EUROPA: RISCHI GLOBALI E RISPOSTE PARZIALI

 

di Emanuela Melchiorre

Senior Fellow Centro Studi e Documentazione Tocqueville-Acton 

Le sommosse per il cibo scoppiate nei paesi poveri hanno portato in primo piano l’emergenza della scarsa disponibilità di prodotti alimentari e del loro alto prezzo. I prezzi degli alimentari sono aumentati, secondo l’FMI, in media del 60% dall’inizio del 2006 e alcuni di essi hanno sperimentato crescite ben maggiori (il riso ha triplicato il suo prezzo in un anno). È un’emergenza sociale e umanitaria prima ancora che un problema economico, posta all’ordine del giorno del prossimo incontro dei capi di stato e di governo dell’Ue in giugno. Questo argomento per la prima volta sarà in agenda anche al prossimo G8 previsto per luglio in Giappone, nonché alla riunione delle Nazioni Unite durante l’incontro previsto per il prossimo 25 settembre.  

 

 

La crisialimentare

 

L’impennata dei prezzi dei generi alimentari è ascrivibile a una serie di cause che agiscono simultaneamente. In primo luogo è aumentata la domanda di generi alimentari da parte dei paesi emergenti in seguito alla crescita accelerata dell’economia dei paesi asiatici. A maggiore domanda non è corrisposta però una maggiore offerta. Secondo le stime del World Food Program, tramite le parole di Josette Sheeran, direttore esecutivo, si ritiene che negli ultimi tre anni il mondo abbia consumato più di quanto abbia prodotto, assottigliando quindi le riserve alimentari mondiali. 

Le politiche europee riguardo il tema cruciale dei biocarburanti, inoltre, incidono in una certa misura sulla produzione agricola dei paesi emergenti, stando alla denuncia di Oxfam, la nota ONG inglese che agisce a livello planetario contro la fame nel mondo, che rivela contese sui terreni e abusi nei paesi poveri. Tale denuncia ha sortito l’effetto di un interessamento da parte del governo britannico, che in febbraio ha avviato uno studio sull’impatto economico-ambientale dell’aumento dell’uso dei biocarburanti, e il suo impegno in sede europea per promuovere la modifica della linea Ue. Il dibattito sul ruolo dei biocarburanti è molto acceso. Pare infatti, secondo due presidenti sudamericani, il boliviano Evo Morales e il peruviano Alan Garcia, intervenuti al forum dell’Onu a New York sui cambiamenti climatici, che le coltivazioni di cereali e di zuccheri usate per la produzione del bioetanolo diminuiscano le risorse alimentari e siano quindi causa dell’aumento dei prezzi del cibo proprio nei paesi più poveri che, come è prevedibile, consumano prevalentemente cereali. Allo stesso tempo, e per dare una giusta misura al fenomeno, è però utile considerare il fatto che i terreni destinati alla coltura di cereali che si trasformeranno in bioetanolo sono appena il 2% della produzione agricola mondiale. Un ruolo più importante nell’incremento del livello dei prezzi dei generi alimentari lo svolge, pertanto, la finanza speculativa internazionale, i cosiddetti Hedge funds.  In occasione del dibattito avuto luogo a Strasburgo all’Europarlamento, infatti, secondo il capo-gruppo socialista Martin Schultz, «la finanza speculativa ha preso posto alla mensa dei poveri», poiché gli Hedge funds controllano già pesantemente il settore agro-alimentare, causando la lievitazione speculativa dei prezzi.

