uniti la pressione fiscale è pari al 23% circa, in Europa è pari a quasi il doppio. L’assenza di una identità politica e la frammentarietà delle politiche dei singoli paesi, nonché le barriere all’entrata nei mercati e la complessità normativa complicata dalle direttive comunitarie e, infine, l’eccessiva imposizione fiscale fanno sì che l’Europa dell’euro si trovi del tutto impreparata a gestire le emergenze che coinvolgono tutte le economie, avanzate ed emergenti. Alle crisi di carattere globale, l’Europa, perché è priva di uno stato almeno confederale, pone soluzioni parziali e inadeguate per arginare gli effetti negativi principali degli shock esterni. Nel contesto sopra delineato il nuovo governo Berlusconi si troverà a dover affrontare non solo i limiti derivanti dalla pesante eredità lasciatagli dal governo Prodi, ma anche i vincoli, spesso dannosi, di una Europa politicamente, economicamente e finanziariamente miope e lenta dinanzi alle nuove sfide.

Emanuela Melchiorre

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