CRISI ALIMENTARE: LA SPECULAZIONE MIETE VITTIME

 

     di Emanuela Melchiorre

 

pubblicato su Finanza Italiana maggio – giugno 2008 

 

Mentre le banche centrali si interrogavano, in occasione del G 10 riunitosi il 5 maggio scorso a Basilea, sul ruolo svolto dai tradizionali strumenti di politica monetaria incentrati sulla manovra del tasso ufficiale di sconto e se tali strumenti siano adeguati a contrastare le spinte inflazionistiche, l’impennata dei prezzi dei generi alimentari ha preso più forza e, unitamente all’andamento dei prezzi dei prodotti energetici, spinge verso valori più elevati l’inflazione a livello mondiale.

 

L’andamento crescente dei prezzi dei generi alimentari ha tra le cause sia in parte i fattori climatici, sia quelli sociali, ma soprattutto e in maggior misura gli spregiudicati atteggiamenti speculativi. Seguendo, infatti, i dati del Food Outlook, pubblicato a novembre 2007 dalla Fao, è chiaro che l’impennata dei prezzi non solo dei cereali e del riso, ma dei generi alimentari in generale, ha avuto inizio nel 2003 accelerando di anno in anno fino a raggiungere gli alti livelli attuali. Nell’ultimo anno, da marzo a marzo, i prezzi sembrano raddoppiati e quindi del tutto ingiustificati (grafici 1 e 2).

 

Grafico 1. – Indice dei prezzi dei principali beni alimentari

(anno 1998-2000=100)

Fonte: Food Outlook Fao (novembre 2007)

 

Si tratta ancora una volta di una speculazione che, se non fermata, rischia di fare più danni di quelle sugli immobili e sul petrolio.  Anche per i beni alimentari gli extraprofitti sembrano già macroscopici. Non essendoci ragioni economiche o climatiche che possano giustificare un simile improvviso incremento dei prezzi, non resta che concludere che sia di origine meramente speculativa.

 

Grafico 2. – Indice dei prezzi dei generi alimentari

 

Fonte: Food Outlook (novembre 2007) Fao

 

Secondo la pubblicazione citata, l’attuale livello delle scorte di generi alimentari, sebbene abbia mostrato un certo calo in questi ultimi anni e si sia allineato al livello del 2003, appare sufficiente ad affermare l’emergenza (per quanto riguarda i cereali è pari a oltre il 20% della produzione annua). Occorre però anche considerare il fatto che dal 2003 a oggi la produzione di cereali ha avuto un andamento altalenante. Nel 2004, infatti, vi è stato un picco nella produzione mondiale dei cereali con la triplicazione della sua quantità rispetto al livello di produzione del 2003. Non stupisce pertanto che nei due anni successivi, ovvero nel 2005 e nel 2006, la produzione abbia avuto una andamento decrescente, con la conseguente riduzione delle scorte al livello del 2003. Il settore agricolo ha caratteristiche diverse da quello industriale (grafici 3 e 4).  

 

Grafici 3. e 4. – Produzione mondiale di cereali dal 2003 al 2007 e Indice di utilizzazione delle scorte mondiali di cereali

Fonte: Food Outlook (novembre 2007) Fao

 

Sembrano, quindi, del tutto allarmistici i toni usati in questi mesi riguardo ad una imminente carestia mondiale in seguito all’assottigliamento delle scorte. Al contempo però non è allarmistico sostenere che l’impennata dei prezzi è sempre un fattore rilevante, non al fine della disponibilità dei generi alimentari sulla tavola dei paesi industrializzati, quanto piuttosto in termini di costo della vita negli stessi paesi. Per contro, per i paesi in via di sviluppo, l’ondata speculativa produce danni ingenti, perché l’aumento dei prezzi provoca la fame e rafforza gli elementi che generano la povertà.

 

In molti PVS, come era facilmente prevedibile, sono scoppiate rivolte di affamati. Fra i fatti di cronaca tra i più recenti vi è la manifestazione che a Mogadiscio, in Somalia, ha visto in migliaia scendere in piazza per dare luogo ad una protesta violenta contro i commercianti connazionali, per via degli alti prezzi degli alimenti, la cui origine è da ricercare nelle distorsioni locali, che però hanno origine nelle borse finanziarie dove si contrattano i future sulle soft commodities (ovvero  su riso, frumento, zucchero e olio). È poi naturale che si generino a cascata le varie insufficienze nei mercati del Terzo Mondo. La speculazione non ha mancato di approfittare degli eventi in Birmania, ossia in Myanmar, colpita dal violento ciclone. La catastrofe, oltre alla tragedia umana, ha comportato un’ulteriore conseguenza negativa sull’economia del paese. Infatti, le organizzazioni internazionali, la Fao e il WFP in primo luogo, prevedono che la Birmania diventerà quest’anno un paese non più produttore ed esportatore di riso, ma importatore netto di questo genere alimentare. La riduzione dell’offerta e l’aumento della domanda sul mercato del riso favorirà la speculazione legata ai futures da parte degli operatori finanziari. L’atteggiamento speculativo al rialzo dei prezzi, farà sì che le previsioni di aumento si avverino realmente. Ai fini di spezzare l’ondata speculativa, l’India ha sospeso dai primi giorni di maggio la contrattazione di futures per quanto concerne il riso, il frumento, lo zucchero e l’olio. L’esempio dovrebbe essere seguito dai paesi industrializzati anche per quanto riguarda il prezzo del petrolio. Non si dimentichi che i futures sono meri contratti di speculazione, il più delle volte disancorati dalle effettive disponibilità dei vari beni.

