Alitalia. Il «miracolo» è possibile

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it  il 9 settembre 2008

L’11 settembre scadrà il termine per la conclusione della trattativa con i sindacati per il salvataggio dell’Alitalia con la sua trasformazione nella nuova Compagnia Aerea Italiana (CAI). Dopo il «miracolo» a Napoli, compiuto dal governo con la risoluzione in appena 58 giorni dell’«emergenza rifiuti», durata ben 14 anni, ora ci si aspetta da Silvio Berlusconi un secondo «miracolo» a Milano e a Roma con la conclusione, auspicabilmente positiva, del cosiddetto «piano Fenice». Scongiurato il rischio di svendita dell’Alitalia all’Air France (l’investitore che più di ogni altro rappresentava il diretto concorrente della compagnia di bandiera), che sarebbe costato l’onere del ricollocamento di circa 4.000 esuberi, oltre ai 1.750 dichiarati, e che avrebbe replicato disastrosamente il caso Cirio e gli altri esempi di vergognosa svendita da parte di Prodi dei «gioielli di famiglia» italiani, il premier Silvio Berlusconi si è fatto carico delle sorti di un’azienda, l’Alitalia, ed ha preferito sbucciare personalmente la patata bollente che avrebbe potuto comodamente lasciare al suo predecessore, per poi recriminarne l’imperizia.

La salute dell’Alitalia è stata avvelenata da decenni di malgoverno e di scelte sbagliate. Ciò che è accaduto è stato come la «mungitura della vacca grassa» da parte di una sfilza di sigle sindacali, ciascuna trincerata sulle proprie posizioni di interesse particolare. Per avere un’idea della folta giungla sindacale basti citare i dati raccolti da Economy: vi è Filt-Cgil (che rappresenta 2.522 dipendenti), Uil Trasporti (2.063), Cisl-Fit (2.057), per lo più personale di terra e assistenti di volo. La gran parte dei piloti è rappresentata dall’Anpac (1.022) e dall’Up (350). Le hostess e gli steward sono rappresentati dall’Anpav (545) e dall’Avia (760). Vi sono poi l’Ugl (1.050), l’Sdl (1.700) e il Cub (250), che si dichiarano vicini alla base e che rappresentano il personale di terra.

La via perseguita da Berlusconi è di netta rottura rispetto a quella del precedente governo. Egli ha saputo scegliere gli uomini da consultare e da coinvolgere. Si è fidato dell’abile manager Corrado Passera e ha scelto la seconda banca italiana, Banca Intesa. Si è rivolto a Roberto Colaninno, il «capitano coraggioso» della sinistra, come lo definì D’Alema ai tempi della scalata Telecom, e che ora, a detta di molti di quella estrazione politica, è divenuto un traditore. Insieme a Colaninno sono molti altri grandi nomi dell’imprenditoria italiana: Riva, Marcegaglia, Fossati, Gavio, Tronchetti Provera, Benetton, Ligresti e altri. Vi è un partner straniero di prestigio (Air France o Lufthansa), che questa volta siede al tavolo delle trattative alla pari, e non più dettando le proprie condizioni, visto che sono cambiati i rapporti di forza.

Il premier si è affidato alla sapiente regia di Gianni Letta, sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, abile ed infaticabile negoziatore, che è riuscito a mediare bene anche con i sindacati, la maggior parte dei quali si è mostrata disponibile e ha espresso il suo apprezzamento. Molte riserve pone ancora il sindacato della Cgil. Epifani è, infatti, il personaggio, nella migliore delle ipotesi, più enigmatico. È stato lui il promotore della vendita dell’Alitalia al tempo della coppia Prodi-Padoa-Schioppa ed è stato ancora lui a mandare a monte le trattative con l’Air France, dando così l’occasione all’attuale governo di garantire all’Italia una propria compagnia di bandiera. Oggi Epifani è rimasto l’ultimo sindacalista deciso ad andare allo scontro, rischiando di sobbarcarsi, per tale via, tutta la responsabilità di un fallimento delle trattative e la perdita del posto di lavoro per 20 mila persone. Il ministro Sacconi ha annunciato che il «piano Fenice» prevede 3.250 esuberi, meno di quelli previsti nella vecchia proposta di Air France, che avrebbe abbandonato tutti i 4.200 dipendenti diretti dei servizi di terra. Tale argomento dovrebbe aiutare molto a superare anche la più caparbia resistenza sindacale.

Ma non è solo sul piano degli esuberi che si gioca questa difficile partita. Sono importanti anche e soprattutto i piani di lancio della nuova compagnia, che prevedono in primo luogo una scelta e una diversa specializzazione tra Linate e Malpensa, superando in qualche modo la concorrenza tra i due aeroporti. Dal primo aeroporto dovranno partire i voli verso le destinazioni nazionali, dal secondo quelli verso destinazioni a lungo raggio. Occorre ridefinire, inoltre, le rotte brevi (Milano, Roma, Napoli, Venezia, Catania e Torino) e quelle lunghe (Caracas, New York, Boston, Chicago, Miami, Rio de Janeiro, San Paolo, Tokyo, Osaka, Buenos Aires e Toronto) di sicuro interesse per un paese come l’Italia, che presenta un mercato di viaggiatori molto dinamico. Inoltre, la nuova CAI dovrà volare verso la Cina (Shangai e Pechino), in Corea (Seul) in Nigeria (Lagos), in Senegal (Dakar). Il medio raggio collegherà tutte le principali città europee e una serie di destinazioni intercontinentali (Algeri, Casablanca, Dubai, Tal Aviv, San Pietroburgo, Tripoli e Tunisi). Infine, occorrerà che il piano di sviluppo assicuri un livello dei prezzi delle tratte interessante e stabile, nonché una qualità ed una sicurezza dei servizi adeguate.

Emanuela Melchiorre

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