Crisi economica e investimenti per la crescita

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 11 settembre 2008

Il tasso di disoccupazione statunitense (pari al 6,1%) è notevolmente superiore alle attese. Il suo annuncio la scorsa settimana ha fatto crollare le borse di tutto il mondo. Il clamoroso salvataggio da parte del governo Usa delle due agenzie Fannie Mae e Freddi Mac, specializzate nel mutuo casa, costituisce un’ulteriore conseguenza, tra le più eclatanti, dello scoppio della bolla speculativa detta dei subprime, non ancora conclusa.

Al crollo delle borse si è accompagnata, però, come di consueto, una certa riduzione dei valori speculativi, anche se questi rimangono ancora molto elevati. Allo stesso tempo il dollaro si è apprezzato sull’euro (attualmente 1,40 dollari per un euro) e il prezzo del petrolio è sceso (il Wti è sotto i 100 dollari al barile dopo aver toccato un picco di 140 dollari). Sembrano essere questi i primi effetti dello sgonfiamento della bolla speculativa sui prodotti energetici. Si sta diffondendo, inoltre, l’opinione che la situazione economica mondiale possa avvicinarsi ad un punto di svolta, ma non prima di gennaio 2009, quando il nuovo presidente degli Stati Uniti si sarà insediato e avrà pronunciato il discorso sullo Stato dell’Unione. Nel frattempo dovrebbe continuare il rientro dei valori speculativi sui mercati energetici e alimentari, che sono la causa principale dell’attuale tendenza inflazionistica. Giova, infatti, ricordare che sono stati proprio i contratti futures sul petrolio e sulle soft commodities ad aver generato il dilagarsi di aspettative al rialzo del loro prezzo e di conseguenza il loro posizionamento su livelli sempre più elevati. Dopo l’annuncio di giugno della Federal reserve che dichiarava che il dollaro Usa aveva raggiunto un livello troppo basso, le aspettative di prezzi dei prodotti energetici sembra si siano invertite.

La crisi è comunque ancora profonda e investe non solo gli Stati Uniti, ma anche e soprattutto l’Europa. Molti analisti sono concordi nell’affermare che se la Bce avesse agito riducendo il tasso ufficiale in occasione dell’ultimo comunicato di settembre (attualmente al 4,25%, con due punti percentuali di differenza dal tasso ufficiale statunitense), l’economia dell’euro-zona ne avrebbe giovano notevolmente, proprio in questo momento in cui si registra una contrazione allarmante. Il prodotto nazionale lordo dell’area dell’euro, infatti, nel secondo trimestre si è ridotto dello 0,2%. Si tratta della prima riduzione del reddito dell’euro-zona dall’introduzione della moneta unica.

Le stime della Banca centrale europea per la crescita economica dell’area dell’euro sono sfavorevoli, in linea con le recenti dichiarazioni Ocse. In particolare, per l’Italia le stime parlano di una contrazione dello 0,3% del Pil rispetto al trimestre precedente. Ma il dato più allarmante è la stima per la crescita dell’economia tedesca, che ha fatto parlare di recessione il vice ministro dell’economia Walther Otremeba. Infatti, a  luglio la produzione tedesca è calata molto più del previsto, dell’1,8% congiunturale a fronte di una stima di 0,5%. Anche le altre due maggiori economie dell’Ue, la Francia e la Spagna, hanno subìto una contrazione del Pil, rispettivamente dello 0,3% e dello 0,1%.

È un imperativo che nonostante la congiuntura economica tra le più sfavorevoli, l’Italia debba ricominciare a crescere. Le parole chiave sono occupazione e energia. Infatti, il bandolo della matassa è rappresentato dal valore della produttività del lavoro, che in Italia è tra i più bassi rispetto agli altri paesi Ocse. Solo attraverso l’aumento della produttività del lavoro, in seguito agli investimenti in tecnologia, è possibile aumentare l’occupazione e con essa i redditi dei lavoratori, i consumi, il risparmio, il Pil e gli investimenti.

Allo stesso tempo, è opportuno investire nell’ambito energetico al fine di rendere l’Italia meno dipendente dalla fornitura estera. È, infatti, in questa ottica che si posiziona il programma di governo che permetterà la creazione di quattro nuovi reattori nucleari entro il 2012. Senza alcun dubbio è un programma ambizioso, poiché occorrerà superare non solo ostacoli di ordine burocratico e di raccolta di risorse finanziarie, ma anche e soprattutto di ordine prevalentemente ideologico, radicati nella coscienza dell’opinione pubblica italiana e per lo più frutto di disinformazione.

Non è peregrina la proposta che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha lanciato al workshop Ambrosetti, lo scorso 7 settembre, di trasformare la Banca europea degli investimenti (Bei) in una sorta di Cassa depositi e prestiti dell’Unione destinata a finanziare lo sviluppo delle reti infrastrutturali dei paesi membri, al fine di superare la crisi economica attuale. La Bei, infatti, è attualmente un’istituzione specializzata nel finanziamento di progetti di sviluppo nelle aree più arretrate dell’Unione e degli Stati adiacenti. Gli stati membri dell’Ue hanno sottoscritto il capitale e ne sono, quindi, gli azionisti. È forse venuto il momento di convertire questo importante strumento per utilizzarlo a favore della crescita economica di tutta l’area e, quindi, anche per finanziare gli investimenti strategici per l’economia dei paesi membri che, sebbene industrializzati, subiscono gli effetti di una congiuntura economica tra le più sfavorevoli.

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