EVITARE LA RECESSIONE

Di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 18 ottobre 2008

Quella appena trascorsa è stata una settimana di borsa con ampie oscillazioni, caratterizzata dall’alternanza tra perdite e profitti distribuiti in modo disomogeneo. Assisteremo ancora a lungo a simili settimane altalenanti, non solo per la mancanza di fiducia degli operatori nei confronti delle aziende e degli istituti bancari, ma anche e soprattutto perché questa situazione rappresenta un’allettante occasione per i detentori di capitale di acquistare quote di aziende, tramite l’acquisto di azioni, a prezzi inferiori – e spesso di molto inferiori – al valore effettivo aziendale. Le notizie allarmanti di eventuali scalate delle aziende e banche italiane ad opera dei fondi sovrani (Sovereign wealth funds, Swf), che si sono formati grazie ai proventi di petrolio e gas, specie nel sud-est asiatico (Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Quasar, Burnei, Kuwait), hanno in questo contesto un fondamento di verità. Ma anche la Libia, che sembra preferire l’Italia, nonché Singapore e Norvegia hanno cospicui proventi per tentare scalate.

Il caso italiano più eclatante di questi giorni è stato l’acquisto del 4,23% del capitale azionario di Unicredit da parte del fondo sovrano libico, tale che la Lybian Investment Authority è divenuto il secondo socio della banca italiana. Tale acquisizione ha permesso a Unicredit di recuperare valore in borsa (+6%), dopo una mattinata di perdite vertiginose (-13%). A tale proposito sarebbe controproducente se si impedisse ai capitali di affluire alle aziende in difficoltà. Chiudere del tutto le porte ai fondi sovrani stranieri è un lusso che nessuna nazione sull’orlo di una recessione si può permettere. Gli Stati Uniti, la Svizzera, la Gran Bretagna e l’India sono i paesi che attirano maggiormente l’attenzione dei fondi sovrani. Gli Usa e l’Australia hanno saputo porre un argine all’avanzata dei fondi sovrani, imponendo loro un tetto massimo di acquisto del capitale azionario di una impresa e il divieto di nominare gli amministratori.

In seno all’Ue è stata avanzata l’ipotesi della costituzione di un fondo sovrano europeo. I fondi sovrani asiatici e mediorientali appartenenti ai paesi che hanno vocazione alla commercializzazione estera si alimentano grazie ai surplus delle bilance commerciali, ovvero grazie al valore delle esportazioni (prevalentemente prodotti energetici e materie prime), che superano ampiamente il valore delle importazioni, permettendo per tale via l’accumulo di valuta estera pregiata. L’Ue non si trova in una simile posizione privilegiata. Al contrario rappresenta il partner commerciale preferenziale proprio di quei paesi che hanno creato i fondi sovrani. Non sembra, quindi, che una simile ipotesi possa essere praticabile. Ben più interessante, invece, è la proposta di Tremonti di utilizzare la Banca Europea per gli Investimenti (Bei) per sovvenzionare gli Stati europei che si trovano in difficoltà e per incrementare gli investimenti non solo nell’est europeo, ma in tutto il territorio dell’euro-zona.

L’Italia si trova particolarmente esposta alle cosiddette «Opa ostili», ovvero le scalate al capitale azionario attraverso l’acquisizione di azioni di borsa, in misura maggiore rispetto agli altri paesi dell’Ue, per via della regola di «passività», ovvero quella regola secondo la quale gli amministratori delle società sotto scalata non possono porre in essere azioni contro la scalata senza il consenso dell’assemblea. Il governo si sta adoperando per porre rimedio a questa rigidità del sistema delle imprese, introducendo un emendamento al decreto «salvabanche» che ha cominciato l’iter parlamentare in commissione Finanze alla Camera.

Un altro rischio insito in questa crisi finanziaria e che minaccia la struttura produttiva del nostro paese e delle altre nazioni dell’Unione europea è rappresentato dalla mancanza di fiducia all’interno della stessa rete delle banche, il cosiddetto «settore interbancario», che è essenziale per favorire la circolazione della liquidità. Le azioni che il governo italiano e l’Unione europea pongono in essere già da settimane sono volte a tutelare il sistema bancario e a restituire al sistema stesso quella dose di fiducia necessaria affinché possa funzionare in efficienza, in quanto il sistema bancario svolge un ruolo insostituibile all’interno del sistema produttivo: la banca raccoglie risparmio e lo presta a breve termine agli operatori economici, imprese e soggetti privati. Da alcuni decenni, a questa funzione principale, se ne sono aggiunte altre, grazie alla trasformazione della banca classica in «banca universale», ossia la banca che esercita il credito a breve termine e poi anche a medio e lungo termine, che prima era esercitato da istituti pubblici, ora soppressi. La banca universale, inoltre, ha stretto legami, prima proibiti perché pericolosi, con le assicurazioni, con le imprese, con i fondi pensione, con i fondi di investimento, con le società finanziarie, ecc… Naturale, quindi, che la banca universale speculasse in borsa, che a sua volta si è trasformata in una specie di «bisca», mentre dovrebbe essere il luogo di incontro tra risparmio e investimento, in base alle leggi del mercato, rischio compreso. La banca universale ha grosse responsabilità nell’odierna crisi finanziaria, all’esplosione della quale ha contribuito anche l’informatica, perché ha consentito anche al singolo risparmiatore di investire direttamente, senza passare cioè per le varie istituzioni di controllo, tra cui le banche centrali, gli organismi di controllo della borsa, ecc…

La crisi finanziaria ha cominciato ad intaccare i sistemi produttivi, ovvero si sta trasformando in crisi economica. I primi segnali di cedimento del sistema produttivo si avvertono in tutti i paesi e occorre reagire con l’intervento pubblico. Per fortuna oggi si sta facendo spazio l’opinione che in un periodo di crisi come quello attuale, vasto e imprevedibile, occorre che gli Stati si facciano carico delle sorti dell’economia nazionale e agiscano a tutela e a sostegno del sistema economico. I primi segni in tal senso sono stati la considerazione di introdurre margini di flessibilità nel Patto di Stabilità. Il passo successivo dovrà essere quello di rivedere il Trattato di Maastricht e il Patto di Stabilità, consentendo ai governi di riappropriarsi del loro ruolo di sostegno all’economia, mediante gli investimenti produttivi finanziati con i tagli di spesa corrente e improduttiva, e forse soprattutto con l’emissione di titoli di Stato.

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