IL PREZZO DEL PETROLIO è DESTINATO A SCENDERE

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it l’11 novembre 2008

L’euforia e l’entusiasmo per l’elezione del primo presidente afroamericano alla Casa Bianca hanno lasciato presto il posto alle considerazioni di carattere economico, che in questi mesi assillano tutti, dai policy makers all’uomo della strada. Le borse, dopo una prima settimana di saldi positivi in prossimità dell’esito delle elezioni, hanno ricominciato rovinosamente a calare, con andamenti degni della Grande Depressione del ’29, ossia altalenanti: dopo una forte caduta si assiste a rialzi anch’essi di natura speculativa. La ventata di ottimismo e di cambiamento portata dalle elezioni americane contrasta però con le scelte che il neoeletto, Barack Obama, sta prendendo riguardo lo staff di consulenti e di collaboratori, almeno in relazione a quelli economici, che dovranno lavorare al suo fianco da gennaio del 2009, dopo il Discorso sullo Stato dell’Unione, che sancirà l’inizio della nuova presidenza. È necessario che gli interventi governativi a favore delle banche e delle imprese siano seguiti da misure tendenti a disciplinare la borsa valori e la borsa merci, in modo tale che la speculazione selvaggia non abbia più luogo. Invece gli uomini che il giovane presidente eletto sembra preferire appartengono alla sfera clintoniana, ovvero alla vecchia guardia di dirigenti e consulenti che hanno sostenuto il presidente Clinton durante la sua amministrazione e che hanno favorito, anzi lodato come rivoluzionaria, la new economy, che, insieme a una deregulation selvaggia, è all’origine dell’attuale crisi finanziaria.

Una nuova disciplina, invece, s’impone in primo luogo per le operazioni allo scoperto, impedendole non solo temporaneamente ma permanentemente. La nuova disciplina dovrà riguardare anche le contrattazioni tramite i noti futures, che sono operazioni di mero rischio per cifre sempre imponenti e che in generale riguardano le materie prime, compreso il petrolio e i principali generi alimentari, tra cui, in particolare, frumento, mais e soia. Limitatamente al petrolio, i futures sono strumenti di scommessa meramente finanziaria, che date le cifre in gioco influenzano e in molti casi determinano l’andamento dei prezzi. Dopo lo scoppio della bolla speculativa di borsa, gonfiata a dismisura dai guru della new economy, la speculazione, come più volte sottolineato su queste pagine, ha attaccato il settore immobiliare, facendo crescere ogni anno i prezzi delle abitazioni. È ormai noto come, tramite la cartolarizzazione dei mutui concessi dalle banche, compresi i mutui subprime, e trasformati in titoli speculativi, la bolla si sia gonfiata  fino a scoppiare. È stato sufficiente, infine, il pericolo incombente di un rallentamento della crescita economica dei principali paesi per innescare la bolla sulle materie prime e, in particolare, sui prodotti alimentari di base e sul petrolio e sui suoi derivati.

Anche questa ennesima bolla non poteva non scoppiare, con la conseguenza di un vistoso calo del prezzo del petrolio, che, astraendo da fiammate speculative, è sceso dai 147 dollari dell’11 luglio scorso a circa 100 dollari negli ultimi giorni di settembre, fino ad arrivare circa a 64 in questi primi giorni di novembre. Il prezzo dovrà ulteriormente calare, perché la crisi finanziaria ha prodotto un forte rallentamento della crescita economica a livello internazionale. Un rallentamento che le ultime stime danno per certo per l’anno in corso, con prospettive pessimistiche per l’immediato futuro. È molto probabile, infatti, che anche l’anno prossimo sia una stagione più che deludente per l’accrescimento del reddito e dell’occupazione. Nonostante le vaste misure prese in tutti i paesi, il pericolo della depressione economica, ben più grave di quello di una recessione, non è fugato. Rientrava nell’ordine naturale delle cose che il prezzo del greggio dovesse calare sotto i 100 dollari al barile; esso si posizionerà presto su un livello compatibile con il deprezzamento del dollaro. Se la nuova amministrazione americana dovesse regolamentare rigidamente i futures, imponendo ad esempio un forte deposito previo nelle contrattazioni, il petrolio cosiddetto «finanziario» non potrebbe trascinare e alla fine anche determinare il prezzo del greggio, che dovrebbe risentire soltanto del gioco della domanda e dell’offerta.

Altre considerazioni possono essere fatte riguardo la reazione della domanda, che oggi stimola la ricerca di nuove fonti energetiche, tra cui il nucleare, che sono a medio termine. A breve termine, invece, dovrebbe giocare un ruolo non marginale il risparmio energetico e lo sfruttamento di nuovi giacimenti già individuati e che, salvo imprevisti, dovrebbero entrare in produzione nel corso del prossimo anno. In particolare, oltre alle autorizzazioni a perforare le coste statunitensi, dovrebbe entrare in produzione fin dal marzo 2009 l’area brasiliana della Baia di Santos, con centomila barili al giorno e con 3,5 milioni di metri cubi di gas. Grazie a tale giacimento, dal prossimo anno il Brasile diventerà esportatore netto di petrolio per assidersi nel giro di pochi anni al livello dei più grandi esportatori di idrocarburi, disponendo di giacimenti stimati in oltre 60  miliardi di barili equivalenti di petrolio, pari a circa tutte le riserve del sottosuolo russo.

La crisi odierna è un momento importante anche per l’Opec, che dovrebbe comprendere che la corsa al rialzo del prezzo del greggio, attuata con tagli alla produzione, è una specie di suicidio annunciato, perché il petrolio caro non può non portare al potenziamento del nucleare, alla diffusione dei rigassificatori, allo sfruttamento dell’energia geotermica e al risparmio di petrolio.

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