SVALUTAZIONI COMPETITIVE: UNO STRUMENTO PROTEZIONISTA

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 21 aprile 2009

L’osservazione dell’andamento del cambio del franco svizzero nei confronti del dollaro Usa e dell’euro in questi due ultimi mesi, e in particolare a far data dal 12 marzo scorso quando la Banca nazionale svizzera è intervenuta sul mercato valutario, acquistando euro e dollari contro franchi svizzeri, ha fatto parlare alcuni esperti, tra cui il prof. Wyplosz dell’università di Ginevra sulle pagine del Sole 24 ore, di «svalutazioni competitive». Infatti, nei giorni successivi all’intervento dell’autorità monetaria elvetica il cambio del franco nei confronti del dollaro è passato da 1,121 franchi contro un dollaro Usa a 1,156 in poco più di dieci giorni. Ancora oggi occorrono 1,147 franchi per acquistare un dollaro. Altrettanto e a maggior ragione si può dire riguardo all’andamento del cambio del franco svizzero nei confronti dell’euro. Infatti, dal 9 marzo scorso il cambio euro/franchi è passato da 1,460 a 1,539. Attualmente il cambio è ancora a 1,512 franchi per un euro. Sebbene allargando lo sguardo dell’osservazione ad un arco temporale più ampio, anche di due anni, si evince che tali andamenti possano essere anche considerati delle fluttuazioni dei mercati dei cambi, vale comunque la pena avanzare l’ipotesi di un approccio di tipo interventistico delle autorità monetarie svizzere e con esse anche di quelle di altri paesi le cui valute hanno subito andamenti oscillanti nel tempo. In particolare, anche la valuta cinese, il renminbi, quella nipponica, lo yen, ma anche in ambito europeo quella svedese, la corona, e quella inglese, la sterlina, hanno avuto andamenti oscillanti tendenti nel complesso al loro deprezzamento nei confronti dell’euro e del dollaro.

L’acquisto di valuta estera da parte della banca centrale svizzera è stata una manovra di politica monetaria, che i paesi dell’area dell’euro non avrebbero potuto compiere singolarmente, avendo delegato la politica monetaria alla Bce, e che ha sortito l’effetto eventualmente desiderato di un deprezzamento del franco svizzero nei confronti delle due valute, dollari ed euro. I vantaggi in termini di esportazioni dell’indebolimento di una moneta sono evidenti e permettono all’economia nazionale di essere più competitiva nella vendita delle proprie produzioni sul mercato internazionale. Per intenderci, la Svizzera potrà in tal modo vendere orologi e cioccolato, ma anche acciaio, alluminio, ghisa ecc., nell’Europa dell’euro e negli Usa a un prezzo inferiore rispetto all’anno scorso.

Questa manovra svizzera è giunta in concomitanza con l’uso di un altro tradizionale strumento di politica monetaria, ossia la riduzione del tasso di interesse centrale, che il 12 marzo scorso era stato tagliato di 0,25 punti percentuali, raggiungendo il livello dello 0,25%. La teoria economica ci dice che quest’ultimo provvedimento è efficace fino ad un certo punto, poiché ha un naturale limite verso il basso, in quanto in assoluto non può avere valori negativi, mentre potrebbe averne in caso di inflazione. Occorre osservare che in certe condizioni l’abbassamento a valori minimi potrebbe comportare una riduzione dell’efficacia del provvedimento stesso per la nota teoria della «trappola della liquidità» di keynesiana memoria. Più in generale la manovra del tasso di interesse ha maggiore efficacia come misura antinflazionistica, per cui sovente si ricorre a manovrare anche il cambio. Quindi anche le autorità monetarie svizzere hanno fatto ricorso anche alla manovra del cambio estero.

Tale strumento però è piuttosto rischioso, in quanto rappresenta un’arma a doppio taglio. Infatti, i principali paesi che esportano verso la Svizzera, ossia quelli dell’euro-zona, gli Stati Uniti, il Regno Unito e il Giappone, potrebbero ricorrere alle medesime manovre monetarie, deprezzando la loro valuta nei confronti del franco svizzero e, per tale via, innescare una pericolosa guerra di «svalutazioni competitive» come sovente è accaduto nella più recente storia della moneta.

Non solo il franco svizzero, secondo le ipotesi di Wyplosz, ha cominciato a seguire la pericolosa china del suo indebolimento, che rappresenta uno strumento dell’armamentario del protezionismo, così come anche, ad esempio, il divieto dei vari governi alla delocalizzazione dei processi produttivi all’estero. Anche altre valute hanno seguito la via del deprezzamento della valuta. La sterlina del Regno Unito, ad esempio, da ottobre a dicembre dello scorso anno, ha perso più del 20% del suo valore nei confronti dell’euro. Nel continente asiatico la stessa via è stata seguita dalla Cina, dal Giappone e dalla Corea del Sud, consentendo ampie oscillazioni dei cambi con tendenza però al deprezzamento. La Cina, in particolare, avrebbe dovuto da tempo rivalutare la sua moneta anziché indebolirla.

Come la storia insegna e, in particolare, l’esperienza degli accordi di Bretton Woods, ben più utile sarebbe per tali paesi giostrare sui valori della bilancia commerciale e, quindi, sulla bilancia dei pagamenti in generale, che incidono comunque sul cambio della valuta con dichiarazioni ufficiali, anzi solenni, di svalutazione o di rivalutazione. Purtroppo, l’accordo di cambi monetari fissi, ossia gli accordi di Bretton Woods, è saltato nell’agosto del 1971 e da allora il disordine monetario ha rallentato i flussi commerciali e per tale via anche la formazione del reddito nazionale nei paesi economicamente avanzati. Trovare oggi una via per ristabilire l’ordine monetario internazionale è come dare la migliore risposta alla crisi finanziaria ed economica che ha travolto il mondo e che non si sarebbe verificata se gli accordi di Bretton Woods fossero stati in vigore.

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