IN EUROPA MENO IMPOSTE PER EVITARE LA DEPRESSIONE

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 23 ottobre 2008

Gli interventi a ripetizione dei vari governi in tutto il mondo hanno evitato fino ad ora che i fallimenti delle banche si ripetessero in serie e come in un gioco di domino portassero al collasso i settori bancari nazionali. Con ciò, purtroppo, la crisi finanziaria è ben lungi dall’essere superata e occorrerà molto tempo per assorbire l’eccesso di carta finanziaria speculativa creata in questi ultimi anni, complici le banche d’affari o banche universali. Molta carta speculativa andrà perduta, perché il suo valore sarà nullo, ovunque e specie in Asia e in Europa, coinvolte più degli Stati Uniti nella corsa al disastro. La crisi iniziata negli Stati Uniti si è diffusa alla velocità della luce fino in Estremo Oriente, ma nell’Europa sembra produca il maggiore impatto economico.

In attesa degli sviluppi della crisi finanziaria i governi si sono preoccupati di evitare che gli effetti si abbattessero violentemente e repentinamente sui sistemi economici e, in particolare, sulle imprese e sulle famiglie. Con i provvedimenti presi e con quelli che saranno decisi nei prossimi giorni nelle varie sedi, tra cui il prossimo G8 allargato anche ai principali paesi emergenti, lo spettro della depressione sarà sicuramente fugato e quello della recessione sarà limitato nei suoi effetti più dirompenti (centinaia di milioni di disoccupati, con le rispettive famiglie gettate sul lastrico).

Rispetto a quella del 1929-32, la crisi odierna è in tutti i suoi risvolti di dimensioni ben più ampie e, quindi, gli interventi governativi dovranno essere massicci e tempestivi. La prima misura da prendere riguarda la pressione fiscale, che in tutti i paesi dovrà essere abbassata di diversi punti. In Europa il ribasso dovrà essere più marcato rispetto al resto del mondo, essendo il Vecchio Continente molto più tartassato dalle imposte e dalle tasse rispetto, ad esempio, agli Stati Uniti, dove la pressione fiscale incide per meno di 1/3 sul prodotto interno lordo. In Europa supera, invece, il 50% del Pil e in alcuni paesi arriva anche al 60%, tenendo conto dei vari balzelli. Il mondo occidentale, ossia quello che conta ai fini della crescita economica mondiale, ha un modello economico basato sulla dinamica della domanda globale, vale a dire sui consumi, che tirano l’offerta di beni e servizi. Pertanto, occorre impedire che i consumi ristagnino o, peggio ancora, cadano rapidamente fino a determinare la paralisi della produzione di beni e servizi. L’abbassamento della pressione fiscale ha il pregio di mettere a disposizione dei consumatori un potere di acquisto da spendere immediatamente, integrando il deficit di spesa prodotto dalla rincorsa dei prezzi da attribuire alla speculazione sui beni alimentari di base e sui carburanti, oltre che sulle abitazioni e relativi affitti.

Nello stesso tempo, sarà giocoforza per i governi ricorrere alla leva degli investimenti pubblici, in primo luogo le abitazioni e i vari lavori pubblici, nonché i servizi fondamentali. I disavanzi pubblici dovranno aumentare, nonostante i tagli da apportare alla spesa corrente, centrale e locale (un settore, questo, fonte di sprechi in quei paesi, specie europei, dove la spesa pubblica corrente è elevata per un eccesso di statalismo). Sarà necessario emettere carta moneta e nello stesso tempo impedire che questa immissione inneschi una spirale inflazionistica. I governi dovranno indicare gli investimenti da finanziare e questo annuncio consentirà alle imprese di iniziare subito a produrre. Più breve sarà il lasso di tempo tra emissione di carta moneta e l’annuncio degli investimenti e minore sarà l’impatto sui prezzi, che poi si annullerà del tutto con l’inizio della produzione effettiva.

Determinante sarà l’andamento del prezzo del petrolio e degli idrocarburi in generale. A questo proposito sarà bene che l’Opec sia coinvolta nei programmi antirecessione e che i cosiddetti «fondi sovrani» non siano impiegati a fini speculativi. È nell’interesse degli stessi paesi produttori di petrolio che l’economia mondiale non cada in recessione e che questa non si trasformi in depressione più o meno profonda, più o meno lunga. In questo malaugurato caso, la riduzione dell’estrazione di petrolio per mantenere alti i prezzi degli idrocarburi sarà un’arma a doppio taglio, perché, tra l’altro, accelererà i programmi di costruzione delle centrali atomiche di nuova generazione e si svilupperà la trazione elettrica dei vari autoveicoli, sia leggeri che pesanti. Esistono, inoltre, incalcolabili fonti di energia geotermica, che la tecnologia potrà sfruttare per sostituire il petrolio, dal quale appare più profittevole estrarre molte sostanze, anziché bruciarlo e produrre inquinamento.

La follia di creare ricchezza con la carta, se da un lato ha prodotto una crisi finanziaria di immani proporzioni, dall’altro lato, come dimostrano gli interventi dei vari governi, ha prodotto l’effetto, che sarà sempre più evidente, di rafforzare la cooperazione economica internazionale e più precisamente dei paesi industriali dalla crescita dei quali dipende in definitiva l’avanzamento della civiltà e l’accrescimento della ricchezza mondiale.

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