Il ciclo economico mondiale

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 31 luglio 2008

Ad un anno dallo scoppio della bolla speculativa del mercato immobiliare mondiale, connessa alla cartolarizzazione dei mutui subprime, che è dell’agosto 2007, il mondo si interroga su quanto possano ancora durare i suoi effetti negativi sulle economie mondiali. Il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato questa settimana un ulteriore allarme sulle possibili ripercussioni negative della crisi finanziaria sugli istituti americani delle carte di credito. Anche se tale allarme fosse giustificato, sarebbe comunque da escludere un diretto contagio nei circuiti europei delle carte di credito, date le diverse abitudini di consumo europee. Più probabile è che la presumibile restrizione della domanda americana dovuta al ridimensionamento del consumo interno e all’eventuale diffondersi dei casi di fallimento di privati e famiglie, avrà degli effetti negativi diretti sull’economia americana e indiretti, ma comunque con un lag temporale, sull’economia dei paesi industrializzati ed emergenti dell’Asia e dell’America latina.

La pausa estiva e l’inevitabile minore dinamicità delle dichiarazioni e delle considerazioni degli istituti di ricerca e di studi internazionali costituisce una utile occasione di riflessione e di approfondimento individuali dei meccanismi generali che, con l’ausilio della storia, anche recente, dei fatti economici, può suggerire utili indicazioni sui futuri avvenimenti. In conseguenza della profonda crisi di questo periodo si ripropone, in primo luogo, con stringente attualità, la domanda sulla durata normale dei cicli economici.

Negli ultimi due secoli si è assistito all’avvicendarsi nel tempo di fasi di prosperità e di depressione nelle economie di mercato, misurate normalmente con riferimento all’andamento di maggiore e di minore crescita del Pil, il prodotto interno lordo. Ad esso sono correlate le altre variabili economiche come l’occupazione, i consumi, gli investimenti, le scorte, la produttività dei fattori produttivi (capitale e lavoro), la moneta, il credito, i prezzi, i profitti, i salari ecc. Più interessante, ai fini della percezione del livello della qualità della vita è, però, l’analisi dell’andamento del prodotto pro-capite (grafico).

Grafico – Ciclo economico mondiale ed eventi economici

Fonte: Banca Mondiale, Le Garzantine (vol. 19)

La maggior parte degli studi teorici si è concentrata sul ciclo economico denominato «ciclo di Juglar», meglio noto come «business cycle», che ha una durata di circa 7-11 anni. Il business cycle osservato nei diversi paesi industrializzati e capitalistici negli ultimi due secoli presenta tre caratteristiche comuni. La prima è che l’economia di mercato segue un andamento oscillatorio con intensità variabile. Le fluttuazioni sono, quindi, permanenti. In secondo luogo, esse sono irregolari, ovvero sostanzialmente diverse le une dalle altre. In terzo luogo, le fluttuazioni sono strettamente connesse con la crescita del sistema economico, come a dire che più dinamica è la crescita, più frequenti saranno le fluttuazioni. Inoltre, il crescente grado di integrazione fra le diverse economie comporta un effetto di contagio tra i diversi paesi industrializzati ed emergenti e i diversi mercati.

Nel secondo dopoguerra l’ampiezza delle fasi cicliche è più contenuta rispetto ai decenni precedenti, ma esse sono più frequenti. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, dopo la crisi del 1987, si è assistito ad un risanamento dell’economia, con la ripresa dei consumi e, dal 1994 fino al 2001, della crescita economica, con il calo consistente della disoccupazione, ma anche con il rigonfiamento della bolla speculativa della new economy. Dopo il 2001, anno in cui vi è stato l’attacco alle Torri gemelle ad opera di Al qaeda, gli Usa hanno iniziato una fase di “recessione”, non intesa nel senso comune del termine, ma secondo la definizione shumpeteriana, ovvero quella fase di contrazione dell’economia che segue la fase di boom o di prosperità. L’Europa è stata caratterizzata, durante la prima metà degli anni Novanta, dalla riunificazione tedesca, dalla crisi economica svedese, dall’uscita dallo SME (Sistema Monetario Europeo) dell’Italia e della Gran Bretagna. Gli anni successivi sono stati caratterizzati dal processo di integrazione europea, dalla delega dei governi nazionali della politica monetaria in capo alla Banca centrale europea indipendente, dagli sforzi di contenimento dei deficit pubblici e dell’inflazione. I paesi in via di sviluppo, in particolare l’India e la Cina, hanno sperimentato, durante gli anni Ottanta e Novanta, una fase di crescita a tassi molto elevati, in gran parte in seguito al fenomeno della delocalizzazione internazionale delle fasi produttive e degli investimenti di multinazionali, prevalentemente americane, nei settori tradizionali. Ciò è valso alla Cina l’appellativo di “fabbrica del mondo”. La crescita dei paesi dell’Estremo Oriente, interrotta dalla crisi valutaria asiatica del 1997, che ha comportato un rallentamento nella loro crescita, è, quindi, ripresa con nuovo vigore.

