LA BANCA CENTRALE EUROPEA TAGLIA IL TASSO DI INTERESSE

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 6 dicembre 2008

«Il livello di incertezza resta eccezionalmente alto» e ci sono «rischi di una ulteriore contrazione dell’attività economica» nella zona dell’euro. Con queste parole il banchiere centrale della Banca centrale europea Jean Claude Trichet ha commentato la decisione di giovedì scorso di abbassare il tasso ufficiale dello 0,75%, portandolo al 2,5%, ossia al livello minimo dal maggio del 2006. Queste dichiarazioni non fanno bene all’economia e trasmettono un sentimento di pessimismo. Sarebbe stato meglio infatti un comunicato del tutto neutro. Non stupisce, infatti, che le borse europee abbiano reagito negativamente riducendo i margini di guadagno nella seduta di giovedì non appena si sia diffusa la notizia della decisione della Bce. Anche il fatto che l’abbassamento del tasso ufficiale sia stato concordato con le altre principali banche centrali non manda un segnale distensivo al mondo economico. La Svezia ha modificato il costo del denaro di -1,75%, la più ampia variazione tra tutte le misure delle banche centrali in Europa. Anche la Gran Bretagna ha predisposto una misura eccezionale, tagliando dell’1% il proprio saggio di interesse. Negli Stati Uniti, la Federal Reserve aveva ridotto il proprio tasso dello 0,5% già a fine ottobre e prevede la necessità di un ulteriore intervento riduttivo a metà dicembre.

Certo è che una riduzione dei tassi ufficiali rappresenta un abbassamento dei costi dei mutui, e quindi un aiuto ai bilanci delle famiglie indebitate per l’acquisto delle loro abitazioni. Allo stesso tempo, si riduce il costo del finanziamento delle imprese, nella loro gestione ordinaria e straordinaria, come gli investimenti. Di una simile decisione si avvantaggia anche lo Stato, che vede calare il monte interessi sul debito pubblico, contraendo quindi il costo che tutta la collettività deve sostenere.

Si possono cogliere i messaggi rassicuranti dell’azione dei governi, giacché vigilano attentamente e sostengono le economie, mentre il rischio inflazione si è ultimamente attenuato. Passa però anche un messaggio negativo, che la situazione contingente è seriamente preoccupante. In effetti, esiste un pericolo più allarmante dell’inflazione, che è quello di una incombente deflazione. Per deflazione si intende una riduzione generalizzata dei prezzi dovuta non all’aumento della produttività del lavoro e al conseguente abbattimento dei costi di produzione, che rappresenterebbe la situazione più desiderabile. È invece una conseguenza dell’aumento dell’invenduto, poiché la domanda è contratta dall’assottigliamento delle disponibilità finanziarie dei consumatori. La produzione, quindi, deve essere accantonata, stipata nei magazzini, ingrossando le voci di costo per le aziende e i commercianti. Ma anche i consumatori che potrebbero trarre vantaggio dalla flessione dei prezzi non aumentano i loro consumi, essendo timorosi per il proprio posto di lavoro e per il rischio di veder ridurre il livello del proprio stipendio. La riduzione dei prezzi, infatti, si ripercuote sui ricavi delle imprese, che diminuiscono. Queste tenteranno di ridurre a loro volta i costi di gestione, ivi compreso quello del lavoro, e faranno un minor ricorso al credito. Gli investimenti saranno scoraggiati poiché non vi è spazio per aumentare la produzione e con essa l’occupazione.

Evitare che si inneschi la spirale della deflazione è un imperativo di ogni governo e la via da percorrere è quella di sostenere i consumi, ma non solo quelli delle famiglie e dei ceti a basso reddito e più bisognosi. Ciò è doveroso e irrinunciabile da un punto di vista umano. Ma da un punto di vista prettamente economico sostenere quel tipo di consumi è insufficiente. Infatti, essi spendono la totalità o quasi del loro reddito in beni di sussistenza. Occorre sostenere, soprattutto con una defiscalizzazione generalizzata, anche i redditi dei ceti medi che hanno una tipologia di consumo ad ampio raggio e acquistano beni non solo alimentari e di sussistenza, ma anche quelli intermedi. Il sostegno a questa tipologia di consumi aiuterebbe a risvegliare la fiducia dei consumatori e consentirebbe un aumento della domanda generalizzato, del quale si avvantaggerebbe la totalità delle imprese.

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