Per risanare l’economia bisogna bloccare i tentacoli della speculazione

Aspettando il rilancio

di Emanuela Melchiorre pubblicato su www.loccidentale.it l’8 Settembre 2008
 
 

Il dollaro continua ad apprezzarsi sull’euro, mentre il prezzo del petrolio è in flessione e si prevede che scenderà presto sotto i 100 dollari al barile. I due andamenti sono altalenanti, ma la tendenza è chiara ed è il risultato di un processo cominciato all’inizio di giugno, quando il Tesoro statunitense e la Fed dichiararono che il dollaro aveva raggiunto un livello troppo basso. Seguirono allora altre dichiarazioni della Fed che avrebbe rivisto i tassi di interesse e, contemporaneamente, il Tesoro accennò a futuri interventi sul mercato valutario. Il risultato di questa sequenza di comunicati tra la Banca centrale statunitense e il Tesoro ha provocato un’iniziale ripresa del dollaro, che è stata rafforzata dal successivo intervento del presidente Bush di revoca del divieto di estrazione del petrolio al largo delle coste americane. 

Ma è comunque presto per poter affermare che l’economia statunitense con essa l’economia mondiale siano oggi uscite dalla crisi subprime e immobiliare, con vertiginosa caduta dei nuovi acquisti degli immobili. Dopo il buon risultato di un aumento del Pil pari al 3,3% degli Usa su base annua (la stima precedente mostrava una crescita dell’1,9% il maggior rialzo dal terzo trimestre 2007), le previsioni per i restanti mesi dell’anno sono piuttosto pessimistiche, visto sia l’alto livello pei disoccupati Usa (del 6,1% in agosto), sia le difficoltà delle banche nonostante la decisione storica dell’amministrazione Usa di salvare dal fallimento con un intervento di 200 miliardi di dollari le due banche, Fannie Mae e Freddi Mac, maggiormente esposte nel finanziamento dei mutui subprime. Il risanamento richiederà tempo, visti gli ingenti danni provocati dalla speculazione finanziaria selvaggia. Intanto, c’è da affrontare la crisi che ha investito l’eurozona. In particolare l’economia della Germania sembra essere caduta in recessione (la produzione industriale è caduta dell’1,8% rispetto al trimestre precedente), mentre gli altri grandi paesi, tra cui l’Italia, sono praticamente fermi. In tutta l’area dell’euro si nota una contrazione dei consumi, la Bce sembra intenzionata a mantenere alti i tassi di interesse per contrastare l’inflazione e l’euro è ancora troppo forte e, quindi, rappresenta un ostacolo alla ripresa economica. Dall’estremo Oriente giungono segnali preoccupanti e, in particolare, la Cina vedrà dimezzarsi il suo tasso di crescita poiché, nonostante la messa in scena delle Olimpiadi, il numero delle fabbriche chiuse continua ad aumentare.

A livello mondiale, il crollo delle borse valori riducono ad ogni caduta i valori speculativi, che purtroppo sono ancora lungi dall’essere azzerati. È opinione diffusa che la situazione economica internazionale potrà vedere una qualche direttrice con il discorso sullo Stato dell’Unione che il nuovo presidente degli Usa farà a gennaio 2009. Intanto, dovrebbe proseguire il rientro dagli alti valori speculativi sulle materie prime, tra cui il petrolio e i generi alimentari di base.

