ADESSO MUTIAMO LE REGOLE DELL’ASSETTO MONETARIO

 

È diffusa l’opinione che la crescita economica che alcuni grandi paesi del sud del mondo hanno sperimentato in questi ultimi due decenni possa incidere oggi sugli assetti mondiali e sulle sfere di influenza in modo da rivoluzionare la situazione fino ad ora consolidata del ruolo trainante delle economie tradizionalmente industrializzate, ossia di quei paesi che componevano il noto G7 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Francia, Germania, Giappone e Italia) e che con le loro economie, al momento della costituzione del summit in parola, contribuivano per l’80% alla ricchezza mondiale. Già nel recente passato, e con precisione col vertice di Birmingham del 1998, si è assistito a un primo ampliamento del summit internazionale alla Russia, in seguito al modificarsi degli assetti economici e politici e del differente contributo che i paesi hanno progressivamente dato alla ricchezza mondiale. Si è così cominciato a parlare del G7+1, anche detto G8.

 

Oggi si pensa di allargare ulteriormente il foro ad alto livello decisionale, in cui si discute delle più importanti questioni macroeconomiche e di politica monetaria, ai paesi emergenti che presentano i più alti tassi di crescita economica. È infatti sembrato opportuno consentire l’ingresso a paesi, quali Australia, Corea del Sud, Arabia Saudita, Messico, Brasile, Argentina, Turchia, Sudafrica, Cina, Indonesia e India, al forum più importante e, per tale via, permettere loro di dare un contributo all’attuale crisi economica che ha investito tutto il mondo, non solo i paesi industrializzati ma anche le economie emergenti, in seguito allo scoppio delle tre bolle speculative di questi mesi (quella dei subprime, quella petrolifera e quella dei generi alimentari). Occorre comunque considerare che con il notevole aumento del numero dei paesi che interverranno al summit il processo decisionale sarà più lungo in quanto un accordo tra venti membri sarà di gran lunga più difficile da raggiungere rispetto a un accordo tra un minor numero di paesi.

 

 

Si parla da qualche anno, dopo la diffusione della relazione del 2003 del Goldman Sachs Global Research Centres dal titolo “DreamingWith BRICs: The Path to 2050, firmata dagli economisti Dominic Wilson e Roopa Purushothaman, dei cosiddetti “BRIC”, per indicare con tale acronimo l’insieme di quattro paesi (Brasile, Russia, India e Cina) che più di altri dimostrano vaste potenzialità di crescita (grafico 1). Nel loro complesso tali paesi contribuiscono a più della metà della popolazione mondiale e rappresentano circa la metà del totale delle terre emerse. La Russia e il Brasile sono ricchi di risorse naturali e in gran parte sfruttano proprio questa dotazione per migliorare le loro condizioni di vita. La Cina e l’India hanno sperimentato un processo di industrializzazione molto rapido.

   

Il Brasile, oltre al tradizionale allevamento di bovini e alla fiorente agricoltura e alla coltivazione soprattutto di soia, caffè, canna da zucchero, agrumi, cacao e cotone possiede metalli preziosi e rilevanti giacimenti di petrolio, in parte sulla terra ferma e in parte sulla piattaforma continentale. Inoltre, immensi giacimenti di petrolio, di circa 8 miliardi di barili, sono stati scoperti recentemente nella Baia di Santos, al largo delle coste brasiliane, sotto uno strato di roccia e di sale, a 6 chilometri di profondità. La produzione, che dovrebbe iniziare a marzo del 2009, potrebbe aggirarsi intorno a 100 mila barili al giorno, unitamente a 3,5 milioni di metri cubi di gas. Le riserve brasiliane sono state stimate a 60 miliardi di barili equivalenti di petrolio, pari a circa tutte le riserve del sottosuolo russo. È un primato brasiliano la produzione di etanolo prodotto dal mais ed è giunta a compimento la sperimentazione della tecnologia per produrre “etanolo di seconda generazione”, ottenuto dai residui di canna da zucchero, mais, grano, soia e segatura, che entrerà in commercio nel 2010. Per via della produzione di etanolo dal mais il Brasile  aveva ricevuto le critiche corali di molti ambientalisti e anche di alcuni esponenti di governi che imputavano al paese carioca la responsabilità, per tale via, dell’impennata dei prezzi delle derrate alimentari, che nel 2008 ha provocato inflazione nei paesi industrializzati e aggravato ulteriormente il problema della fame nei paesi poveri. Tale errato convincimento era piuttosto diffuso e se ne parlò anche in occasione del vertice Fao sulla sicurezza alimentare, nel giugno 2008. Quando invece l’effettiva causa dell’impennata dei prezzi agricoli, ovvero la spinta della speculazione, è venuta meno con lo scoppio della bolla speculativa, anche le accuse al Brasile non sono state replicate.

