CRISI ECONOMICA ED ENERGIA

 

 

                      CRISI ECONOMICA ED ENERGIA

                      OBAMA TENTA DI CAVALCARE 

                      IL "BUSINESS VERDE" *

                      Con l’obbiettivo di creare cinque milioni di nuovi posti di lavoro

 

 

di Emanuela Melchiorre

 

        pubblicato su FINANZA ITALIANA – gennaio febbraio 2009 – numero 1-2

                     

 

Lo scoppio delle tre bolle speculative, quella del mercato immobiliare e quelle dei prodotti energetici e alimentari, continua ad avere gravi conseguenze in tutto il mondo, con una recessione planetaria ancora lungi dall’essere superata. Il rigonfiamento del prezzo del petrolio e il suo repentino crollo a valori precedenti alla spinta speculativa hanno indotto i governi dei paesi avanzati, Stati Uniti e Unione europea in primo luogo, a porsi nuovamente l’interrogativo di quale via sia la più adatta da percorrere, affinché si possa ridurre la dipendenza delle rispettive economie dall’importazione di fonti energetiche. Inoltre, non solo oggi ma anche più volte nel passato, la combinazione tra gli alti prezzi dell’energia e le preoccupazioni in merito al riscaldamento globale o comunque dell’impatto che l’uso di alcune fonti energetiche poteva avere sull’ambiente, ha generato richieste e appelli a favore di un’intera gamma di nuove fonti di energia. Ma troppo spesso le fonti cosiddette rinnovabili ottengono un consenso diffuso senza dover superare alcun esame dal punto di vista pratico e vengono accolte da attivisti e politici senza la dovuta riflessione in merito ai costi e ai benefici. Fa quasi sorridere pensare che l’uso dello stesso petrolio fu considerato un’alternativa “verde” al momento in cui se ne diffuse l’uso, dapprima per l’illuminazione al posto dell’olio di balena. In seguito, fu proprio il petrolio a consentire lo sviluppo dell’automobile. Il suo utilizzo non dipese, pertanto, come erroneamente fu detto in seguito, dalla pressione ambientalista del tempo avversa all’utilizzo del carbone fortemente inquinante.

Oltre alla convinzione che le fonti rinnovabili siano un bene per il pianeta, si è affermata da qualche decennio anche la convinzione che tali fonti possano costituire anche una via da percorrere per incentivare l’occupazione, specie in momenti di crisi economica e quindi di crescente disoccupazione, considerato che per il loro funzionamento è necessario un numero elevato di operatori specializzati.

 

 

La decisione di Obama di cavalcare il "business verde"

 

Il presidente Obama ha deciso di cavalcare questa idea. In campagna elettorale egli aveva promesso, appunto, la creazione di 5 milioni di nuovi posti di lavoro nel «business verde», ossia negli incentivi alla produzione di energia da fonti rinnovabili, e investimenti per 15 miliardi di dollari l’anno a partire dal 2009, con l’obiettivo finale di azzerare le importazioni di petrolio dal Medio Oriente e dal Venezuela entro il 2015. Ma questo sembra essere più un obbiettivo politico che non economico. Le fonti rinnovabili richiedono un numero maggiore di addetti rispetto alle altre fonti tradizionali, nel rapporto di dieci a uno e, quindi, incentivandole si aumenta notevolmente l’occupazione. Ma è come fare le buche per poi ricoprirle. Questo assunto, infatti, perde di qualsiasi significato se si considera il problema della produzione di energia da un punto di vista economico. Infatti, integrare la produzione nazionale di energia per utilizzare maggiormente fonti che presentano costi più alti (v. tabella), rispetto a quelle tradizionali più economiche, aggraverebbe non poco il costo di produzione di qualsiasi azienda, la quale perderebbe una buona parte della sua competitività sul mercato. Ciò vale per qualsiasi settore e per qualsiasi prodotto, poiché l’energia è un bene strumentale alla produzione di tutti gli altri beni, nessuno escluso. Lo sviluppo di un paese, in termini di crescita economica, è subordinato alla disponibilità di energia a costi contenuti e in quantità sufficienti. Se si confronta la struttura dei costi delle diverse fonti energetiche è lampante la scarsa convenienza del fotovoltaico (21 centesimi di dollaro per kW/h con i sussidi e 36-45 centesimi senza i sussidi) e del solare termico (12,6 centesimi per kW/h) che rappresentano le fonti energetiche più onerose nell’ambito dello spettro di tutte le alternative possibili. Pertanto, se questo tipo di energie non è economicamente conveniente senza significative sovvenzioni, la capacità di creazione di posti di lavoro non dovrebbe essere un elemento sufficiente a far riversare miliardi di dollari di nuovi sussidi a spese, in ultima istanza, del contribuente. 

