LA RISPOSTA EUROPEA ALLA CRISI FINANZIARIA

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 07 ottobre 2008

In un clima di apprensione per le sorti del sistema bancario americano ed europeo, la scorsa settimana il presidente francese Nicolas Sarkozy ha formulato la proposta di istituire un fondo di garanzia europeo, in risposta al piano Paulson approvato sabato negli Usa. Proprio nella giornata di sabato la proposta francese non ha trovato accoglimento in occasione dell’incontro dei quattro partner europei del G4 (Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia). Erano presenti anche il presidente della Commissione Europea José Manuel Durão Barroso, il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Junker e il presidente della Banca Centrale europea Jean-Claude Trichet. La proposta aveva incontrato le prime ostilità già la settimana scorsa da parte della Germania, che si era dichiarata contraria all’istituzione di un fondo comune a tutti i paesi dell’euro-zona, sostenendo che le banche europee si trovano in situazioni differenti le une dalle altre. Il portavoce del ministro delle Finanze tedesco Christine Lagarde aveva sostenuto, in tale occasione, che sarebbe stato più opportuno procedere con interventi ad hoc, man mano che le difficoltà dell’una o dell’altra banca si presentavano, così come è avvenuto fino ad ora con interventi diversi da paese a paese.

In questi mesi di crisi finanziaria, infatti, i governi europei hanno agito differentemente gli uni dagli altri per contrastare gli effetti della crisi nei loro sistemi bancari nazionali. Il caso più eclatante è stato quello irlandese. L’Irlanda ha deciso di garantire interamente i depositi delle banche e i debiti degli istituti di credito locali (le passività che sono state in tal modo coperte ammontano a circa 400 miliardi di euro, più del doppio del Pil irlandese). Questo provvedimento ha sollevato molte critiche da parte degli altri maggiori partner europei, che hanno letto in un tale intervento una forma di protezionismo e di concorrenza sleale del governo irlandese. La Francia, il Belgio, l’Olanda e il Lussemburgo hanno posto in essere, invece, un’azione congiunta per nazionalizzare i due colossi bancari multinazionali: la belga-olandese Fortis (con un impiego complessivo di 11,2 miliardi di euro) e la franco-belga Dexia (6,7 miliardi di euro). La Gran Bretagna, in febbraio, aveva nazionalizzato la Northern Rock, il colosso del credito ipotecario, investendo molte decine di miliardi di euro. Nei giorni scorsi il governo inglese ha, inoltre, rilevato 91 miliardi di dollari di mutui ipotecari della Bradford &Bringley. Il salvataggio della tedesca Hypo Re, che avrebbe dovuto prevedere la garanzia dei mutui ipotecari emessi dall’istituto per 35 miliardi di euro, ha trovato invece grandi difficoltà. La Danimarca e l’Islanda, infine, sono intervenute per nazionalizzare la banca danese Roskilde Bank (con un costo di un miliardo di euro circa) e l’islandese Glitrin (con un esborso di 600 milioni di euro). Nell’insieme, tali provvedimenti sono costati più di 100 miliardi di euro, tra nazionalizzazioni e aiuti di Stato a pioggia.

È prevalsa pertanto l’impostazione tedesca alla crisi e il risultato del vertice del G4 è stato quello di elaborare una strategia comune tra i grandi paesi europei, che conserveranno la loro autonomia nelle decisioni da prendere riguardo ai casi di salvataggio delle banche nazionali. Tali provvedimenti, però, saranno soggetti a un coordinamento europeo, nell’ottica di tutelare in prima analisi i risparmi dei correntisti e per diffondere fiducia nel sistema finanziario e bancario. È prevalsa, inoltre, l’idea del «chi sbaglia paga». Infatti, il premier Silvio Berlusconi ha più volte sottolineato l’importanza di introdurre nuove regole etiche nella gestione finanziaria, che prediligano gli investitori e selezionino e puniscano gli speculatori, mediante una riforma del sistema delle retribuzioni dei dirigenti. Non è peregrina la tesi di nominare un commissario ad hoc per ogni banca che ha speculato oltre ogni limite prudenziale. Ma servono anche nuove regole per la borsa. In particolare, occorre rendere permanente il divieto di vendere allo scoperto.

La crisi finanziaria non ha agevolato la situazione economica già difficile dei paesi dell’eurozona, che si sono dovuti barcamenare in una congiuntura difficile. Mentre l’economia Usa è in rallentamento e il tasso di disoccupazione aumenta, l’Europa e, in particolare, l’eurozona, è in situazione di stallo con tendenza alla recessione. Le ultime previsioni ipotizzano un tasso di crescita per il 2008 tra l’1 e l’1,7% e tra lo 0,6 e l’1,5 per il 2009. Occorre però osservare che si tratta di stime del luglio scorso, quando ancora la crisi finanziaria non era esplosa. Ormai l’economia internazionale è in forte rallentamento ed è probabile che tutto il mondo conosca la crescita zero nel prossimo anno.

In questo frangente vi è la politica della Banca Centrale europea, bloccata dal suo statuto in una eventuale azione di sostegno diversa da quella semplicistica di iniettare liquidità alle banche e a costi onerosi a causa degli alti tassi di interesse. Per tali motivi il G4 ha dichiarato di voler adeguare il Patto di stabilità affinché possa riflettere le circostanze sfavorevoli contingenti. In altre parole, ciò significa che il rientro del deficit di bilancio passa in secondo ordine. Seguirà a breve l’incontro dell’Ecofin in Lussemburgo per proseguire il lavoro iniziato dal vertice di Parigi. Il documento finale, che sarà redatto da Gordon Brown, sarà infine discusso in seno al Consiglio europeo e alla Bce. Il vertice di Parigi ha invocato la costituzione di un nuovo ordine  monetario internazionale, una nuova Bretton Woods, che dovrà essere discussa in occasione del futuro G8 della Maddalena nel 2009, presieduto da Silvio Berlusconi. In quella occasione saranno invitati anche India, Cina, Brasile, Messico, Egitto e il Sud Africa. I paesi partecipanti rappresenteranno così l’80% dell’economia mondiale.

La Banca europea degli investimenti, intanto, ha stanziato 30 miliardi di euro per l’accesso al credito per le piccole e medie imprese. Si attende, ora, che anche la Banca Centrale europea faccia la sua parte, riducendo i tassi di interesse e, quindi, il differenziale con quelli americani, così come viene chiesto da tempo e con maggiore insistenza a mano a mano che la crisi finanziaria si aggrava. Per tale via si concederebbe un margine di liquidità al sistema economico e un ricorso agli investimenti meno oneroso. Ma il banchiere centrale fino ad ora è rimasto sordo alle richieste degli imprenditori europei. Ormai però è tempo di intervenire iniziando dal ribasso dei tassi d’interesse e dal finanziamento degli investimenti, senza pretendere il rispetto del Trattato di Maastricht e del successivo Patto di Stabilità.

Nel frattempo le borse continuano ad accusare perdite vistose; la Merkel è tornata sui suoi passi e ha garantito al 100% i depositi e i conti correnti bancari. Era una misura necessaria, che l’Italia ha preso da tempo, ma che non sarà sufficiente a fermare la caduta delle borse, perché esistono ancora troppi titoli che ormai hanno valore pressoché nullo.

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