 

 

Un dollaro al giorno

 

È un momento storico di grande importanza quello attuale in cui viene naturale chiedersi quali siano i risultati che la cooperazione internazionale abbia raggiunto nei riguardi del primo obbiettivo dei  Millennium development goals : “Sradicare la povertà estrema e la fame” ovvero dimezzare, entro il 2015, il numero di persone il cui reddito è minore di un dollaro al giorno e che soffrono la fame.  Tale obbiettivo sembra oggi ancora più distante. Ci si chiede, inoltre, quale organismo sovrannazionale possa svolgere il ruolo di controllo sugli atteggiamenti speculativi che creano ripetute bolle e che, questa volta, hanno contagiato pericolosamente il mercato dei generi alimentari.

 

Figura – Fao Hunger Map

Fonte: Global Information and Early Warning System (GIEWS)

http://www.fao.org/giews/english/index.htm

 

Molti analisti dello sviluppo propongono alcune soluzioni, che sembrano avere una certa valenza, per aumentare la produzione e quindi l’offerta sul mercato dei generi alimentari proprio in quei paesi dove non sono più accessibili le importazioni a causa del loro alto costo. Da un lato è, infatti, interessante l’approccio che il premio Nobel Muhammad Yunus ha ideato nel lontano 1977, anno in cui fondò la nota Grameen Bank, un istituto di credito indipendente che pratica il microcredito senza garanzie. L’intuizione del premio Nobel è stata quella di prestare i soldi direttamente ai poveri, soprattutto donne, da investire in piccole attività produttive, senza richiedere nessuna garanzia in cambio. Muhammad Yunus, in aperta critica all’operato della Banca Mondiale, ha notevolmente migliorato le condizioni di vita del suo paese, il Bangladesh, e ha operato una vera rivoluzione economica che oggi più di ieri può essere utile anche nella contingente situazione di crisi alimentare. Il microcredito, infatti, potrebbe finanziare i piccoli coltivatori locali dei PVS e far si che acquistino il terreno che coltivano o introducano piccole dosi di innovazione tecnologica per migliorare la resa delle coltivazioni.  Sarà questo uno degli argomenti trattati al vertice mondiale sulla sicurezza alimentare, che avrà luogo a Roma, presso la Fao, il prossimo 3 giugno 2008.

 

Un altro approccio può essere quello relativo alla coltivazione e alla introduzione delle specie sperimentate di prodotti agricoli geneticamente modificati (OGM) che abbiano la caratteristica di resistenza ai parassiti animali e vegetali. Inoltre occorre continuare nelle politiche di incentivi alla ricerca e alla selezione di specie vegetali sempre più resistenti. Tale approccio presuppone però che possano essere superate le resistenze di ordine ideologico-ambientalistico che contrastano fortemente, spesso senza fondamenta scientifiche, l’introduzione di tali innovativi prodotti. Si è parlato di una “nuova rivoluzione verde” facendo riferimento all’introduzione presso le coltivazioni dei paesi in via di sviluppo di alcune specie di mais, soia e cotone geneticamente modificate tali da essere molto resistenti ai pesticidi.

 

 

I paesi di nuova industrializzazione e il cartello del riso

 

Dal lato dei produttori, la dinamica dei prezzi si trasforma in una rendita appetibile. Gli alti prezzi dei generi alimentari hanno, infatti, influenzato le politiche di crescita della Russia che da alcuni anni ha messo in pratica un piano di ammodernamento tecnologico e di ampliamento delle colture, soprattutto del frumento considerato il nuovo settore strategico per lo sviluppo del paese. Nel settore agricolo, come evidenzia il grafico n. 5, gli Stati Uniti rimangono il paese a più forte produzione grazie soprattutto alla per ora insuperabile produttività del lavoro, assistito da imponenti dosi di capitale tecnico.

 

Grafico 5. – Produzione di riso, frumento, mais e soia negli Stati Uniti, in Cina, in India, in Russia e in Italia e popolazione

 

Fonte: Nostre elaborazioni su dati Calendario Atlante De Agostini

 

Dal canto suo, un paese tra i maggiori produttori mondiali di riso, la Tailandia, ha proposto ad altri paesi produttori la costituzione di un cartello. La Tailandia (con i suoi 9,5 milioni di tonnellate di esportazione, pari a oltre il 40 % dell’export totale) da sola sarebbe già in grado di influenzare l’esportazione mondiale di riso. I partner di un simile progetto potrebbero essere, secondo i piani tailandesi, i paesi del Sud-Est asiatico (Vietnam, Birmania, Cambogia e Laos).

Le voci della costituzione del cartello, soprannominato l’Orec (Organizzazione dei Paesi esportatori di riso), scimmiottando il già noto Opec, hanno messo in allarme i paesi importatori. Tra i maggiori importatori vi sono Le Filippine, che vedrebbero crescere il prezzo delle loro importazioni e lo squilibrio della bilancia dei pagamenti.

Indubbiamente la cooperazione internazionale e l’opinione pubblica dovranno condannare una simile iniziativa in quanto  i consumatori di riso sono circa tre miliardi di persone al mondo e in gran parte vivono nei paesi poveri dove ancora lo spettro della fame non è stato allontanato.

 

Emanuela Melchiorre

 

 

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