DALLA CRISI SI ESCE ABBASSANDO LE TASSE

Subito riqualificazione della spesa pubblica e abolizione delle province

Dalla crisi si esce
abbassando le tasse

di Emanuela Melchiorre
 
Pubblicato su www.ffwebmagazine.it il 4 maggio 2009
 
I recenti dati Istat relativi all’andamento delle entrate tributarie sono piuttosto sconfortanti. Nei primi due mesi del 2009 le entrate risultano essere, infatti, diminuite del 7,2% rispetto allo stesso periodo del 2008. Il debito pubblico dal canto suo è cresciuto e ha superato i 1.700 miliardi di euro (pari a 3.291.659 miliardi delle vecchie lire). In queste condizioni, di marcato deficit pubblico e di inimmaginabile volume dei titoli tossici (che a livello mondiale superano probabilmente gli 800.000 miliardi di dollari), qualunque politica di sostegno all’economia può risultare scarsamente efficace per uscire dall’attuale crisi finanziaria ed economica.

Ciò nonostante non si può prescindere dal metodo tradizionale di incremento degli investimenti, sia pubblici che privati, per ogni ulteriore ripresa dello sviluppo dei consumi e del reddito. Senonché, tutte le fonti dalle quali raccogliere i capitali freschi necessari per investimenti pubblici (aumento del debito pubblico, riduzione dei tassi di interesse e incremento della pressione fiscale) non sono ulteriormente attingibili. Nei paesi aderenti al Trattato di Maastricht il debito pubblico non sembra ulteriormente incrementabile, sebbene quello dei maggiori paesi dell’euro-zona abbiano già sforato tale limite. I tassi di interesse sono ai minimi storici e non sono comprimibili oltre una certa soglia, pena tra l’altro la sparizione dei depositi bancari. La pressione fiscale in Italia e in Europa è arrivata a livelli molto elevati e comunque tali da sortire un effetto deprimente.

Rispetto agli Stati Uniti, come è noto, nell’Europa dei quindici la pressione fiscale è superiore in media di oltre 11 punti percentuali. In particolare, in Italia, sempre rispetto agli Stati Uniti, il rapporto tra imposte (dirette, indirette e contributi sociali) e Pil è superiore di oltre 14 punti percentuali. Nei paesi scandinavi le differenze sono ancor più elevate, ma questi ultimi godono di servizi pubblici più efficienti, che in Italia invece, come tutti sanno, lasciano molto a desiderare, con buona pace della rivoluzione del ministro Brunetta, i cui frutti in termini di efficienza saranno evidenti non prima del medio termine, specie se non sarà accompagnata da un processo di snellimento e di riduzione delle pratiche burocratiche.  

Va notato che secondo la metodologia Ocse, la pressione fiscale e tributaria è data dal rapporto tra la somma della imposte dirette e indirette e dei contributi previdenziali, ossia comprende le sole imposte sul reddito, sul patrimonio e i contributi previdenziali. Inoltre, la pressione fiscale in Italia può essere considerata in qualche modo regressiva in confronto con quella degli altri paesi a più elevato reddito; ossia chi ha minori redditi paga più imposte. Per essere in linea, ad esempio con la Germania la pressione fiscale tributaria italiana dovrebbe essere del 32% circa anziché del 43%.
 
 
 
Nell’ambito europeo, infatti, Francia, Germania e Inghilterra hanno un reddito pro capite più elevato di quello italiano (tabella). In questi paesi, a parità di pressione fiscale o con un’aliquota superiore, il reddito disponibile, ossia al netto delle imposte, è di gran lunga maggiore rispetto a quello italiano.

 

 
 
Negli Stati Uniti, nonostante la minore pressione fiscale, il nuovo presidente ha promesso una sua riduzione a vantaggio dei cittadini meno abbienti e a carico dei percettori di redditi più elevati. Recentemente anche in Germania è stata avanzata un’analoga proposta dagli ambienti socialisti. Nei paesi dell’euro, che si trovano sottoposti al vincolo del Trattato di Maastricht e dei suoi parametri sul bilancio pubblico e sul deficit di bilancio (il disavanzo pubblico in rapporto al Pil deve essere non superiore al 3%, mentre il debito pubblico sempre in rapporto al Pil deve essere inferiore al 60%), la via della riduzione della pressione fiscale sembra ancora più ardua da seguire. Eppure, questa è la sola via che ha speranza di successo, negli Usa come in Europa. Il vantaggio di una riduzione della pressione fiscale si traduce, fin dal momento dell’annuncio, in maggiore reddito disponibile e, di conseguenza, in un aumento dei consumi e del risparmio, ossia degli investimenti.

