La crisi economica e i paesi emergenti

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 10 dicembre 2008

Fino a non molto tempo addietro non era raro leggere sulla stampa (quotidiani e riviste), sulla base di malferme formulazioni matematiche, che l’impeto dell’economia cinese avrebbe fatto sì che il Dragone avrebbe eguagliato l’economia statunitense nel giro di un ventennio o poco più, ovvero entro il 2030. In un altro articolo di Ragionpolitica, invece, noi ci eravamo esercitati nell’ipotesi di un trend di lungo periodo della crescita economica cinese paragonata alla crescita americana, in termini di Pil procapite, al fine di confutare simili previsioni troppo ottimistiche, per non dire fantasiose. Nell’articolo in parola avevamo concluso che, grazie a una semplice formula matematica, sulla base di un tasso di crescita reale di lunghissimo periodo ottimistico del 4% per la Cina, tale paese avrebbe potuto raggiungere il livello del Pil pro-capite statunitense, con l’ipotesi di un tasso di crescita di lungo periodo del 3% annuo del Pil, solamente nell’arco di un considerevole numero di anni (non prima di circa 350 anni, quindi non prima del XXIV° secolo). Tutto ciò sarebbe possibile solo se il divario tra i tassi di crescita tra Usa e il paese asiatico rimanesse costante nel tempo. Chiarimmo allora che questi esercizi sono un puro divertimento teorico e che nulla hanno a che fare con la realtà economica e sociale dei paesi e delle popolazioni, che invece è il coacervo di relazioni non solo di tipo economico, ma anche e soprattutto di ordine storico e sociale, e quindi politico, molto difficilmente imbrigliabili in formulazioni matematiche.

È accaduto, infatti, che quest’anno la crisi finanziaria abbia contagiato i settori economici di tutti i paesi avanzati. Ma in misura maggiore ha prodotto effetti negativi nelle economie emergenti, alle quali il paese cinese appartiene. Per molti di questi paesi la crescita è stata trainata dalle esportazioni e ha generato straordinari surplus di bilancia commerciale e accumuli di riserve valutarie, in gran parte confluite poi nei titoli del debito pubblico americano. Secondo il Sole 24 ore, a fine agosto 2008, il 46% dei titoli del Tesoro Usa detenuti da stranieri era nelle mani dei paesi emergenti. La sola Cina possedeva un controvalore di 541 miliardi di dollari. È presumibile pensare che la contrazione della domanda internazionale non permetterà oltremodo ai paesi emergenti di avvantaggiarsi di surplus di bilancia commerciale e di accantonare ulteriormente riserve valutarie.

Lontane appaiono oggi tutte quelle speculazioni teoriche che si sono fatte sulla ascesa dell’economia cinese. Oggi la produzione industriale cinese è in forte rallentamento a causa di una carenza di ordini e di un accumulo di scorte. Gli ultimi due mesi hanno fatto registrare una contrazione significativa della produzione industriale che è passata da una crescita dell’11,4% di settembre all’8,2% di ottobre, il minimo da sette anni. Il presidente della Commissione nazionale per le riforme e lo sviluppo Zhang Ping rende, inoltre, noto che l’economia cinese anche a novembre è in forte rallentamento. Si prevede che quest’anno la crescita del Pil si aggirerà intorno all’8%, dopo il 10-11% di questi ultimi anni. La banca centrale cinese ha tagliato, la scorsa settimana, di 1,08% i tassi di interesse, la riduzione più pesante da oltre un decennio, riducendo il saggio di sconto al 5,58% e quello dei certificati di deposito al 2,52%. Si tratta del quarto intervento della banca centrale negli ultimi tre mesi. Proprio per fronteggiare il rallentamento economico il governo cinese ha varato un piano di aiuti economici di 586 miliardi di dollari. Le esportazioni, le importazioni, le vendite al dettaglio e gli investimenti sono calati, mentre la produzione di energia è scesa del 4% rispetto all’anno precedente. Sono aumentati i fallimenti e i tagli produttivi delle imprese, tanto che non sono da escludere una massiccia disoccupazione e forti tensioni sociali, che si sono già fatte sentire in questi mesi, anche se la stampa locale, che è soggetta al controllo del partito, si adopera per ridimensionare gli eventi.

Si susseguono gli scontri e le sollevazioni popolari, di cui si ha notizia solo saltuariamente, per motivi diversi ma sempre ricollegabili alla situazione economica contingente e alla miseria dilagante. Martedì a Pechino e mercoledì scorso a Dongguan vi sono stati disordini durante i quali gli operai sono entrati in conflitto con la polizia. Si è innescato, inoltre, il fenomeno del controesodo verso le zone rurali. Infatti, negli ultimi 30 anni l’esodo della popolazione dalle campagne ha gonfiato la popolazione urbana e ha costituito la forza lavoro a buon mercato che ha permesso l’industrializzazione delle aree costiere del paese. La riduzione delle esportazioni, la contrazione della produzione e l’aumento della disoccupazione costringono una parte rilevante dei lavoratori a tornare nelle proprie terre di origine. Si calcola, infatti, che il controesodo sia dell’ordine di 60.000 persone fino a ora, ma si prevede che il fenomeno raggiunga livelli ben più significativi con l’avanzare della crisi economica. Sembrano del tutto vani gli appelli del governo centrale cinese ai lavoratori di non ritornare in campagna e di rimanere in città. Ma quando la disoccupazione cresce, svanisce la speranza di trovare un nuovo posto di lavoro. In campagna invece è meno difficile trovare una ciotola di riso.

La crisi internazionale nei prossimi mesi si rivelerà in tutta la sua dimensione anche in India e in Russia e in generale nei paesi emergenti, il cui sviluppo dipende dalla crescita dei paesi industrializzati. Se questa crescita si fermasse la sorte dei paesi emergenti sarebbe di nuovo segnata.

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