VENTI DI PROTEZIONISMO

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 29 gennaio 2009

Si rafforza di giorno in giorno il sospetto e con esso la preoccupazione che, con il procedere della crisi economica e con l’aumento della disoccupazione, gli stati nazionali possano predisporre piani di sostegno della produzione, non solo intervenendo direttamente nell’economia reale, ma anche ricorrendo a sistemi più o meno espliciti di protezionismo. È allarmante a questo proposito la mancanza di un piano internazionale concordato e, in particolare, in Europa. Anche negli Stati Uniti si avverte che le spinte protezionistiche possano prevalere con i provvedimenti del nuovo presidente a favore delle industrie automobilistiche.

Il presidente francese Nicolas Sarkozy, dal canto suo, ha invitato gli imprenditori a «non smarrire il filo del dialogo sociale» e, come contropartita delle misure di sostegno pubblico all’economia, ha posto l’impegno per gli imprenditori francesi a non delocalizzare all’estero. Tale appello è stato rivolto soprattutto alle case automobilistiche per le quali sono state previste misure di sostegno alle due principali case costruttrici, Renault e Psa, sotto forma di un prestito in due rate a un tasso dell’8%. Nelle intenzioni di Sarkozy vi è l’intento di sostenere l’industria automobilistica francese, affinché non sia svantaggiata rispetto ai concorrenti, soprattutto americani che hanno già usufruito e usufruiranno di ulteriori sostegni pubblici.

Da anni prosegue una tradizionale guerra commerciale tra Stati Uniti e Unione europea per alcuni prodotti agricoli (formaggi francesi, pomodoro italiano ecc.) e dell’allevamento (le carni americane sospettate di contenere ormoni non conformi alle normative europee) a dispetto di ogni regola del Wto. In questi giorni di gennaio è stata introdotta negli Usa una tassa sulle acque minerali italiane, che in America appartengono alla categoria dei prodotti di lusso e di nicchia. L’imposta produrrà immancabilmente il raddoppio del prezzo per il consumatore americano. Ulteriori provvedimenti tributari si attendono sui prodotti dell’industria dell’acciaieria europea ad opera sempre degli Stati Uniti. Riguardo all’insieme di questi provvedimenti il sottosegretario al commercio estero Adolfo Urso ha ottenuto il mandato dall’Unione europea di ricorrere in sede Wto.

A queste iniziative, che appartengono alla più tradizionale politica protezionistica, si aggiunge un nuovo evento che può essere interpretato come un segnale di un imminente ricorso a ulteriori protezioni. Il nuovo ministro del tesoro americano Tim Geithner ha sostenuto a chiare note che il governo cinese sia colpevole di «manipolazione del cambio» della moneta nazionale, tenendolo basso per favorire le esportazioni e incamerare così valuta estera. Il flusso delle esportazioni cinesi, favorito dalla politica del cambio della valuta nazionale, ha generato un surplus di bilancia commerciale e quindi un afflusso di riserve valutarie che sono state investite in gran misura in questi anni nel debito pubblico americano. Gli avanzi di partite correnti riguardano anche altri paesi, in particolare Russia e Arabia Saudita, che come il paese asiatico finanziano con le loro riserve valutarie il debito pubblico americano.

Vale la pena considerare che dalla fine di Bretton Woods, nell’agosto del 1971 sono stati soprattutto gli Stati Uniti in più occasioni a lasciare che il dollaro si deprezzasse a causa del della crescita del disavanzo pubblico. Nel contempo il deprezzamento facilitava le esportazioni. Dopo la pausa dell’amministrazione Reagan, il dollaro ha ripreso a deprezzarsi. In particolare, dal 2002 il deprezzamento si è accentuato, specie nei confronti dell’euro, e non ha sortito effetti positivi sul saldo delle partite correnti degli Usa, andate via via seriamente peggiorando, invece che migliorare, fatta eccezione per questi ultimi 2 mesi del 2008. Ciò non toglie che il peggioramento del disavanzo commerciale statunitense sia da ascrivere a una serie di cause endogene ed esogene al sistema economico statunitense. Tra le cause esogene si può considerare la concorrenza internazionale dei paesi emergenti e dei loro prodotti a basso costo, spesso realizzati in regime di dumping, favoriti anche dal basso valore del cambio della moneta nazionale, specialmente di quella cinese.

È quindi presumibile pensare che la presa di posizione del ministro americano abbia lo scopo di richiedere senza ulteriori indugi un intervento del governo cinese per  apprezzare o rivalutare adeguatamente il valore del renminbi (la moneta cinese), evitando, si spera, di creare una tensione nei rapporti diplomatici tra i due paesi. Un adeguato apprezzamento della valuta cinese è chiesto anche dall’Europa, invasa da prodotti cinesi di bassa qualità e venduti in gran parte in dumping. In una fase come quella odierna di crisi economica e finanziaria profonda, l’apprezzamento potrebbe evitare ritorsioni protezionistiche.

Di una simile politica ne farebbero le spese in un primo tempo il gran numero di aziende americane che hanno delocalizzato la loro produzione nel paese orientale. Un eventuale atteggiamento protezionistico americano nei confronti della Cina lederebbe soprattutto gli interessi delle stesse aziende statunitensi, almeno per il periodo necessario al loro ricollocamento in altri paesi o al loro rientro in patria.

Se ciò avvenisse, con buona probabilità il deflusso degli investimenti stranieri in Cina, fenomeno che già in parte è cominciato a causa del rallentamento della domanda internazionale, comporterebbe una ulteriore contrazione della produzione interna e quindi contribuirebbe ad aumentare la disoccupazione cinese. Le industrie americane però, tornando in patria, concorrerebbero a risollevare le sorti dell’economia nazionale, aumentando investimenti e occupazione.

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