 

La Russia, con l’avvento di Putin al potere, ha conosciuto una nuova espansione grazie allo sfruttamento delle risorse naturali, minerali e pietre preziose, ma soprattutto petrolio e gas naturale. La politica di Putin di risanamento dell’economia russa è partita dal commercio di materie prime, ma anche da accordi presi con i governi delle economie avanzate. Egli è stato ben attento alla ripartizione dei rischi tra la Russia e i paesi consumatori, investendo nell’ammodernamento e nella realizzazione di nuovi impianti con capitali stranieri in quote di partecipazione inferiori al 50 per cento, garantendosi, in questo modo, la conservazione del controllo delle fonti energetiche e la diversificazione dei mercati di sbocco. Mosca controlla tutte le infrastrutture della regione delle ex repubbliche sovietiche, poiché il sistema di idrocarburi della vecchia Unione Sovietica era stato costruito per essere gestito dal centro, cioè da Mosca, e oggi è appannaggio delle società russe che, come la Gazprom, sono sotto il controllo governativo. La Russia, oltre che sul giacimento di Shtokman, nel Mare di Barents, nell’Artico, può contare su quello che è definito il «tesoro del Caspio». In questa regione Mosca esercita il controllo dei prezzi del gas naturale. I prezzi del gas destinato ai paesi limitrofi sono stati rivisti al rialzo rispetto a quelli praticati a livelli politici in nome di quella che era stata la «fratellanza sovietica». La Russia persegue la politica di riportare il livello dei prezzi a quello di mercato, provocando in tal modo un raddoppio del prezzo che tali paesi sono costretti a pagare per le loro forniture di gas. Un tale aumento ha originato la crisi tra Russia e Ucraina che si ripete ormai ogni anno nei mesi invernali, spesso a discapito dell’Europa tutta. Secondo i piani della «Putinomics» del 2006 l’economia delle fonti energetiche, inquadrata in un più ampio contesto delle esportazioni di tutte le materie prime, avrebbe dovuto portare al raddoppio del Pil della Russia in cinque anni, quindi entro il 2011, con un incremento medio annuo del 10%. L’attuale crisi economica però costringerà il governo di Mosca a ridimensionare i propri desideri di espansione.

 

Durante gli anni Ottanta e Novanta, la Cina, la cui popolazione come noto si aggira intorno a 1,3 miliardi di persone, ha sperimentato una fase di crescita a tassi molto elevati, in gran parte in seguito agli investimenti di multinazionali europee e soprattutto americane nei settori tradizionali. Ciò è valso alla Cina l’appellativo di “fabbrica del mondo”, che ha visto svilupparsi soprattutto le aree costiere, più facilmente raggiungibili e collegabili al resto del mondo tramite i porti. Vastissime aree dell’entroterra con elevato carico di popolazione, invece, sono rimaste arretrate e povere. Le vie di comunicazione nelle campagne sono pressoché inesistenti, non vi sono presidi sanitari e in tutto il paese l’inquinamento ambientale ha raggiunto livelli allarmanti. Il fiume Giallo risulta essere tra i fiumi più inquinati al mondo e costituisce un pericolo per decine di milioni di persone che vivono lungo le sue rive.

Per alimentare la crescita accelerata della sua economia, in questi anni il governo cinese si è adoperato per tessere una fitta rete di accordi commerciali e di intese politiche soprattutto con gli stati africani, in prevalenza con gli “stati canaglia”, e asiatici volti a ottenere materie prime e petrolio in cambio di investimenti e prestiti a tassi agevolati. Con la Russia è stato concordato un piano di collaborazione in diversi settori (energia, siderurgia, industria mineraria) in attesa della costruzione di oleodotti tra i due paesi per la fornitura di petrolio.