Inoltre, occorre considerare anche che la riduzione delle aliquote fiscali fa sì che si riduca in modo più che proporzionale l’incentivo all’evasione fiscale; infatti, il rischio di essere scoperti e di subire un accertamento e l’imposizione di multe per evasione diviene superiore al vantaggio che si avrebbe nel “risparmio” da evasione. I combinati effetti della riduzione della pressione fiscale e del contemporaneo aumento del gettito complessivo delle imposte, per il maggior reddito e per la minore evasione, innescherebbero un processo virtuoso di nuovo sviluppo: aumento dei redditi e dei consumi e, infine, riduzione del disavanzo pubblico.
L’impulso in tal modo impresso all’economia non esclude, anzi consente più agevolmente, l’adozione di altre misure secondarie, anch’esse influenti sul miglioramento della situazione generale. Si tratta, in primo luogo, dei provvedimenti volti alla riqualificazione della spesa pubblica, che diano la priorità alle spese per investimenti rispetto a  quelle correnti e a quelle superflue.

È ormai maturo il tempo di ridurre drasticamente la spesa pubblica centrale e locale, eliminando le province (ben 117 di cui 3 nuove province istituite nel 2004 e 4 nel 2001) di napoleonica memoria; accorpando i comuni piccoli, risparmiando quindi sul numero dei sindaci (che attualmente sono oltre 8.100), degli assessori, dei consiglieri, dei consulenti e dei segretari comunali; tagliando il numero delle comunità montane, specie quelle di pianura; abbassando, infine, il rapporto tra i rappresentanti e i rappresentati in Parlamento. Giova ricordare che negli Stati Uniti il numero dei senatori è di 100 e quello dei deputati è di 435, vale a dire un senatore rappresenta circa tre milioni di persone e un deputato ne rappresenta quasi 690.000. In Italia, tali rapporti sono di gran lunga inferiori. Infatti, un senatore italiano rappresenta circa 190.000 abitanti e un deputato ne rappresenta meno di 100.000.

Utili provvedimenti potrebbero essere assunti anche sul fronte delle entrate. Vaste risorse potrebbero provenire, infatti, dalla vendita sia degli edifici militari, che ormai, avendo perduto l’uso originario, sono divenute vuote ma sempre costose caserme, sia di altri immobili pubblici che, secondo le stime di Geronimo citate in un suo articolo de Il Giornale dell’ottobre del 2008, potrebbero far incassare alla Pubblica amministrazione almeno 30 miliardi di euro nell’arco di un biennio. Tali risorse potrebbero finanziare gli investimenti pubblici o, in alternativa, impedire l’esplosione della cassa integrazione guadagni, che in questo periodo di crescente disoccupazione il governo Berlusconi ha giustamente allargato a quelle categorie di lavoratori disoccupati (con contratti a progetto non rinnovati) prima escluse. Indubbiamente, l’eliminazione degli enti sopraindicati non può avvenire da un giorno all’altro, dovendo passare attraverso l’approvazione degli organi legislativi e, nel contempo, dovendo salvaguardare l’occupazione. Interessante è osservare che in questo periodo di tassi decrescenti l’emissione di nuovi titoli del debito pubblico comporterà una spesa per interessi inferiore rispetto al passato.

4 maggio 2009

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One Response to “DALLA CRISI SI ESCE ABBASSANDO LE TASSE”

  1. Ottimo articolo: al tempo di Reagan, si è dimostrato che più si diminuiscono le tasse, più il gettito fiscale globale aumenta (curva di Leffer). Un risparmio di spesa pubblica potrebbe derivare anche dall’auspicata abolizione di tutte le province, enti inutili e costosi: il 6-7 giugno dovremmo però soprattutto batterci per non far votare per le nuove province di Fermo e di Monza, e credo anche di Barletta: è infatti uno schiaffo al buonsenso creare nuove province quando si è assodata la loro inutilità.

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