L’origine dell’attuale situazione mondiale è lontana nel tempo e risale agli inizi degli anni Novanta, caratterizzati dalla new economy, ossia dall’economia dei servizi. Molti analisti del tempo sostenevano che questa nuova via dell’economia potesse soppiantare in gran parte la old economy, ovvero quella dei prodotti alimentari, energetici e industriali, quindi l’economia che ci ha fatto prosperare. La nuova via dell’economia dei servizi, imperniata su quelli finanziari, favorì e incentivò la nota corsa alla speculazione di borsa che durante gli otto anni di presidenza di Clinton illuse i grandi e soprattutto i piccoli risparmiatori che “giocando in borsa” sarebbe stato possibile arricchirsi. Come era da attendersi, la bolla della new economy scoppiò con perdite ingenti per i risparmiatori. La speculazione internazionale si spostò allora sul mercato immobiliare con conseguente formazione della bolla speculativa scoppiata anch’essa clamorosamente. Subito la speculazione internazionale ha creato un’altra bolla, quella del petrolio e sui generi alimentari. Di conseguenza ha innescato l’inflazione internazionale, come già anticipato, dal rialzo del prezzo dell’oro (810 dollari l’oncia). Anche quest’ultima bolla deve scoppiare e già si avvertono i primi segni premonitori (il prezzo calante del petrolio e l’apprezzamento del dollaro), mentre continua a latitare una politica economica e finanziaria che tagli gli artigli alla speculazione, fin dal suo primo insorgere. Tra l’altro, sarà necessario sviluppare una stretta collaborazione tra la Fed e la Bce.  Attualmente, la Federal Reserve agisce diversamente dalla Banca centrale europea, in quanto il suo statuto le consente di monitorare e di operare considerando anche le variabili economiche fondamentali dell’occupazione e della crescita economica, e non solo l’inflazione. La Bce, invece, mira esclusivamente a contenere l’inflazione e agisce in assoluta autonomia dai governi nazionali ai quali, in ossequio al trattato di Maastricht, non può essere concesso alcun credito. La stessa norma vale per gli enti pubblici. Così gli interventi della Bce sul mercato monetario si muovono nell’ambito delle banche commerciali, ossia delle banche che da molti anni finanziano le bolle speculative. Sul bollettino del luglio scorso della Bce si legge che le aspettative di inflazione dell’euro-zona sono ancora pessimistiche. Pertanto, la Banca centrale europea ha lasciato invariato il tasso ufficiale (attualmente al livello del 4,25%).

Non è stata ancora appresa la lezione che la storia finanziaria di questi ultimi decenni ha tentato di impartire. Le banche centrali debbono collaborare anche con i governi e questi devono essere in grado di privilegiare la politica economica sulla finanza speculativa, che lascia sempre rovine e disoccupazione. È tempo di porre sotto severo controllo la finanza e i suoi numerosi strumenti speculativi creati in questi ultimi due decenni, tra cui le cartolarizzazioni e le operazioni sui futures, che sono  meri strumenti speculativi, sui prodotti energetici e sulle soft commodities (ovvero su riso, frumento, zucchero e olio), trattati in special modo sulla borsa merci di Chicago e di Londra. A un severo controllo non deve sfuggire il cosiddetto “terzo mercato”, ovvero il mercato non ufficiale denominato «over the counter», privo di un’affidabile regolamentazione e standardizzazione dei contratti, i cui confini quindi sono del tutto indeterminati. Ci sono poi gli Hedge funds, i fondi pensione, i fondi sovrani, le grandi banche d’affari che hanno raggio d’azione internazionale e che fanno il bello e il cattivo tempo. Persino importanti università operano nel mondo della speculazione.

La crisi è talmente profonda e vasta che è necessario una stretta collaborazione oltre che tra le banche centrali, anche tra i grandi paesi. Ad esempio il G8 deve riportare in primo piano la politica economica di crescita sana, al riparo dalle speculazioni finanziarie. Energia e occupazione sono temi da affrontare con priorità. Qualcosa si sta muovendo in materia di energia con l’intenzione di rafforzare adeguatamente la produzione di energia nucleare. In breve, si tratta dell’ “asse franco-inglese”, ovvero dell’accordo tra Nicolas Sarkozy e Gordon Brown. Anche il piano energetico elaborato dall’attuale governo italiano si muove in questa direzione, visto che prevede la costruzione di quattro nuovi reattori nucleari, anche se non prima del 2012. Non è peregrina l’idea del premier Silvio Berlusconi, che nel corso del G8 ha proposto di incrementare la produzione di reattori nucleari fino a raggiungere un numero di 1000 centrali nucleari, raddoppiando quindi l’attuale situazione mondiale. È interessante anche l’ultima proposta di Tremonti di incrementare i margini di deposito obbligatori sui contratti speculativi sul petrolio e sulle commodity per disincentivare gli atteggiamenti speculativi, senza comportare il fenomeno della traslazione sul prezzo finale al consumatore, tipico delle imposte alla produzione.

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