LA CRISI ECONOMICA NEL REGNO UNITO

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it l’11 febbraio 2009

Tra i grandi paesi europei, quello che sembra pagare il prezzo più caro per lo scoppio delle bolle speculative è il Regno Unito. Fin dal 7 ottobre scorso, a pochi giorni dall’inizio della crisi di borsa, il governo inglese aveva annunciato un vasto piano di ricapitalizzazione del sistema bancario, mediante finanziamenti e garanzie pubbliche. Sono state nazionalizzate, dopo aver subito ingenti perdite nel patrimonio, le otto principali banche: Abbey, Barclays, Hsbc, Bank of Ireland, Northern Rock, Bradford, Lloyds Tsb, Bank of Scotland. Sono ancora vive nella memoria le immagini della «corsa agli sportelli», quando i correntisti inglesi si recavano alla Northern Rock, creando file lunghe fin fuori la banca, per prelevare i contanti nel timore di perdere i risparmi.

La sterlina inglese, che fin dalla creazione dell’euro nel 2001 aveva sempre avuto un valore molto superiore alla parità con la moneta comunitaria, ha perso da settembre a dicembre del 2008, circa il 30% del suo valore. In quei giorni si sono moltiplicati i servizi giornalistici che esaltavano la convenienza per i turisti dei paesi dell’area dell’euro nel visitare la Gran Bretagna e acquistare i beni di consumo e i regali di Natale. Nonostante ciò, la domanda interna in Inghilterra in quegli ultimi mesi dell’anno e in gennaio non sembra sia riuscita a sostenere i livelli produttivi. Infatti, nel quarto trimestre del 2008 il Pil inglese si è ridotto dell’1,5%, secondo le dichiarazioni di fine gennaio dell’ufficio di statistica inglese.

Grafico 1 – Cambio sterlina/euro dal gennaio 2001 a febbraio 2009

Circa 500.000 piccole imprese sono state costrette a limitare la loro produzione. In particolare, il settore automobilistico è in forte crisi: nel mese di dicembre la produzione ha avuto un calo del 48,7%. Sembra siano sul lastrico le grandi aziende automobilistiche Land Rover, Jaguar e Aston Martin. Anche il settore delle costruzioni presenta grandi difficoltà e il prezzo delle abitazioni si è ridotto del 21% nel 2008. I disoccupati nel loro complesso, nel Regno Unito, a gennaio, sempre secondo l’ufficio statistico, sono 1,92 milioni. Le previsioni ufficiali dell’istituto di rilevazione statistica inglese per il 2009 stimano una contrazione del Pil del 2,1%. Quelle del Fondo Monetario Internazionale, invece, sono più allarmanti e indicano una riduzione del 2,8%. Forse il Fondo è stato ancora ottimista rispetto ai futuri eventi, in quanto occorre considerare che la produzione di petrolio inglese del Mare del Nord (grafico 2) è in forte calo già da diversi anni.

Molti opinionisti hanno attribuito la causa dell’attuale crisi economica del paese alla rivoluzione thatcheriana. Ma tale giudizio, a nostro avviso, sembra piuttosto semplicistico. Infatti, il progressivo slittamento della struttura economica inglese dalle produzioni industriali verso l’economia dei servizi, in seguito alla rivoluzione operata dalla «Lady di ferro» è un passaggio necessario di ogni economia matura. In definitiva, il primo ministro aveva operato, dal 1979 al 1990, un insieme di scelte per ammodernare la struttura economica del paese anglosassone che può essere considerato rivoluzionario nei modi, ma che è stato del tutto coerente con il processo di industrializzazione e di sviluppo di un paese avanzato. A tale rivoluzione, tuttavia, è seguita purtroppo la new economy clintoniana, con la specializzazione verso i servizi finanziari non strumentali all’economia e fortemente speculativi, a discapito di tutte le tradizionali forme di produzione. È stato questo orientamento verso la finanza speculativa che ha comportato le conseguenze più devastanti e probabilmente durature. Fin dai tempi dell’amministrazione Clinton, infatti, la City di Londra si è dedicata alla speculazione di borsa, che è sembrata essere la via più rapida per ottenere facili e forti guadagni. La cosiddetta «ingegneria finanziaria» ha trionfato, facilitando la proliferazione in tutto il mondo dei titoli ora detti »tossici«. Tra i titoli speculativi figurano per cifre ingenti i futures sulle materie prime, in primo luogo sul petrolio e sui generi alimentari.

Lo scoppio delle bolle speculative (quella sul mercato immobiliare, quella sui prodotto alimentari e quella petrolifera) ha fatto sì che l’intero castello di carte delle società finanziarie inglesi sia crollato rapidamente, con ripercussioni su tutta l’economia nazionale. Il governo laburista ha cercato di tamponare le falle, ma fino ad ora, nonostante la nazionalizzazione delle banche giunte sull’orlo del fallimento, non ha ottenuto i risultati sperati. Anche in Gran Bretagna si cercano, in modo quasi drammatico, nuove vie per rimettere in stato l’economia. C’è chi propone di entrare nell’euro e fare il funerale alla gloriosa sterlina, ma questa sembra essere un’ipotesi non convincente. Un’altra proposta riguarda l’accantonamento dei titoli tossici nascosti ora nelle pieghe dei bilanci bancari in un unico contenitore detto «bad bank». Quest’idea però non ha ancora trovato applicazione, perché i contribuenti inglesi, come del resto quelli del continente europeo, non sono disposti a pagare il conto della pulizia dei bilanci bancari attraverso le imposte, come sembra debba avvenire con le nazionalizzazioni. Intanto, l’Inghilterra è sprofondata in una crisi che non ha confronti nella storia e la City ha perduto arroganza e presunzione.

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