BAD BANK

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 13 febbraio 2009

In seguito alla crisi finanziaria internazionale e per fare fronte all’immensa mole di titoli «tossici» che si è diffusa in ogni angolo del pianeta, si è fatta strada in questi giorni in Europa e negli Stati Uniti l’ipotesi di costituire una banca del tutto particolare, una specie di contenitore denominato, appunto, «bad bank»,  dove versare i cosiddetti titoli «tossici», cioè quelli che hanno perduto il loro valore. In tal modo sarebbe possibile ripulire i bilanci delle banche, delle società finanziarie e delle imprese di assicurazione e consentirebbe loro di riprendere la normale attività. Si ridarebbe, pertanto, stabilità ai sistemi bancari. Quest’ipotesi non è però fino ad oggi sfociata in iniziative concrete.

Il problema di fondo è che il sistema bancario, in tutti i paesi e a livello internazionale, è ormai affetto da una vasta crisi di fiducia. Ossia le banche nutrono un elevato grado di diffidenza le une verso le altre, perché dato l’elevato grado di «opacità» dei bilanci bancari è piuttosto difficile valutare l’effettiva solvibilità degli istituti di credito. Ne consegue, dunque, che il credito interbancario è andato via via ingessandosi e con esso anche il credito alle imprese e alle famiglie. È il fenomeno del «credit crunch».

Premesso ciò, occorre innanzitutto trovare una via adeguata per uscire dalla pericolosa china in cui il sistema bancario e con esso le economie nazionali si sono avviati. Infatti, la scarsa disponibilità del credito non permette alle aziende di affrontare, senza grosse difficoltà, nuovi investimenti, ma nemmeno è possibile per le piccole e medie imprese fare fronte alle necessità di liquidità, tra cui, soprattutto, il pagamento degli stipendi per i dipendenti.

Una serie di considerazioni a favore e contro la bad bank è stata posta all’attenzione di tutti i paesi e ancora si discute se e come tale istituto debba essere realizzato. In primo luogo, occorre stabilire il livello in cui tale «banca cattiva» dovrebbe operare. Ossia, ancora non è stato deciso se la banca ad hoc debba essere istituita da ciascun istituto di credito, il quale provvederà poi a dirottarvi i propri «titoli tossici». Oppure, un’altra ipotesi è quella che prevede che la banca sia istituita a livello nazionale e con fondi pubblici. Infine, la terza via prevedrebbe la costituzione di una bad bank a livello di aree economiche, ad esempio l’eurozona, l’area del dollaro e l’area dello yen.

Il problema centrale è quello della stima dei titoli e, quindi, del loro eventuale valore residuale. Inoltre, occorre stabilire se l’acquisizione dei titoli tossici debba essere a carico dello stato e, in definitiva, dei contribuenti, o se piuttosto la bad bank debba essere solo un mero contenitore, senza spese per lo stato, destinato a essere riaperto tra un certo numero di anni, forse non prima del 2030, quando – si spera – la ricchezza nazionale nei vari paesi o a livello internazionale sarà adeguatamente aumentata. Occorre fare riferimento alla ricchezza, che è un fondo, e non al reddito, che è un flusso, perché i titoli tossici sono stati emessi a valere sul patrimonio delle banche e delle imprese. Anche i mutui edilizi sono stati contratti a valere sul patrimonio, ossia sul valore delle abitazioni. Nel caso di un rimborso dei titoli per effetto dell’aumento della ricchezza, anche i cittadini privati che sono stati indotti a investire in titoli tossici avrebbero il diritto di recuperare i loro risparmi.

Dati questi problemi non è difficile comprendere perchè tali ipotesi siano fortemente contrastate dall’opinione pubblica in generale. La Germania, in particolare, è stata categorica nell’escludere l’istituzione di una bad bank comunitaria, in quanto non intende affrontare la crisi finanziaria in cui si trova il suo paese ridistribuendo risorse finanziarie a favore di altri stati. Sotto questa ottica l’ipotesi più coerente sarebbe, quindi, quella di istituire una banca depositaria dei titoli tossici per ciascun paese obbligando ogni banca a depositare i titoli tossici nel suddetto contenitore. Senza un tale obbligo le banche tenderanno a nascondere i titoli tossici, perché la loro denuncia comporterebbe effetti devastanti sulle azioni intestate all’istituto quotate in borsa. Comunque la si voglia guardare, la questione della bad bank presenta difficoltà che per ora sembrano insormontabili.

Infine, occorre fare un’altra considerazione a proposito, questa volta, delle banche virtuose. Infatti, tali banche non si sono esposte in investimenti rischiosi, o si sono esposte in misura molto minore, e non hanno richiesto aiuti e finanziamenti pubblici per la loro gestione. Pertanto, gli aiuti a favore delle banche non virtuose potrebbero ledere il gioco della concorrenza e produrre danni proprio alle banche più prudenti. Perciò, nel momento in cui si pensa a una soluzione per uscire dall’empasse bancaria, salvando le banche speculatrici, occorre pensare anche alla tutela della concorrenza e a non danneggiare le banche più avvedute.

In seguito, occorrerà però procedere, altresì, a una attribuzione delle responsabilità dell’attuale crisi e a una rigenerazione di tutta la classe dirigente che ha operato nella speculazione, che non ha provveduto alla corretta valutazione dei rischi e che, infine, non ha sorvegliato l’agire dei diversi istituti di credito. In ultima analisi, dovrà essere chiaro che la responsabilità dell’attuale situazione va attribuita anche agli istituti di sorveglianza, alle società di controllo delle borse, ecc., al Fondo monetario internazionale, alle banche centrali e anche alle agenzie di rating, ossia di valutazione della solidità delle imprese. Sarebbe del tutto naturale attendersi le dimissioni in massa, ancora però di là da venire, di tutte le figure chiave che hanno agito in questi ultimi anni a vario titolo nella speculazione, a far data dall’origine della crisi stessa, ossia dall’inizio della new economy clintoniana.

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