 

L’India, con 1,1 miliardi di persone, è il secondo paese più popolato al mondo dopo la Cina. Il governo Manmohan Singh ha portato avanti una serie di politiche economiche e sociali mirate alla crescita industriale, e al miglioramento delle condizioni di vita delle masse contadine più povere. Ha stretto accordi di cooperazione con l’Unione europea, sono migliorati i rapporti politici con la Cina, ma ancora difficile è la situazione con il Kashmir, la regione a nord del paese, e con il vicino Pakistan. La sua spiccata dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento dell’energia, è cresciuta soprattutto dal 1991, in seguito all’alto tasso di sviluppo dell’economia soprattutto di quella manifatturiera. Il bisogno di energia ha fatto si che il governo indiano stringesse un accordo con gli Stati Uniti riguardo al nucleare civile impegnandosi ad aprire i suoi stabilimenti nucleari alle ispezioni della AIEA (Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica) in cambio di forniture di tecnologie atomiche (reattori e combustibile) da parte statunitense. La necessità di cercare all’estero nuove fonti energetiche ha condizionato la politica estera indiana, inducendo Nuova Delhi a stabilire buone relazioni con alcuni “stati canaglia”, tra cui il Venezuela, il Sudan, la Siria, la Birmania e l’Iran, e proprio a causa delle relazioni con quest’ultimo paese e in particolare, il progetto di costruzione del gasdotto Ipi, il cosiddetto “gasdotto della pace” che dovrebbe collegare l’Iran all’India passando per il Pakistan, ha rallentato il processo di allineamento strategico con gli Usa.

 

Il sospetto di un capovolgimento delle sfere di influenza dagli USA all’area asiatica, che fino a non molto tempo addietro non era raro leggere su quotidiani e riviste, non è nuovo. Basti pensare all’eco che ebbe il cosiddetto “pericolo giallo” in seguito al boom industriale giapponese degli anni Sessanta. Come si ricorderà, durante quel decennio, con la precisione dal 1961 al 1970, il Giappone, grazie anche agli ingenti aiuti americani, presentava un tasso di accrescimento annuo del Pil del 10%, di gran lunga superiore a quello di tutti i paesi altamente industrializzati nello stesso periodo. Poi c’è stato il rallentamento e da ultimo l’economia si è quasi fermata e scarso effetto ha avuto la politica dei bassi tassi di interesse.

 

Così come è avvenuto per il Giappone, anche in questi ultimi anni, è circolata l’ipotesi che l’impeto dell’economia cinese avrebbe consentito che il Dragone potesse eguagliare l’economia statunitense nel giro di un ventennio o poco più. Per poter avere una idea riguardo a quanto questa ipotesi possa essere plausibile ci siamo esercitati nell’analisi dell’eventualità che l’economia cinese raggiungesse lo stesso livello di sviluppo di quello statunitense interrogandoci su quanti anni avremmo dovuto attendere prima che tale ipotesi si realizzasse. A tal fine abbiamo preso in considerazione un indice dello sviluppo e della ricchezza di un paese tra i più significativi, ossia il pil pro-capite. Attualmente il pil pro-capite cinese è appena il 5% di quello statunitense, ossia occorre moltiplicare ben venti volte il reddito medio di un cinese per eguagliare quello attuale di un americano. Mediante una nota formula di matematica finanziaria si può calcolare il numero degli anni che occorre attendere prima che il valore del reddito medio pro-capite cinese eguagli quello statunitense, con l’ipotesi che l’economia cinese cresca di almeno il 5% all’anno e quella americana al 3%. Da un simile calcolo è emerso che occorrerà attendere almeno un secolo e mezzo. È molto improbabile che una economia possa crescere a ritmi tanto sostenuti per un periodo di tempo tanto lungo. Altrettanto si può dire per l’India che potrebbe raggiungere la ricchezza pro-capite americana, crescendo sempre a un tasso del 5% annuo, non prima di due secoli, mentre occorrerà, con il medesimo tasso di sviluppo, un secolo al Brasile e alla Russia. Simili esercizi matematici possono solo essere considerati alla stregua di un complicato passatempo di una economista. La situazione economica mondiale è in continua evoluzione e le previsioni a lungo e lunghissimo termine perdono di qualsiasi valore pratico e teorico. Possono però essere strumentali alla comprensione di quanto ampio sia il divario tra i paesi citati.