 

 

Le altre emergenze globali

 

In agenda del prossimo G8 si trovano altre emergenze globali, che sono tra loro intimamente connesse e che riguardano sia i paesi poveri che i paesi ricchi. Oltre alla sicurezza alimentare, alla disponibilità di prodotti agricoli e all’andamento dei loro prezzi, si discuterà della crisi finanziaria mondiale, che partendo dal mercato immobiliare americano si è estesa al sistema finanziario mondiale. La crisi ha trovato maggiori spinte nella facile concessione dei mutui, effettuata anche con il sistema della cartolarizzazione. Questo aspetto è stato oggetto del recente Financial Stability Forum  e ha indotto le banche centrali più importanti, tra cui la Federal Reserve e la Banca centrale europea, ad agire a più riprese sul mercato finanziario, immettendo massicce dosi di liquidità per sostenere le banche affette da insufficiente disponibilità di fondi e per arginare i rischi di fallimento.

L’emergenza globale di cui si discuterà durante il summit di luglio riguarda infine l’esplosione dei prezzi dei prodotti energetici. Il prezzo del petrolio, infatti, è rincarato di 40 dollari al barile rispetto alla media del 2007 superando, mentre si scrive, la quotazione di 119 dollari (Wti) e di 117 (Brent), e si guarda già con timore alla futura e probabile soglia di 200 dollari al barile. L’ulteriore impennata dei prezzi del greggio è una risposta del mercato alla dichiarazione dell’Opec di aumentare la produzione solamente di 5 milioni di barili al giorno entro il 2012, è chiaro che si tratta solo di una mera dichiarazione di intenti, che lascia immutata l’odierna situazione.

Per fare fronte al prevedibile aumento del prezzo del greggio e, di conseguenza, all’aumento dell’inflazione nell’area dell’euro e con il dichiarato intento di riportare il livello percentuale al di sotto della soglia statutaria del 2% (attualmente siamo al 3,6%), la Bce ha dichiarato, per voce di Christian Noyer, il governatore della Banca di Francia, che è previsto un aumento del tasso di interesse di riferimento (attualmente è al 4%).  L’eco nelle borse valutarie è stato immediato e ha causato un ulteriore rialzo dell’euro nei confronti del dollaro (1,60 dollari per euro).

 

Il ruolo del dollaro e quello dell’euro

 

Il dollaro, per quanto stia perdendo valore sulle borse valutarie, conserva il suo ruolo di moneta internazionale. L’euro, invece, nonostante stia acquistando valore sui mercati valutari in rapporto al dollaro, conserva ancora una sfera di influenza piuttosto circoscritta. L’ipotesi che alcuni studi economici hanno avanzato circa l’eventualità che il ruolo di moneta internazionale del dollaro possa essere sostituito da quello dell’euro costituisce solo una ipotesi fantasiosa. Infatti, la prima moneta esprime la forza di una potenza economica che ancora traina le economie industriali e emergenti. Gli Stati Uniti, difatti, sono detentori dei capitali industriali investiti nei paesi emergenti e, al tempo stesso, il mercato di sbocco delle merci ivi prodotte. Sono, inoltre, il partner commerciale preferenziale di tutti i paesi industrializzati. L’euro, invece, è la moneta rappresentativa di una economia disomogenea che ancora stenta ad integrarsi e che non presenta al suo interno alcuna unità politica.

 

 

Le rispostedell’Europa

 

Non solo l’Europa dell’euro, ma tutta l’Ue non ha ancora formulato alcuna politica industriale comune in tutta l’area, né una politica energetica comune che consideri anche la promozione della produzione nucleare europea e che soprattutto permetta agli stati aderenti di uscire dalla scomoda situazione di dipendenza da paesi politicamente instabili per le forniture strategiche di petrolio, gas e carbone. Rilevante è anche il fatto che l’Unione europea non presenta alcuna politica estera comune. Tutte queste politiche, quella industriale e di sviluppo, quella energetica e infine quella estera, sono demandate all’iniziativa di ogni singolo paese che però non può agire in perfetta autonomia. Infatti, il raggio d’azione delle politiche nazionali è limitato dalle imposizioni di vincoli all’intervento pubblico nell’economia, in nome della tutela della concorrenza e del contenimento del disavanzo e del debito pubblico.

