SPESA IN RICERCA E SVILUPPO. UN CONFRONTO INTERNAZIONALE

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 30 aprile 2009

Il presidente americano, nel discorso pronunciato alla National Academy of Science di Washington il 28 aprile, si è espresso a favore di un aumento delle spese governative a favore della ricerca e dello sviluppo, fino ad arrivare a una quota del 3% del pil americano. Si tratta di un impegno finanziario di vaste proporzioni che, come sostiene Riveda in un suo articolo sul Sole 24 ore, può essere paragonato a quello assunto dagli Stati Uniti in occasione della corsa spaziale che ha caratterizzato gli anni Sessanta. La via che il presidente vuole percorrere per superare la crisi economica americana è quella di investire massicce dosi di risorse nell’attività di ricerca, ossia in un campo in cui i risultati immediati o dilazionati nel tempo non sono né prevedibili né garantiti. Però, allo stesso tempo, nel caso in cui si ottengano risultati nell’ambito farmaceutico, chimico, dell’alta tecnologia e così via, questi spesso e volentieri restituiscono vantaggi e guadagni superiori agli investimenti fatti. Si tratta comunque di una via indubbiamente rischiosa, ma necessariamente da percorrere in tempi di crisi. Scommettere sull’ingegno e sulla innovazione per superare il momento di empasse appare infatti preferibile ad altri interventi, come ad esempio quello di spendere per spingere i consumi.

Certamente quello del presidente Obama è un approccio ottimistico. Qualcuno sostiene, invece, che il presidente voglia percorrere questa via per ripagare, con finanziamenti governativi e crediti di imposta, i favori e soprattutto i finanziamenti avuti in campagna elettorale dalle case farmaceutiche e dalle aziende hi tech. Superando però questi aspetti della vicenda e lasciando ad altri giudicare su certe questioni, indubbiamente l’approccio di Obama alla crisi è quello migliore, soprattutto se si considera il fatto che simili investimenti, salvo imprevisti, hanno ricadute in termini di maggiore efficienza del lavoro.

In Italia la situazione è diversa rispetto al passato. Oggi, però, il governo sembra aver preceduto la ricetta di Obama, dando particolare rilievo alle spese pubbliche per investimenti. Il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, ha lanciato il 22 aprile scorso un programma nazionale di finanziamenti alla ricerca con la partecipazione di fondi internazionali e nazionali (dai 3 ai 6 milioni di euro a livello nazionale), il cosiddetto «Programma Levi Montalcini», al fine di far rientrare in Italia i ricercatori migrati in tempi passati e per contrastare ulteriori «fughe di cervelli». In particolare, un primo passo sarà quello, secondo le intenzioni del ministro, «di far tornare trenta ricercatori con trenta contratti triennali. Un abbozzo del modello americano, dove chi ha un’idea la sottopone all’ente governativo e può trovare i finanziamenti».

Sarà comunque necessario un notevole sforzo, perché da anni ormai impieghiamo poco più dell’uno per cento delle risorse nazionali nelle spese per la ricerca e lo sviluppo (secondo gli ultimi dati Istat disponibili, nel 2006 la percentuale del Pil italiano destinata a questo settore è stata dell’1,14%), tanto da essere appena al 25° posto nella graduatoria mondiale, secondo i dati OCSE per il 2005 (ultimi disponibili). Il paese al mondo che destina il maggior numero di risorse alla ricerca da anni ormai è la Svezia, seguita dalla Finlandia (Tabella).

Sebbene il maggior finanziatore della ricerca sia il regno svedese, è il Giappone il paese al mondo che, astraendo dalla «qualità» e «importanza», ottiene il maggior numero di brevetti, seguito dalla Svizzera e dalla Svezia. Gli Stati Uniti, sempre per i brevetti, sono all’ottavo posto. In Europa la Germania è il paese che ha realizzato quasi 7 mila brevetti l’anno nel quinquennio 2000-2004 e nel 2005 si trova al quarto posto della graduatoria mondiale. È seguita, a grande distanza, dalla Francia e dal Regno Unito. Non stupisce che le poche risorse che il nostro paese ha destinato fino ad ora alla ricerca diano scarsi risultati non solo in termini di produzione annuale di brevetti, ma anche in termini di incremento della produttività del lavoro. L’Italia, appena al 23° posto nel 2005, ha prodotto meno di mille brevetti l’anno (800 circa) in media nel periodo 2000-2004.

Lo scarso impegno dell’Italia nell’ambito degli investimenti in ricerca e sviluppo non è una questione dell’ultimo decennio, ma risale a molti anni indietro, con riflessi sulla produttività del lavoro, specie nell’industria. Infatti, la produttività del lavoro, da una analisi storica, risulta avere in Italia un minor incremento fin dall’inizio degli anni Ottanta. Il confronto internazionale rafforza il senso di sconforto che suscitano i dati nazionali (Grafico 2).

Giova sottolineare, inoltre, che i parametri del Trattato di Maastricht, che hanno costretto i vari paesi dell’unione monetaria a politiche di contenimento delle spese pubbliche, non tengono in alcun conto l’importante distinzione tra le spese in conto corrente e quelle in conto capitale. In Italia, come è noto, vi è una forte incapacità a contenere le spese correnti, e di questo ne hanno fatto le spese le scelte di politica economica, che fino alla scorsa legislatura hanno disincentivato gli investimenti pubblici. È da augurarsi che il massiccio ricorso alle opere pubbliche, promosso dall’attuale governo, possa dare i frutti sperati in termini di propulsione dello sviluppo.

Al contempo esistono piccole realtà, in Italia, che presentano una spiccata inclinazione all’innovazione. Si tratta delle aziende medio piccole appartenenti al settore made in Italy e dei distretti industriali e tecnologici. Secondo un recente rapporto della Commissione Europea, l’Italia dispone di una relativa forza nella «creazione di conoscenza» e nella proprietà intellettuale, settori in cui è vicina alla media Ue. All’interno di questi indicatori il nostro paese ha un livello al di sopra della media europea per quanto riguarda la quota di ricerca e sviluppo nel settore medium-tech e high-tech. L’Italia ha un elevato livello di efficienza nel trasformare l’innovazione in proprietà intellettuale, ma un’efficienza minore nel trasformarla in applicazioni. Ciò è dovuto in gran in parte al fatto che l’università, i centri di ricerca e di sperimentazione e il mondo produttivo comunicano difficilmente e convivono in modo disarmonico. Il ministro Gelmini ha appunto affermato, a tal proposito, che gli istituti, gli enti, sono frammentati e c’è una polverizzazione delle risorse. Il programma da lei varato a fine aprile punta proprio a «un forte coordinamento, una grande razionalizzazione, per gestire insieme, in modo sinergico, finanziamenti italiani e internazionali, pubblici e privati». Secondo il ministro «manca qualsiasi legame con l’impresa» e occorre «migliorare l’integrazione tra i due mondi, in modo che il ricercatore vada a lavorare dentro le imprese». Un primo passo è già stato fatto in questa direzione con il protocollo appena firmato con la Regione Liguria per il lancio di un polo scientifico e tecnologico in collaborazione con la Ericsson.

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