STABILITA’ FINANZIARIA E TRASPARENZA

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 18 febbraio 2009

Al margine del G7 finanziario di Roma Mario Draghi, nella sua veste di presidente del Financial Stability Forum (FSF), ha affermato ancora una volta che la chiarezza sui bilanci delle banche sia una priorità, al fine di ripristinare la stabilità nel sistema finanziario mondiale. A simili affermazioni non vi è nulla da eccepire, poiché in linea di principio sono del tutto corrette. Individuare e confinare i titoli «tossici» in modo da stimare correttamente le perdite patrimoniali è senza alcun dubbio la via da perseguire e, per di più, occorre farlo in tempi molto rapidi. Alle affermazioni di principio dovrebbe però seguire in tempi altrettanto rapidi uno sistema pratico da attuare per la rimozione degli asset «tossici», che, invece, è ancora da iniziare.

In primo luogo, non è ancora chiaro come si possa imporre alle banche di individuare, ma soprattutto confinare, i propri titoli in perdita, poichè gli istituti bancari hanno tutto l’interesse a mantenere il più stretto riserbo sulla loro situazione patrimoniale. In caso contrario, infatti, renderebbero evidenti le loro perdite e, quindi, la relativa riduzione del patrimonio. Di conseguenza, vedrebbero ridursi i cosiddetti «ratios», ossia i parametri per concedere il credito e, in definitiva, il loro livello di affidabilità. Tali auto-denunce sembra possano essere raggiunte, pertanto, solo tramite la coercizione della legge.

Inoltre, la rimozione dei titoli in perdita comporterebbe una immediata riduzione del patrimonio delle banche, con le relative conseguenze sul piano operativo. Infatti, tali banche dovrebbero essere ricapitalizzate se si vuole sostenere il sistema bancario, pena altrimenti un suo forte ridimensionamento. La ricapitalizzazione può avvenire prevalentemente con fondi pubblici e in piccola parte con quelli privati. Se la ricapitalizzazione poi assume grandi dimensioni si raggiunge il livello delle nazionalizzazioni e, quindi, di una partecipazione notevole della pubblica amministrazione nel sistema finanziario e bancario a spese dei contribuenti, come è avvenuto ad esempio in Gran Bretagna, in Belgio e in altri paesi con l’esclusione dell’Italia.

Inoltre, le banche che si sono mostrate vulnerabili da un punto di vista patrimoniale si espongono al pericolo dell’ingresso dei fondi sovrani nel loro capitale, così come è già avvenuto, in alcuni casi, in Italia. I fondi sovrani, che sono finanziati dall’avanzo della bilancia commerciale dei paesi di appartenenza, soprattutto di quei paesi esportatori di petrolio, hanno la caratteristica di essere fortemente volatili. Infatti, una drastica riduzione degli avanzi di bilancia commerciale, specie in seguito al crollo del prezzo del petrolio, farà sì che tali fondi si esauriscano in breve tempo, con le conseguenze che ne possono derivare per la banca ricapitalizzata.

Il presidente del Financial Stability Forum Draghi presenterà al prossimo G20 di Londra i risultati delle azioni che si è impegnato a porre in essere, riassumibili in: maggiore vigilanza sulla governance degli istituti, sulle remunerazioni dei manager e sull’atteggiamento al rischio delle banche; e una elaborazione di standard finanziari più rigorosi sui quali vigilare. Un ruolo di maggior rilievo avrà il Fondo Monetario Internazionale che, in seguito al summit di domenica scorsa, vedrà attribuirsi maggiori competenze in termini di vigilanza finanziaria sui bilanci bancari, comprese ispezioni periodiche presso gli istituti bancari.

Resta il fatto che la situazione finanziaria mondiale non è ancora del tutto chiara. Fino ad ora le perdite nel settore bancario sono state stimate, secondo quanto ha detto Draghi, tra i 1.400 miliardi e i 2.000 miliardi di dollari. Tali valutazioni sono però necessariamente affette da un elevato grado di discrezionalità e, comunque, destinate a essere riviste al rialzo. Intanto gli interventi pubblici, e in parte privati, che sono stati posti in essere fino ad ora per tamponare le perdite si aggirano intorno agli 800 miliardi di dollari di ricapitalizzazione, che in gran parte sono stati bruciati dall’alternarsi dei risultati negativi delle sedute di borsa. È lecito attendersi che si avranno ulteriori perdite di borsa al momento in cui le banche seguiranno l’invito di Draghi o saranno comunque costrette a esporsi, dichiarando l’ammontare dei propri asset «tossici».

Infine, ancora nessuna conclusione è stata raggiunta riguardo alla definitiva ideazione della «bad bank», che rimane per il momento sospesa tra l’eventualità di finanziamenti pubblici, nazionali o comunitari che siano, e il finanziamento da parte delle singole banche esposte alle perdite. In definitiva, quindi, si evince che gli interrogativi posti sono tuttora attuali e che occorre aspettare ulteriori incontri internazionali per ottenere le attese risposte esaurienti.

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