L’unica politica comune a tutta l’area dell’euro è quella monetaria accentrata dalla Banca centrale europea, definita indipendente per Statuto, in assenza di un’unione politica tra i paesi membri.  La Bce assolve al compito della tutela del potere d’acquisto della moneta, in via del tutto autonoma rispetto all’andamento della congiuntura economica europea e mondiale e alla situazione economica in cui versano i singoli paesi membri. In questo si differenzia dalla Federal Reserve, il cui Statuto, al contrario, prevede il perseguimento della stabilità del potere d’acquisto del dollaro compatibilmente con l’andamento economico e con la tutela del livello di occupazione.

La politica del costo del denaro perseguita dalla Bce ha avuto l’effetto di tenere artificiosamente alto il valore dell’euro rispetto al dollaro. L’intento di tale politica è stato quello di proteggere l’area dell’euro dagli effetti dell’inflazione interna, derivante dai disavanzi pubblici dei paesi aderenti, e da quella importata, ovvero derivante in larga parte dall’alto prezzo delle materie prime energetiche acquistate da paesi extra-Ue. Gli effetti negativi che questa politica ha comportato però sono stati maggiori di quelli positivi, poiché in prima analisi l’effetto inflativo non è stato arginato.

 

Source of Data: Eurostat Copyright of administrative boundaries: ©EuroGeographics, commercial re-distribution is not permitted Last Update: 16.04.2008 Date of extraction: 27 Apr 2008 06:27:07

 

Al contempo le imprese europee si trovano nella scomoda situazione di subire un “costo del denaro” maggiore rispetto alle loro concorrenti di oltreoceano, comportando un disincentivo all’investimento. I minori investimenti, specie se la contrazione riguarda l’innovazione tecnologica, ha comportato in questi anni una bassa crescita della produttività del lavoro nei paesi dell’euro-zona a fronte di una forte crescita della produttività del lavoro americana. In sostanza, la politica monetaria della Bce ha comportato una perdita di competitività dei paesi dell’area dell’euro, che deve oggi rincorrere l’economica mondiale, tuttora crescente nonostante l’avvento di shock esterni (crisi dei mutui subprime e spinte inflazionistiche) di rilevanti dimensioni.  Inoltre, gli Stati Uniti sono tradizionalmente orientati alla concorrenza interna e al libero accesso ai mercati. Non esiste, infatti, fra gli stati federali americani la gran mole di ostacoli di ordine burocratico e organizzativo che esiste in Europa riguardo all’ingresso nel mercato di nuove imprese. Ciò permette che i prezzi possano essere calmierati naturalmente per effetto della concorrenza. L’effetto ultimo delle barriere all’entrata si risolve, invece, nel vecchio continente in un disincentivo all’imprenditoria e all’innovazione. L’Italia non fa eccezione a questa scarsa dinamicità nell’ingresso dai mercati di nuove imprese o e nell’uscita delle imprese inefficienti. La presenza di barriere burocratico-organizzative di fatto limita il libero gioco della concorrenza e quindi la selezione del mercato tra imprese efficienti e inefficienti. Giova sottolineare anche la differenza tra l’imposizione fiscale europea e quella americana. Se in media negli Stati Uniti la pressione fiscale è pari al 23% circa, in Europa è pari a quasi al doppio.

 

 

Conclusioni

 

L’assenza di una identità politica e la frammentarietà delle politiche dei singoli paesi, nonché le barriere all’entrata nei mercati e la complessità normativa complicata dalle direttive comunitarie e, infine, l’eccessiva imposizione fiscale fanno sì che l’Europa dell’euro si trovi del tutto impreparata a gestire le emergenze che coinvolgono le economie avanzate e, in seconda battuta, le economie emergenti. Alle crisi di carattere globale, l’Europa, perché è priva di uno stato almeno confederale, pone soluzioni parziali e inadeguate per arginare gli effetti negativi principali degli shock esterni.

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