IL GIAPPONE E LA TRAPPOLA DELLA LIQUIDITA’

di Emanuela Melchiorre

pubblicato il 21 febbraio 2009 su www.ragionpolitica.it

Come tutti i paesi avanzati, il Giappone si trova ad affrontare oggi una crisi economica profonda tanto da non essere confrontabile con quella subita in seguito alla crisi petrolifera del 1973. Specie le banche e l’industria sono in questi ultimi mesi in forte rallentamento, con ripercussioni a livello sociale. Non sono certamente le immagini del ministro delle Finanze giapponese Shoichi Nakagawa al vertice G7, forse ubriaco o forse sotto l’effetto di farmaci, che hanno fatto in poco tempo il giro del mondo, a ledere l’immagine del Sol Levante agli occhi dei grandi paesi industrializzati, anche se, per tale motivo, il ministro è stato costretto a dimettersi. Ciò che preoccupa è il disorientamento circa il modello di crescita fino ad ora seguito e che ha modificato il rapporto tra l’uomo e la fabbrica. Il tasso di disoccupazione non rivela il dramma dei vecchi che non possono, come fino a poco tempo fa, andare in fabbrica. Torneremo su questo aspetto sociale che in Occidente non è ben compreso. Intanto, si può rilevare che il Pil giapponese, nel quarto trimestre 2008, si è ridotto del 12,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e del 3,3% su base trimestrale. Si tratta del terzo trimestre consecutivo in cui il Pil si riduce in termini reali e ora gli analisti si aspettano un ulteriore calo della produzione del 10% nel primo trimestre del 2009.

Le aspettative pessimistiche trovano fondamento nell’andamento delle esportazioni giapponesi che, da ottobre a dicembre, sono calate del 13,9% rispetto al precedente trimestre, a causa della crisi globale che ha portato a forti tagli alla produzione delle aziende nipponiche, soprattutto di quelle automobilistiche e dell’elettronica (la produzione industriale giapponese a dicembre si è ridotta del 9,8% sul mese precedente e del 20,8% su base annua). Gli investimenti delle imprese e la spesa immobiliare, inoltre, sono diminuiti mentre il tasso di disoccupazione è aumentato di mezzo punto percentuale da novembre a dicembre, passando da 3,9% a 4,4%. I disoccupati sono 2,7 milioni, cioè 390 mila in più rispetto a un anno prima. I consumi delle famiglie continuano a calare e, di conseguenza, i prezzi al consumo sono aumentati soltanto dello 0,2% in un anno, facendo temere ad alcuni l’inizio di una deflazione.

Il governo giapponese ha elaborato un ulteriore pacchetto di incentivi di 20 mila miliardi di yen (pari a 170 miliardi di euro) per rilanciare l’economia e si appresta a presentarlo per l’approvazione. Si tratta del quarto piano di sostegno pubblico in pochi mesi dopo quelli di agosto, di ottobre e di dicembre, in gran parte finanziati ricorrendo all’aumento del debito pubblico, di per sé già piuttosto elevato. Infatti, dalla fine degli anni Novanta ha raggiunto e superato il 100% del Pil (grafico 1) e oggi ne è pari al 175% circa. L’attuale manovra complessiva a favore dell’economia, se quest’ultimo pacchetto verrà approvato, sarà pari a 100.000 miliardi di yen, quasi 840 miliardi di euro.

Grafico 1

Per comprendere l’attuale crisi giapponese occorre, però, partire da lontano e non soffermarsi solamente su dati congiunturali. Il Giappone, dalla fine della seconda guerra mondiale, infatti, ha già affrontato alcune crisi economiche di un certo rilievo, anche se quella attuale sembra essere notevolmente più vasta e di difficile soluzione.

Oltre alla crisi petrolifera dei primi anni Settanta, il paese all’inizio degli anni Novanta aveva visto rallentare fortemente i ritmi elevati di crescita che avevano caratterizzato il decennio precedente. I due periodi della fine del secolo scorso (dal 1991 al 1995 e dal 1997 al 1999) sono stati contraddistinti da bassi livelli di crescita, che hanno sfiorato anche momenti recessivi. Ulteriori rallentamenti dell’economia giapponese, profondamente dipendente dalle esportazioni, sono stati causati, infine, dalla crisi economica mondiale, in seguito allo scoppio della bolla speculativa della new economy (dal 2001 in poi) (grafico 2).

Grafico 2

Il Sol Levante ha saputo raggiungere in pochi anni dalla fine della seconda guerra mondiale un invidiabile livello di sviluppo, sia in termini assoluti di prodotto interno lordo (grafico 3), sia a livello di Pil pro capite (grafico 4). È divenuto ben presto la seconda potenza mondiale dopo gli Stati Uniti. E questo grazie anche e soprattutto ai numerosi aiuti sia economici e finanziari, sia organizzativi e di riforme degli Stati Uniti, che hanno considerato il Giappone una frontiera da difendere per opporsi alla Cina e agli altri paesi asiatici retti da regimi comunisti.

