Crisi economica e parametri di Maastricht

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 15 giugno 2009

Non suscita eccessivo stupore la notizia secondo cui ben 24 paesi sui 27 che compongono l’Unione Europea si trovano nella condizione di avere un forte disavanzo di bilancio in rapporto al reddito. Come è noto, per i paesi dell’euro-zona questo disavanzo non può superare il 3% del Pil, come impone il Trattato di Maastricht.

 

Il ministro Tremonti si è affrettato a evidenziare che il dato italiano corretto con riferimento all’andamento del ciclo economico riconduce il valore di tale rapporto al di sotto del 3%, ossia entro il margine stabilito dal Trattato. In ogni modo, secondo le ultime notizie tutti i paesi dell’euro-zona, con l’eccezione di Malta, Cipro e Finlandia, riceveranno a breve la comunicazione dell’apertura della procedura anti-deficit eccessivo sottoscritta dal commissario Ue Joaquin Almunia. Tale situazione non può meravigliare, in quanto dal momento dello scoppio della bolla speculativa del mercato immobiliare si è assistito ad un tonfo di tutte le maggiori economie mondiali e di quelle emergenti.

Si prevede che per quest’anno la Germania subirà un forte rallentamento della sua economia (il Pil decrescerà di ben il 6%, secondo le stime più ottimistiche). L’Italia ha visto una forte contrazione del Pil (del 5,9%). In Francia, la caduta del Pil risulta essere del 3,2% e nella Spagna di Zapatero del 3%, mentre il tasso di disoccupazione spagnolo è salito al 20%, con cinque milioni di disoccupati. Nel paese iberico, anche in seguito al declino del mercato immobiliare e delle costruzioni, si attende in tutti i settori economici un’ondata di fallimenti e il modello di crescita spagnolo, tanto decantato in questi anni, alla luce dei fatti economici è stato messo in seria discussione. Nel Regno Unito la caduta del reddito è stata misurata del 4,1% nel primo trimestre di quest’anno, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Fra tutte le maggiori economie europee, la situazione di quella britannica è di gran lunga la più preoccupante, poiché la City di Londra (il cuore finanziario inglese), che ha progressivamente aumentato la sua attività speculativa a discapito dell’economia reale, si è eccessivamente esposta e sembra essere del tutto schiacciata dal peso dei titoli tossici.

Infine, nell’ambito delle grandi economie mondiali, negli Stati Uniti il crollo del Pil è stato di oltre il 6% per due trimestri consecutivi, mentre il disavanzo pubblico ha superato il 12% del Pil. In Giappone la Toyota ha subìto forti perdite, per la prima volta nella sua storia, dando un inequivocabile segnale della gravità della crisi di quel paese. Nel Sol Levante, infatti, la teorizzata «Trappola della liquidità» ha trovato la sua espressione concreta e il debito pubblico ha raggiunto il 175% del Pil.

Il quadro di riferimento internazionale è, quindi, critico e preoccupante anche in prospettiva. Forse l’Italia, come afferma Tremonti e come sembra confermare anche l’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), sarà il primo paese a uscire dalla crisi, perché il suo tessuto di piccole e medie imprese è più reattivo rispetto ai colossi industriali di altri paesi ricchi del G7, mentre il suo sistema bancario si è esposto in minor misura alle insidie dei titoli tossici rispetto a quello di altri paesi industrializzati. La buona notizia sta nel fatto che, secondo le promesse del ministro Tremonti a settembre la finanziaria, che è già in cantiere, non nasconderà insidie e sorprese per rientrare nei margini del deficit imposti dal Trattato. Ossia non ci sarà, per usare le parole del ministro, la consueta «stangata», come più volte è successo in passato. Inoltre, le procedure europee di rientro dal deficit eccessivo si sono adeguate ai tempi difficili che corrono, nel senso che non verranno imposte penali e sanzioni ai governi non virtuosi. Intanto, il Trattato di Maastricht sembra che stia scricchiolando sotto il peso della crisi economica mondiale. Infatti, la commissaria francese Christine Lagarde ha presentato la proposta di fare una distinzione tra deficit strutturale e «deficit di crisi». Non stupisce che tale proposta sia stata bocciata senza dare spazio a repliche, ma è probabile che rappresenti comunque un prima «prova tecnica» di smantellamento di un Trattato che, dal momento della sua sottoscrizione, ha agito negativamente sulle politiche anticicliche, legando le mani ai governi sottoscrittori.

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