 

La crisi economica e finanziaria

 

La crisi internazionale nei prossimi mesi si rivelerà in tutta la sua dimensione non solo in Cina, ma anche in India e in Russia e in generale nei paesi emergenti, votati all’esportazione, il cui sviluppo quindi dipende dalla crescita dei paesi industrializzati. Se i paesi ricchi smettessero di crescere la sorte dei paesi emergenti sarebbe segnata. I recenti dati relativi alle variabili economiche più importanti, come la produzione industriale e l’andamento delle esportazioni dei paesi asiatici, e della Cina in primo luogo, in seguito all’attuale crisi economica, non ha fatto altro che rafforzare il convincimento che il sostanziale sviluppo delle economie dei paesi emergenti debba ancora avvenire. Anche la Russia, ha subito gli effetti sfavorevoli del recente crollo delle borse. La borsa di Mosca, infatti, in un anno di attività ha perso quasi il 70% del suo valore in termini di capitalizzazione ed è stata addirittura chiusa per alcuni giorni per evitare eccessi di ribasso. Anche le borse asiatiche hanno subito perdite equivalenti, sempre in termini di capitalizzazione. La Cina ha perso in un anno di attività quasi il 65% del suo valore di borsa, l’India più del 57% (tabella 2).

 

È importante considerare che il capitale ha una spiccata tendenza alla volatilità, anche nel caso in cui sia utilizzato per finanziare attività produttive in ambienti economici che presentano notevoli vantaggi in termini di basso costo di mano d’opera e di scarsa attenzione alla salubrità dell’ambiente di lavoro, di bassa imposizione fiscale e, infine, di scarsa attenzione alla tutela ambientale. Il fenomeno che ha interessato Cina e India prende il nome, come accennato, di delocalizzazione internazionale della produzione. Nel momento in cui i vantaggi della delocalizzazione in termini di costo vengono meno o si attenuano, gli investitori possono cambiare le loro decisioni e dirigersi verso altri paesi con maggiori vantaggi comparati o scegliere di tornare a produrre in patria.

 

In Cina, in particolare, si assiste in questi mesi all’aumento dei fallimenti e dei tagli produttivi delle imprese cinesi, tanto che non sono da escludere una massiccia disoccupazione e forti tensioni sociali. L’effettiva gravità della tensione sociale è di difficile determinazione anche perchè la stampa locale, soggetta al controllo del governo cinese, si adopera per ridimensionare gli eventi. Si è innescato, inoltre, il fenomeno del controesodo dalla fascia costiera e industrializzata verso le zone rurali dell’entroterra. Si tratta della inversione del flusso migratorio che negli ultimi 30 anni aveva provocato l’esodo della popolazione dalle campagne verso le città, come era accaduto ad esempio in Italia, fatte le dovute proporzioni, negli anni Cinquanta. L’esodo ha ingrossato la popolazione urbana e ha costituito la forza lavoro a buon mercato che ha permesso l’industrializzazione delle aree costiere del paese. La disoccupazione che il processo inverso della delocalizzazione sta comportando in questo periodo di crisi economica riguarda, secondo stime preliminari, circa 250 milioni di cinesi che si avviano a ritornare nelle campagne e in quelle terre che avevano abbandonato nei decenni precedenti, con la speranza di una vita lavorativa in fabbrica. Quando le fabbriche chiudono, a questi disoccupati non resta altro che tornare a coltivare la terra, ma questa volta senza le tutele che l’economia socialista assicurava loro prima dell’apertura del regime alle logiche e ai vantaggi del mercato e dello scambio internazionale.

 

Il prezzo del petrolio è destinato a stabilizzarsi verso i valori di lungo periodo

 

La crisi odierna è un momento importante anche per quei paesi che hanno incentrato la propria economia esclusivamente sullo sfruttamento delle risorse petrolifere del loro territorio. Dopo lo scoppio della bolla petrolifera nell’estate del 2008, infatti, il prezzo del petrolio ha subito un vistoso calo, è crollato cioè dai 147 dollari dell’11 luglio 2008 (grafico 2) a circa 35-40 dollari in questi giorni di gennaio.