I primi anni del secondo millennio sono caratterizzati da una progressiva integrazione fra le economie avanzate ed emergenti, per effetto della globalizzazione, e dal rigonfiamento e dallo scoppio delle bolle speculative. Allo scoppio della bolla speculativa della new economy, infatti, è seguito il rigonfiamento della bolla del mercato immobiliare, che è scoppiata nell’agosto scorso, e la simultanea creazione delle bolle delle materie prime, energetiche e alimentari. Ogni crisi economica è frutto di un fenomeno che gli economisti chiamano «shock stocastico», vale a dire un evento esterno e indipendente dalle intenzioni degli operatori economici. Ne furono esempi emblematici la crisi petrolifera del 1973 e quella del 1979, che provocarono la contrazione delle economie dei paesi avanzati. Gli eventi stocastici più probabili nei prossimi anni, potrebbero riguardare la situazione mediorientale, innescata da un eventuale inasprimento del terrorismo internazionale o da una guerra tra Israele e Iran per contrastare l’ascesa nucleare iraniana. Riguarderebbero, quindi, l’ambito della cosiddetta “geopolitica dell’energia”.

Le nuove sfide che le economie avanzate hanno di fronte per contenere le più probabili future crisi economiche oggi passano, quindi, soprattutto per il settore energetico e in particolare riguardano le innovazioni e la ricerca scientifica che portino alla produzione di fonti energetiche rinnovabili, a basso costo ed eco-compatibili. Fra le fonti energetiche del futuro il ruolo fondamentale spetterà inevitabilmente alla produzione nucleare, che attualmente si ottiene tramite il processo di fissione nucleare. La sfida del domani è la fusione nucleare, ovvero quel processo energetico insito nell’attività del sole e che tutt’oggi è ancora impossibile per l’attività produttiva dell’uomo, poiché si è solamente in grado di innescare la reazione della fusione, ma non sono stati ancora elaborati i sistemi di sicurezza che possano contenere l’immenso effetto propulsivo che la fusione comporta.

Le bolle speculative nel mercato delle materie prime, in concomitanza con l’aumento della domanda di forniture energetiche dei paesi emergenti, hanno causato un progressivo innalzamento dei prezzi del greggio, in primo luogo, e, quindi, di alcuni importanti generi alimentari. I paesi industrializzati hanno di fronte a loro una gamma di scelte politiche per reagire all’aumento dell’inflazione nella sua componente importata. La prima è senza dubbio quella di produrre energia “in house” mediante la creazione di generatori nucleari all’interno dei confini nazionali e mediante una elaborazione di un equilibrato mix di fonti tra loro non alternative, ma integrate, che possano essere sia di tipo tradizionale (nucleare, petrolio, idroelettrico, gas e carbone pulito) per le grandi forniture, sia non tradizionale (eolico, fotovoltaico e biomasse) per le piccole forniture private e locali. Una seconda scelta è quella di controllare gli atteggiamenti speculativi degli operatori mediante politiche governative coercitive e di disincentivo. Più efficiente potrebbe essere la costituzione di un organo soprannazionale che avesse il compito di sorvegliare i mercati finanziari e fosse in grado di prevedere sul nascere e di contrastare le bolle speculative.

Oltre alla crisi del sistema finanziario causato dal rigonfiamento e dall’esplosione delle bolle speculative, anche il sistema degli scambi è entrato in una profonda crisi. La conclusione dei negoziati del Doha Round del 30 luglio scorso, dopo sette anni, non ha portato ad alcuna posizione comune tra i paesi industrializzati e i paesi emergenti riguardo alla semplificazione e all’abolizione dei dazi per favorire la multilateralità degli scambi. Ciò porterà presumibilmente ad un fiorire di numerosi accordi bilaterali e regionali a carattere preferenziale che si sommeranno a quelli attuali, già molto numerosi (secondo il Sole 24 Ore sono ben 211 in vigore in tutto il mondo, mentre altri 20 sono stati firmati e non sono ancora operativi e altri 70 sono in via di negoziato). L’intensificarsi di relazioni preferenziali potrebbe portare con più facilità a situazioni di contrasto commerciale e anche politico fra i diversi paesi. Si allarga quindi la distanza da quel mondo disegnato dagli accordi di Bretton Woods del 1944, in cui si istituirono i cambi fissi e si impose il vincolo della bilancia dei pagamenti per creare un Nuovo Ordine Monetario Internazionale. L’Italia potrà giocare un ruolo importante nel contesto mondiale in occasione della prossima presidenza del G7/G8 se sarà in grado di concentrare l’attenzione dei potenti del mondo sulle questioni essenziali di un nuovo assetto energetico e di un nuovo ordine monetario internazionale.

Emanuela Melchiorre

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