 

 

 

 

 

 

 

Costo in centesimi di dollaro Usa per kW/h della generazione di elettricità 

 

 

fonte per fonte

 

 

 

con i sussidi

senza i sussidi

 

 

Idroelettrico

2

 

 

 

Carbone

4,3

 

 

 

Geotermico

4,4

 

 

 

Gas naturale

4,7

6 – 7

 

 

Eolico

4,8

8 – 9

 

 

Biomassa

5,1

7

 

 

Nucleare 

6

 

 

 

Petrolio

8 – 11

 

 

 

Solare termico

12,6

 

 

 

Fotovoltaico 

21

36-45

 

 

 

 

 

 

 

Ci aveva già provato anche Jimmy Carter

 

La politica “verde” di Obama non è nuova. Nell’aprile del 1977, il presidente Jimmy Carter, più bravo – si disse – a produrre noccioline che a fare politica, proponeva varie misure come risposta, fra le quali l’istituzione della Synthetic Fuels Corporation, per promuovere le energie alternative (ad esempio incentivando la gassificazione del carbone) e l’erogazione di sussidi per l’energia solare ed eolica. Come ricorda Michael C. Lynch nel suo recente articolo dal titolo “Crocifissi su una croce di biomassa?”, in seguito al piano varato si moltiplicarono negli Stati Uniti i pannelli solari termici e gli impianti per l’energia eolica e fu finanziata la ricerca in una varietà piuttosto ampia di fonti di energia. Si disse che l’auto elettrica era prossima a fare il suo ingresso nel mercato, e la Chrysler rivide la propria offerta produttiva a favore di vetture di dimensioni più contenute. Il piano di Carter non sortì i risultati sperati e i prezzi di mercato non crebbero tanto quanto era stato ipotizzato dagli analisti di allora. I pannelli per il solare termico e le turbine eoliche ebbero numerosi problemi tecnici e gli americani tornarono ad acquistare le auto tradizionali, premiando la Ford e la General Motors, che avevano mantenuto la gamma delle loro produzioni, e penalizzando la Chrysler, mentre le auto elettriche solamente di recente hanno fatto una timida comparsa.

 

Le previsioni degli "esperti"

 

Eppure, molti sostengono che le energie rinnovabili siano la risposta al problema degli alti costi dell’energia, che dureranno a lungo e saranno crescenti nel tempo. Pertanto, secondo questa tesi le energie rinnovabili diventeranno col tempo economicamente più convenienti. Il problema del prezzo crescente del petrolio, in virtù di considerazioni relative alla teoria sul “picco di produzione”, è un tema ricorrente, confutato però dall’evidenza che, se la quantificazione totale di petrolio sul pianeta è di incerta determinazione, questa fonte è ancora ben lungi dall’essere esaurita, vista anche la scoperta continua di nuovi giacimenti economicamente sfruttabili. Il Rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma del 1972, che fu considerato un’offesa all’intelligenza dell’uomo, aveva atterrito l’opinione pubblica mondiale, sostenendo che il petrolio sarebbe durato solo per altri 30 anni. Eppure questo limite stabilito a tavolino dagli esperti catastrofisti, interessati però a far aumentare il prezzo del greggio, è stato ampiamente superato e, a marzo di quest’anno, sarà addirittura inaugurato lo sfruttamento di un giacimento brasiliano di recente scoperta, dalle dimensioni paragonabili all’intera disponibilità russa.

 

 

Come nel 1973-’79 rincari originati dalla speculazione

 

Ma allora perchè assistiamo a ricorrenti "fiammate" nelle quotazioni del greggio? Come era accaduto nel 1973-79, anche questa volta l’aumento del prezzo del greggio è stato determinato non già dalla disponibilità di petrolio e dalle quantità immesse sul mercato, ma dalla speculazione. È stato sufficiente tagliare gli artigli degli speculatori (come, ad esempio, limitando fortemente il ricorso alle vendite allo scoperto) per ricondurre il prezzo del greggio a un problema fisiologico.

Quindi ancora una volta, come è successo ai tempi del presidente Carter, anche oggi le aspettative di prezzi crescenti dell’energia saranno fortunatamente disattese. Come infatti già argomentato nel precedente articolo del numero 11-12 (novembre dicembre 2008) di Finanza Italiana, il prezzo del petrolio, dopo l’impennata di luglio scorso (in cui aveva superato i 140 dollari al barile), è crollato ai valori compresi fra i 30 e i 40 dollari attuali. Ciò è avvenuto a causa dello scoppio della bolla speculativa e delle misure prese per le nuove direttive delle contrattazioni di borsa, specie di Chicago e di Londra relativamente ai futures.