   

Il repentino incremento del prezzo del petrolio dell’estate scorsa, dovuto alla speculazione, ha innescato una serie di reazioni da parte della domanda che si è rivolta, in parte, alla ricerca di nuove fonti energetiche, tra cui il nucleare e le fonti cosiddette rinnovabili. Gioca in questo periodo, inoltre, un ruolo non marginale il risparmio energetico e lo sfruttamento di nuovi giacimenti già individuati che, salvo imprevisti, dovrebbero entrare in produzione nel corso del 2009. In particolare, oltre alle autorizzazioni della precedente amministrazione Bush a perforare le coste statunitensi, dovrebbe entrare in produzione fin da marzo 2009, come accennato, il giacimento recentemente scoperto nella Baia di Santos, in Brasile. L’insieme di queste reazioni, dette «diversione di domanda», unitamente al calo della stessa domanda di prodotti energetici per via della contrazione della produzione mondiale hanno fatto si che il prezzo del petrolio sia tornato ai livelli precedenti al rigonfiamento della bolla speculativa. In questo contesto, non solo per la Russia, che ha visto contrarsi gli introiti da esportazione, ma anche e soprattutto per l’Opec la crisi odierna è un momento importante. I paesi che compongono il cartello petrolifero dovrebbero comprendere che fare largo ricorso ai tagli della produzione non sortirà gli effetti desiderati dell’incremento del prezzo di mercato, perché il petrolio caro è un incentivo al potenziamento del nucleare, e al ricorso, seppur marginale, alle fonti alternative, allo sfruttamento dell’energia geotermica e a politiche di risparmio energetico.

 

Il rischio di una guerra commerciale e il ruolo dei paesi industrializzati nella crisi economica mondiale

 

L’incalzare della crisi economica ha  portato i paesi industrializzati, e gli Stati Uniti in primo luogo, a importanti interventi non solo per il sostegno del settore bancario e finanziario, ma anche di quello automobilistico. Queste decisioni hanno segnato il punto di svolta. Infatti, proprio in virtù di questi primi interventi pubblici a sostegno di un settore produttivo in particolare e non più solamente nei confronti del sistema finanziario e bancario in generale, ulteriori interventi in altri settori e in altri paesi saranno sempre più probabili.

 

Bisognerà evitare che gli interventi pubblici a sostegno dell’industria non si rivelino però una forma di “protezionismo non tariffario”, ovvero un tipo di protezionismo che non passa per la via dell’imposizione di dazi, ma attraverso i sussidi alla produzione e i sostegni pubblici all’industria e all’agricoltura. In questo contesto il ruolo del G7+1, ma anche e soprattutto quello del G20 sarà quello di raggiungere un accordo sugli inevitabili interventi di politica economica, affinché si sventi il rischio che si inneschi una guerra commerciale tra i principali paesi industrializzati e tra questi ultimi e quelli emergenti, che inevitabilmente porterebbe a una corsa al protezionismo, questa volta anche tariffario, e a futuri probabili conflitti.

 

L’ipotesi che i paesi emergenti diventino ricchi in poco tempo come i paesi economicamente avanzati e possano svolgere un ruolo determinante per la sorte dell’economia mondiale è, alla luce delle considerazioni fin qui esposte, ancora abbastanza lontana. Ciò non toglie che anch’essi partecipino alle scelte strategiche per un mondo migliore, dove le relazioni economiche siano improntate alla cooperazione e alla collaborazione internazionale. Banco di prova sarà il superamento della crisi finanziaria ed economica, ormai planetaria e che rischia per ampiezza e per profondità di provocare fratture tra i vari paesi e in primo luogo quelli economicamente più deboli. Il prossimo G 20 che si svolgerà sotto la presidenza italiana, potrà stabilire i principi sani per una ripresa economica equilibrata e scevra da speculazioni di ogni sorta. La via da indicare sarà quella di un ritorno nel più breve tempo possibile a un nuovo ordine monetario e finanziario internazionale, basato sui cambi valutari fissi. Mutatis mutandis, dovrà essere un ritorno agli accordi di Bretton Woods, allorché nel lontano luglio del 1944, ogni paese partecipante agli accordi rinunciò in parte alla propria sovranità monetaria in vista dell’equilibrio delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Il sistema dei cambi valutari fissi consentì la ricostruzione dopo la guerra e il conseguimento del benessere in molti paesi, compresa l’Italia.

È da augurarsi che il nuovo presidente degli Stati Uniti voglia inserire nel suo programma l’obiettivo di un nuovo ordine monetario internazionale, al quale tutti i paesi, nessuno escluso, possano partecipare accettando un insieme di regole comuni atte a impedire il sorgere di protezionismi, di speculazioni finanziarie e di guerre affinché l’unica lotta da combattere sia quella contro la fame e il sottosviluppo.

 

 
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: