Crisi finanziaria, urge un intervento

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 2 ottobre 2008

Nei prossimi giorni il piano Bush approntato per fronteggiare la crisi finanziaria – della quale non si hanno ancora le esatte dimensioni, giacché la proliferazione dei titoli, compresi quelli cosiddetti «spazzatura», è stata immensa – sarà sicuramente approvato con gli aggiustamenti necessari per correggere l’impostazione data dal ministro del tesoro statunitense Paulson, ex presidende della Goldman Sachs, che lo aveva elaborato con troppa fretta, dando l’impressione di voler salvare gli amici. Posti al riparo i fondi pensione con il salvataggio di Aig, presso il Congresso è prevalso il criterio di ripulire il mercato dalla speculazione selvaggia.

Nei prossimi giorni il nuovo piano, che ha superato il vaglio del Senato e che è stato rivisto sulla base degli emendamenti introdotti introdotti, fortemente protesi verso la middle class (con sgravi fiscali per i contribuenti e per le piccole medie imprese, sarà sicuramente approvato venerdì anche alla Camera, perché è indispensabile intervenire per affrontare e soprattutto per risolvere la crisi, senza provocare un disastro ben più vasto e più profondo di quello conseguente allo scoppio della bolla speculativa del 1929. Allora era presidente degli Stati Uniti il repubblicano H. C. Hoover, che a suo tempo era stato commissario della Società delle Nazioni in Siberia, nell’intento di studiare i soccorsi in favore della popolazione affamata. I suoi telegrammi parlavano di alcuni milioni di morti per fame a causa della rivoluzione bolscevica. Hoover, per la durata del suo mandato, non volle intervenire e anche durante la campagna elettorale del 1932 sosteneva, in stridente contrasto con la situazione economica, caratterizzata, tra l’altro, da più di 14 milioni di disoccupati, che all’epoca era una cifra astronomica, che la ripresa era dietro l’angolo e che il mercato avrebbe aggiustato ogni cosa. Proprio il libero mercato dimostrava, invece, la sua vera natura di far lavorare i fattori della produzione alla minima combinazione possibile, vale a dire lasciando inoperosi i fattori abbondanti, tra cui il lavoro, rispetto al capitale, sempre scarso.

Come noto, toccò a Roosevelt, vincitore delle elezioni del 1932, elaborare l’intervento con il famoso New Deal, che, seppur fortemente osteggiato, alla fine prevalse e consentì, attraverso la svalutazione del dollaro nella misura del 40,9 per cento e la ricostituzione delle riserve bancarie azzerate dalla crisi, di riprendere il cammino. Era il 1934 e i valori di borsa erano ritornati al livello del 1924, allorché la speculazione aveva preso l’avvio in seguito all’afflusso continuo di capitali verso gli Stati Uniti che fuggivano dall’Europa per il timore del comunismo. La Federal Riserve, creata pochi anni prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, non aveva ancora sufficiente esperienza e si limitava a controllare la circolazione metallica e cartacea, mentre ormai gli speculatori operavano con gli assegni. Così la curva dei valori di borsa crebbe continuamente fino al 1929, allorché ebbe inizio il ramo discendente della parabola, che ebbe un andamento per così dire a sega, ossia cadute seguite da rimbalzi in un trend discendente.   

Oltre al Piano di Bush, occorre che anche l’Europa tutta partecipi al salvataggio. In particolare, impegni precipui attendono la Banca centrale europea, come quello di adeguamento del suo Statuto a quello della Riserva Federale Usa, di difendere il potere di acquisto della moneta in funzione anche della congiuntura, ossia dell’occupazione. Lo statuto della Bce guarda, invece, alla moneta fine a se stessa, con il risultato che oggi resiste un euro assurdamente caro, mentre l’economia dell’euro-zona langue. Non sussistono ragioni economiche e politiche in base alle quali l’euro debba valere poco meno di un dollaro e mezzo, mentre dovrebbe posizionarsi sotto la parità, ossia un dollaro dovrebbe valere un euro e un quarto, stando almeno ai rispettivi flussi di reddito e di esportazioni.

Nel piano di manovra che dovrà coinvolgere i paesi industrializzati e i paesi emergenti (in particolare Russia, Cina, India e Brasile) dovranno essere ben delineate le linee di salvataggio, previo azzeramento dei valori speculativi. Più che parlare di nazionalizzazione delle banche, come qualche frettoloso commentatore ha visto gli interventi della Fed per salvare, tra l’altro le due cosiddette «terribili sorelle», Fannie Mae e Freddi Mec, nonché l’Aig, occorre discorrere di salvataggio delle banche commerciali, la cui operatività è necessaria per assicurare i flussi di credito a breve termine alle attività economiche. Una particolare organizzazione dovrà essere approntata, inoltre, per i crediti speciali, settore nel quale in tutti questi anni ha operato in modo assurdo la speculazione. Altri particolari interventi dovranno riguardare i fondi pensione, il cui avvenire turba oggi i sonni degli americani. Il problema riguarda anche i fondi pensione italiani, che debbono essere sottoposti a particolari controlli in modo che la solidarietà sia completa nell’eventualità del dissesto di un fondo e soprattutto in modo che i fondi siano protetti dai tentativi di speculazione sui mercati mobiliare e immobiliare. Per la migliore tutela dovrebbe essere obbligatorio investire le giacenze nel comparto dei titoli di stato.

Va da sé che gli inevitabili interventi debbono fare pulizia degli speculatori. In particolare, i vertici delle banche e degli istituti che hanno speculato debbono saltare e le loro liquidazioni devono essere congelate e versate in un fondo per risarcire i piccoli risparmiatori ingannati.

In generale, alla luce di quanto successo e di quanto dovrà accadere, si impone l’abbandono della banca universale che anche in Italia è stata caldeggiata per non dire imposta, facendo cadere la riforma bancaria del 1936 che aveva rigidamente separato il credito commerciale dal credito mobiliare e da quello immobiliare e fondiario. Come è noto, la riforma bancaria del 1936 fu approntata per impedire il ripetersi della speculazione che portò allo scoppio della bolla nell’ottobre del 1929. Occorre anche tornare al sano principio della specializzazione: il banchiere faccia il banchiere e non anche l’assicuratore e lo speculatore, ossia il finanziere; le poste curino la posta e non anche gli operatori turistici e i finanziari, mentre il risparmio postale deve servire agli enti locali per i loro investimenti; la borsa deve essere il luogo di reperimento di capitali freschi e non fungere da bisca legalizzata. Per svolgere questa funzione sono sufficienti i «casinò» autorizzati.

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