 

 

 

 

Le correlazioni tra finanza e prezzo del petrolio

 

Appare pacifico che tra il mondo finanziario e il mondo energetico vi sia una stretta correlazione, complice anche l’Opec. Per superare la grave empasse mondiale occorre, in primo luogo, agire sulla regolamentazione degli strumenti finanziari al fine di tagliare gli artigli alla speculazione. Allo stesso tempo, occorre elaborare un quadro normativo certo e stabile a livello nazionale e internazionale, che consenta ai vari governi di implementare le loro politiche energetiche, ricorrendo al giusto mix di fonti, che attribuisca un ruolo importante alla produzione nucleare di energia, caratterizzata da costi compatibili con l’efficienza economica e con emissione zero di Co2. Ciò non toglie che si possa fare ricorso ad un uso razionale e quindi economico delle fonti rinnovabili, tra cui le biomasse con i relativi termoconvertitori. Indubbiamente, non dobbiamo abbandonare la ricerca per le nuove fonti, tra cui l’energia da fusione, che purtroppo rimane un problema per le future generazioni, come dimostrano le vicende del progetto ancora soltanto sperimentale denominato ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor), oggi in via di costruzione nel sud della Francia, in pieno accordo con gli altri partner internazionali (Cina, UE, Giappone, Russa, Corea del Sud e USA).

 

 

Il pacchetto dell’Ue clima-energia

 

Occorre ricordare che lo stesso indirizzo in gran parte ipotetico che ha fatto proprio il nuovo presidente americano riguardo alle energie rinnovabili è stato intrapreso ancor prima dall’Unione europea, già nel 2000, sulla scia della combinazione degli alti prezzi dell’energia e delle preoccupazioni in merito al riscaldamento globale, allorquando ha elaborato il pacchetto clima/energia, noto come 20-20-20, in seguito alla constatazione che i parametri di Kyoto (che per l’Italia imponevano di ridurre del 6,9% le emissioni di co2 rispetto al 1990, ma oggi siamo al +12) non sono stati soddisfatti. Come è noto, lo slogan 20-20-20 sta a indicare che con tale piano si intende: aumentare del 20% la produzione di energia con fonti rinnovabili; aumentare del 20% l’efficienza energetica rispetto alle proiezioni del 2020; ridurre del 20% le emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990. Pertanto, il piano prevede incentivi per la conversione della produzione energetica a favore delle fonti rinnovabili, considerata la via più rapida per raggiungere l’obbiettivo dichiarato. Però partendo dalla considerazione che la produzione di energia è connessa indissolubilmente con lo sviluppo economico di un paese, si può affermare che ridurre in modo incondizionato la produzione di Co2 rischia di compromettere la crescita di un paese. Inoltre, altre critiche sono state sollevate al piano europeo da molti osservatori indipendenti. In particolare, posto che l’Unione europea è un insieme disomogeneo di economie che corrono a diverse velocità, imporre un piano di rientro dalle emissioni inquinanti che sia indiscriminato e uguale per ogni paese significa imporre sforzi diseguali a economie differenti. In virtù di tale valutazione, l’approvazione del piano 20-20-20, secondo la sua formulazione originaria è stato contrastato dal governo Berlusconi ed è stato riesaminato rendendo i parametri flessibili e soggetti a revisione nel tempo.

La predilezione per il petrolio, gas, nucleare e carbone rispetto alle altre fonti energetiche è da ascrivere alla disponibilità di tali fonti e alla completezza del loro mercato, in termini sia finanziari sia distributivi. Le altre fonti energetiche, oltre che essere tutt’ora antieconomiche, presentano anche notevoli limiti tecnici tali che di fatto ne condizionano la diffusione. Ad esempio, il fotovoltaico e l’eolico sono fonti che non garantiscono la stabilità nell’erogazione dell’energia, nel momento in cui viene meno il sole o il vento per un periodo di tempo prolungato. Richiedono, pertanto, che rimanga comunque in funzione il circuito della produzione di energia da fonti tradizionali con il risultato, quindi, di un aggravio considerevole dei costi di produzione. Ma Obama sa che le fonti tradizionali forniscono circa il 90 per cento dell’energia prodotta?

 

Nota: * comprende geotermica, solare, eolica ecc.

 

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