La geopolitica russa dell’energia

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 4 settembre 2008

 

Non si era molto lontani dalla realtà quando alla fine di luglio si scriveva, dopo una analisi dei cicli economici mondiali che si sono succeduti nella storia, di un probabile «shock stocastico» che avrebbe agito nell’ambito della geopolitica dell’energia per variare, ancora una volta, l’andamento dell’economia mondiale. Allora avevamo ipotizzato un inasprimento della questione mediorientale, che aveva per attori protagonisti Israele e Iran. Tale ipotesi resta ancora valida. Invece, nel mese di agosto, per la precisione il giorno 7, nel pieno svolgimento dei Giochi olimpici celebrati in Cina, Vladimir Putin si è spogliato delle vesti della festa e ha indossato l’uniforme militare per invadere la Georgia, l’unico paese del gruppo dei CIS (Commonwealth of Independent States) che possiede, ma è più corretto dire possedeva, l’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan che trasporta per 1.768 chilometri il petrolio dal mar Caspio al Mediterraneo, senza passare per il territorio e, quindi, per il controllo della grande madre Russia.

Secondo opinionisti ben informati, il piano russo di invasione della Georgia era stato congegnato da almeno quattro anni e la colpevole azione di forza del presidente georgiano per riacquisire potere e influenza nelle regioni filorusse e secessioniste, Abkhazia e Ossezia del Sud, è stata un comodo pretesto per giustificare la successiva invasione di Putin della Georgia. Le vie diplomatiche Ue-Mosca hanno condotto in questi giorni ad alcuni labili accordi, dopo un mese caldo e colmo di tensioni accresciute soprattutto dal riconoscimento da parte di Mosca dell’indipendenza delle due regioni georgiane dal governo della Georgia. Mosca ha affermato, in occasione del vertice straordinario di Bruxelles di ieri l’altro sulla crisi georgiana, che non intenderà tenere per un tempo indefinito le sue forze nelle due regioni georgiane e che permetterà ai caschi blu dell’Onu di intervenire. Inoltre, l’agenda stabilita ieri l’altro a Bruxelles prevede che il presidente francese Nicolas Sarkosy si recherà a Mosca e a Tiblisi, in qualità di Presidente di turno Ue, accompagnato da Barroso e da Solana, rispettivamente presidente della Commissione e capo della diplomazia, per chiedere l’applicazione dei 6 punti sottoscritti da Mosca e dalla Georgia per il ritiro delle truppe russe. Sul tavolo delle trattative vi è come contropartita il proseguimento del discorso sul partenariato economico tra Ue e Russia al quale Medvedev e Putin tengono molto. Allo stesso tempo però Putin ha già investito ben 16 miliardi di dollari di riserve valutarie in questa crisi, che danno una unità di misura di quanto pesi il controllo della regione nei piani espansionistici russi.

Probabilmente, come ha affermato il premier Silvio Berlusconi, si è scongiurato il rischio di una nuova guerra fredda e la via del dialogo è senza dubbio quella che premia più di ogni altra. Non si può non affermare, però, che il tacito ricatto che la Russia esercita sull’Europa grazie alla sua posizione di fornitore principale di energia avrebbe potuto essere ridimensionato, se non del tutto rimosso, qualora l’Europa avesse perseguito una propria politica energetica di sviluppo delle fonti, della produzione, della ricerca e della tecnologia, così come era nei disegni dei padri fondatori.

Non si prevede che la situazione georgiana possa risolversi entro tempi brevi, né prima del prossimo Natale. È evidente, infatti, che Putin sta aspettando l’esito delle elezioni presidenziali americane di novembre prima di agire nuovamente, mantenendo per ora le truppe nei punti strategici del territorio georgiano. La guerra russo-georgiana è il risultato di un piano geopolitico di vaste dimensioni. Infatti, Putin vuole riappropriarsi di tutte le fonti e di tutte le vie di comunicazione di gas e di petrolio dell’area del Caspio e del Caucaso, ovvero di quell’area che va dal Kazakhstan al Turkmenistan, alla Georgia. Furono queste le ragioni che hanno portato alla guerra tra Russia e Cecenia, la piccola regione quasi pacifica detentrice di vasti giacimenti di petrolio, ma soprattutto crocevia degli scambi petroliferi mondiali con l’importate oleodotto che collega la Russia con i pozzi di Baku sul Mar Caspio in Azerbaigian e che poi si dirama a Sud verso il Mar Nero, non lontano dal confine turco. Vladimir Putin ha intenzione di fare altrettanto in Georgia in questi giorni. Ha colpito la regione nella sua indipendenza economica, come denuncia l’inviata del Sole 24 Ore Antonella Scott, distruggendo le vie di comunicazione est-ovest del paese e causando in tal modo il crollo degli scambi commerciali, bruciando le foreste di Borjomi e colpendo, per tale via, il centro dell’industria di legname georgiana, posizionando infine le proprie forze armate lungo la via dell’oleodotto.

 Fonte: www.nationalgeographic.com

Il Grande Gioco dell’energia della Russia prevede il coinvolgimento di un altro giocatore di vastissime dimensioni: l’Asia e in particolare la Cina. Le relazioni sino-russe non si esauriscono nella sola fornitura di energia. La Russia intreccia le relazioni commerciali con la Cina ai piani di investimento in infrastrutture, nonché a quelli politici internazionali. Osservare le azioni della Russia non è un semplice esercizio di analisi geopolitica. I piani strategici russi ci riguardano molto da vicino e non solo geograficamente. Infatti il 61% delle importazioni di petrolio dell’Unione europea proviene dalle regioni dell’ex Unione sovietica. In particolare il 33% delle importazioni italiane di gas proviene dalla Russia, mentre un altro 30,5% proviene dall’Algeria, paese, quest’ultimo, che ha sottoscritto nell’agosto del 2006 un cartello internazionale con la Russia, passato alla cronaca con il nome di «Opec del gas».

Oltre che per perseguire fini di pacificazione e collaborazione con la Libia, il premier Silvio Berlusconi, anche nell’ottica di ridurre almeno in parte la dipendenza del nostro paese dalle forniture russe, ha firmato a Tripoli il 30 agosto scorso il «Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione» con il colonnello Muammar Gheddafi. Il trattato prevede, fra molti importanti obbiettivi e programmi di risarcimento e investimenti, nonché di vigilanza delle rotte dell’immigrazione clandestina, anche quello di un aumento delle quote di fornitura all’Italia di petrolio e gas libici.

Emanuela Melchiorre

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