Grafico 3

Grafico 4

L’economia giapponese, dopo la crisi petrolifera del 1973, si trasformò per orientarsi fortemente all’esportazione e seguire, in tal modo, le sorti dell’economia americana, sua partner commerciale preferenziale. Gli anni Ottanta sono stati caratterizzati dal boom economico, ma anche della crescente bolla speculativa di borsa (dal 1985 al 1989 i valori di borsa erano cresciuti del 170%). Era il periodo della piena occupazione e della crescita dei profitti delle aziende. Le banche giapponesi si sono via via progressivamente esposte al rischio d’impresa, finanziando le attività delle aziende. E le imprese, dal canto loro, ricorrevano più frequentemente al finanziamento bancario che all’emissione di capitale e di azioni da quotare in borsa. Inoltre, le banche finanziavano anche i privati nell’acquisto di immobili e di beni di consumo durevole. All’inizio degli anni Novanta, però, con la rivalutazione dello yen e con il conseguente rallentamento delle esportazioni, si innescò lo scoppio delle bolle speculative della borsa (con perdite di valori borsistici dell’ordine del 47%) e del mercato immobiliare. Le banche ridussero il credito alle imprese che, a loro volta, contrassero gli investimenti. Le famiglie, impoverite dalle perdite di borsa in cui avevano investito i loro risparmi e dal crollo dei valori immobiliari, non erano in grado di onorare i loro debiti e ridussero i loro consumi. Il sistema bancario giapponese si trovò esposto a molte insolvenze.

La misura di politica economica che il governo giapponese adottò per contrastare la crisi fu quella di ridurre il tasso ufficiale di sconto per stimolare gli investimenti. Nel 1991 il tasso ufficiale di sconto giapponese era circa del 5%, mentre nel 1995 era sceso allo 0,7% (grafico 5). Da allora non ha più superato il punto percentuale.

Grafico 5

Gli effetti positivi di una simile politica si sono avuti solo con un lag temporale e dal 1995 al 1997 l’economia ricominciò a crescere. Il rischio però è stato notevole, in quanto una politica di bassi tassi di interesse può indurre un sistema economico a ritrovarsi nell’ambito della «trappola della liquidità» della teoria keynesiana, in cui sia i depositi bancari che le emissioni del debito pubblico non sono più remunerativi e comportano una migrazione dei capitali verso mercati più remunerativi, come ad esempio quello americano, e riducono la liquidità nel sistema nazionale. Infatti, ciò accadde proprio in concomitanza della crisi economica giapponese della seconda metà del 1997 dovuta, questa volta, non già al sistema bancario nazionale, ma a una contrazione della domanda estera a causa della crisi internazionale, connessa alle gravi difficoltà delle «tigri asiatiche». In quel caso, l’economia giapponese non poteva essere sostenuta da ulteriori ribassi nei tassi di interesse, già prossimi allo zero, e si ricorse allora all’aumento della spesa pubblica (nella misura del 3% del Pil), finanziata in gran parte tramite il debito.

Gli effetti positivi di questa politica di sostegno furono meno duraturi rispetto a quelli avuti in seguito alla riduzione del tasso di sconto. La crescita del Pil fu modesta e durò solamente dal 1999 al 2000 per poi precipitare nuovamente nella recessione del 2001. Durante quest’ultimo periodo depressivo il governo giapponese ha sussidiato il sistema bancario per incentivarlo ad accordare finanziamenti alle imprese via via in misura maggiore e per facilitare, quindi, gli investimenti.

Il Giappone, per contrastare l’attuale crisi economica, dovuta in gran parte al crollo della domanda estera e alla crisi economica del settore automobilistico a livello mondiale ed elettronico, si trova con molte armi spuntate. Non può ricorrere alla riduzione del tasso di sconto per le motivazioni anzidette e l’aumento della spesa pubblica comporterà un ulteriore aumento del debito pubblico, che è già a livelli allarmanti. Il consumo interno è già piuttosto elevato e aiutarlo con misure di sgravi fiscali non gioverebbe in modo determinante, poichè da solo non può sostenere la produzione nazionale. In definitiva il paese del Sol levante presenta le caratteristiche di una economia matura che ha sperimentato uno sviluppo accelerato e che ora vede la propria crescita rallentare progressivamente, con crisi economiche periodiche.

Inoltre, in questi ultimi decenni si è fatta sempre più forte la concorrenza con la produzione cinese e indiana. È lecito pensare che nel momento in cui la domanda estera, soprattutto quella americana, comincerà nuovamente a crescere anche l’economia del Sol levante riprenderà a prosperare, ma il momento e la misura in cui tale evoluzione si verificherà dipenderanno da un numero elevato di fattori, e in primo luogo dalle sorti dell’economia dei concorrenti diretti asiatici.

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