Alitalia: hanno vinto il cinismo e il calcolo politico

 di Emanuela Melchiorre pubblicato su www.ragionpolitica.it il 18 settembre 2008

Nel precedente articolo sull’Alitalia che abbiamo pubblicato su questo giornale  il 9 settembre scorso, indicavamo soprattutto nell’atteggiamento sempre egoistico e miope di troppi sindacati le ragioni di difficoltà alla replica di un miracolo, dopo quello di Napoli, da parte del governo Berlusconi. Il miracolo non si è ripetuto e l’Italia e gli Italiani non possono che rammaricarsi profondamente.  

Da molti anni ormai si avverte l’esigenza di un ripensamento del ruolo del sindacato nella società italiana, della sua struttura e del suo funzionamento, delle sue finalità e del rapporto tra il sindacalismo e la politica. Il ripensamento avrebbe dovuto essere fatto in termini di una ricerca attenta del «bene comune» e di una attenuazione della difesa accanita dei privilegi delle categorie più forti, pur nella specifica attenzione ai problemi del lavoro intesi in senso lato e riguardanti, quindi, anche quelli dei disoccupati e dei pensionati.

Questo auspicato ripensamento non si è ancora verificato. I sindacati hanno continuato a ragionare con sclerotica monotonia in termini di rafforzamento e di centralizzazione dell’organizzazione interna del sindacato, di sopravvivenza del sindacato in quanto tale e di salvaguardia del controllo di tutto l’apparato da parte dei leader, di mantenimento del segreto sul reale numero dei loro iscritti, di esclusione di qualsiasi controllo da parte dello Stato, di sfruttamento dei distacchi sindacali, di rinnovazione automatica delle iscrizioni, di autoregolamentazione, di felici approdi in comodi seggi parlamentari, di giustificazione della legge del più forte.

Poco o nulla hanno potuto alcune timide più recenti riforme della normativa sindacale, quali il potere di precettazione o l’obbligo di preavviso dello sciopero in un sistema produttivo altamente integrato, in cui l’astensione dal lavoro di una minuscola categoria, per avventura collocata in un segmento strategico della catena produttiva, come ad esempio i piloti, i controllori di volo, gli assistenti di volo, o gli addetti alla sicurezza negli aeroporti, può provocare la paralisi generale del sistema nazione, con notevoli ripercussioni anche sulla regolarità del traffico internazionale.

A causa di un potere sindacale tanto profondamente sbilanciato a favore di categorie che possono ben sfruttare le loro rendite di posizione, continuano a coesistere, in Italia, stipendi favolosi con retribuzioni miserrime, rapporti di lavoro graniticamente stabili o quasi ereditari con altri persistentemente precari, incentivi al pensionamento anticipato con blocchi delle pensioni di anzianità e rinvii di quelle di vecchiaia, liquidazioni sostanziose con trattamenti di fine rapporto vergognosi, ammortizzatori sociali incredibili, cassa integrazione e mobilità lunghissime con ostinata disoccupazione giovanile, privilegi di ogni tipo (mutui agevolati, abitazioni di servizio, automobili di stato con autisti, facili missioni e viaggi gratuiti, dopolavori fantastici, servizi gratuiti e coperture assicurative privilegiate) per alcune categorie con il rigore più assoluto per altre.

Il cinismo di una delle categorie più privilegiate d’Italia, quella dei piloti, consapevoli della loro forza e, probabilmente, della facilità di trovare una nuova occupazione anche dopo il fallimento dell’Alitalia, e il calcolo politico di una Cgil, che ha nicchiato fino all’ultimo, preferendo un insuccesso del governo al salvataggio di 20.000 posti di lavoro, hanno contribuito in maniera determinante a questo probabile epilogo della nostra Compagnia di bandiera, con tutti gli effetti negativi che ne seguirebbero per l’economia italiana, per l’immagine nel mondo della nazione, per la sorte delle categorie di dipendenti della stessa compagnia meno forti e meno protette.

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