TENERE ALTA LA GUARDIA

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 14 ottobre 2008

Il rimbalzo piuttosto elevato di tutte le borse verificatosi lunedì 13 ottobre, che sembra proseguire anche per la giornata di oggi, stando almeno alle aperture delle borse asiatiche, è dovuto alla rete di sicurezza contro il fallimento delle banche, stesa dai governi e dalle banche centrali dei paesi del G7 e da quelli dell’euro-zona. Si tratta di un importo di oltre 1.700 miliardi di euro solo per l’unione monetaria europea, da sommare alle cifre degli Stati Uniti, della Svizzera e degli altri paesi. C’è da sperare che non sia necessario impiegare queste somme e che, soprattutto, non vengano utilizzate per innescare nuove speculazioni.

Al di là dei limiti d’intervento decisi dai vari governi, ciò che conta è la protezione pubblica alle banche, affinché possano continuare ad esercitare il credito a favore della clientela. Al conseguimento di questo risultato l’attivismo del governo italiano è stato encomiabile e il presidente del consiglio dei ministri Berlusconi si è posto all’attenzione mondiale alla pari e forse di più di Sarkozy, nella sua qualità di presidente di turno della comunità europea.

Ciò premesso, è ancora presto per affermare che la crisi finanziaria, la più grande che il mondo abbia fino ad ora conosciuto, sia in via di soluzione rapida, tale comunque da evitare il contagio ai settori dell’economia reale, oggi in crescente affanno, specie il settore automobilistico e il suo indotto, mentre i consumi sono in rallentamento.

Ma l’intervento a favore delle banche ha evitato che si ripetesse l’inerzia che caratterizzò la crisi dal 1929 al 1932. Allora, nessun governo e, in particolare, l’amministrazione statunitense del presidente Hoover, intervenne e l’economia, e non soltanto la borsa, si avvitò su se stessa in un crescendo di decine di milioni di disoccupati e di tensioni socio-politiche. Come è noto, soltanto a far data dal 1933-34 attraverso gli interventi pubblici negli Usa, in Germania, in Italia, in Russia e in altri paesi fu possibile iniziare a risalire la china, previ gli aggiustamenti monetari, tra cui la svalutazione del 40,9% del dollaro Usa, la ricostituzione delle riserve bancarie e la creazione di nuovi istituti, tra cui in Italia l’Iri (Istituto di Ricostruzione Industriale) e l’Imi (Istituto Mobiliare Italiano).

Evitato, con i vari decreti dei governi, il fallimento delle banche e salvati i depositi e i conti correnti dei risparmiatori, è iniziato il tempo dell’accertamento delle responsabilità e dell’allontanamento dei dirigenti che hanno creato e alimentato la più selvaggia speculazione finanziaria, che ha contaminato tutto il mondo, nessun paese escluso. I valori della speculazione finanziaria sono astronomici, visto che l’insieme dei titoli speculativi è valutato dal massimo di 24 volte il prodotto lordo mondiale (Pil) al minimo di 12 volte. Se facciamo una media tra queste due grandezze, la cifra della carta speculativa è a molti zeri. Infatti, il prodotto lordo mondiale può essere stimato per il 2007 in 66.000 miliardi di dollari in parità di potere d’acquisto. Questo valore moltiplicato per 18, che è la media tra 24 e 12, da per risultato la cifra di 1.188.000.000.000.000 dollari Usa, ossia un milione e centottantotto mila miliardi di dollari, ossia ancora 1.188 bilioni di dollari, essendo il bilione, secondo la convenzione matematica internazionale, uguale all’unità seguita da dodici zeri. Ma anche moltiplicando per 10 anziché per 18 il Prodotto lordo mondiale, la carta finanziaria in circolazione assume sempre valori astronomici.

Questa mole di valori dei titoli emessi dalla speculazione è tale che l’economia globalizzata non può ammortizzarla se non in un lungo periodo di tempo, quasi secolare, senza considerare l’annullamento dei valori per i fallimenti delle imprese e per altre cause. Questa carta, in qualche modo, va sterilizzata al fine di impedire il collasso dei contribuenti, che invece si attendono giustamente un abbassamento non certo simbolico della pressione fiscale, del resto necessario per rimettere in moto l’economia industriale e i consumi.

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