I “BRIC”? COLOSSI DAI PIEDI D’ARGILLA

Il cambio della leadership economica è di là da venire: occorrerà più di un secolo prima che Cina e India raggiungano il reddito pro capite degli Stati Uniti

 

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su Finanza Italiana

Bimestrale economico – finanziario

Anno XXVII – 5° anno nuova serie – numero 3-4 marzo aprile 2009

 

Un argomento che fa tendenza tra gli studi di geopolitica degli istituti e fondazioni più in vista riguarda l’eventuale prossimo capovolgimento della leadership mondiale a favore dei paesi cosiddetti del “Sud del Mondo”, a causa degli elevati tassi di crescita del Pil sperimentati negli ultimi tempi.

Il paese che dovrebbe essere candidato alla presidenza della leadership mondiale dovrebbe essere la Cina, seguita dall’India e poi da altri paesi come il Brasile e la Russia, ossia i cosiddetti “BRIC”, secondo l’acronimo del noto studio firmato nel 2003 dagli economisti della Goldman Sachs,  Dominic Wilson e Roopa Purushothaman, dal titolo “DreamingWith BRICs: The Path to 2050. Ci sono invece molti aspetti dell’evoluzione dell’economia di tali paesi che non permettono ancora di dare tanto spazio all’ottimismo e che impediscono di fatto a tali paesi di riscattarsi finalmente dalla loro antica depressione economica.

La Cina, in primo luogo, è popolata da 1 miliardo e 300 milioni di persone, secondo stime ufficiali, alle quale occorre aggiungere anche tutti quegli individui, probabilmente residenti nelle zone rurali e impervie dell’arretrato entroterra, del tutto sconosciuti all’anagrafe, per sfuggire alla regola ferrea del controllo demografico che facilita la pratica odiosa degli aborti selettivi. Altrettanto si può dire per l’India, il cui carico di popolazione è di un miliardo e cento milioni.

Un’esercitazione può essere utile per capire il divario che esiste attualmente tra i paesi asiatici e gli Stati Uniti. Con una semplice formula matematica si può calcolare il periodo di tempo al termine del quale un paese a basso reddito può porsi alla pari con un altro paese a reddito più elevato.

In base agli ultimi dati disponibili, come risulta dall’apposita tabella, il Pil della Cina è appena il 27% di quello degli Stati Uniti. Se ipotizziamo per il lungo periodo un tasso di crescita del 5% l’anno per la Cina e uno del 2% per gli Stati Uniti risulta che il pil cinese raggiungerebbe il valore di quello statunitense in 56 anni. Il confronto con l’India  perde di significato, perché il tempo si avvicina al secolo (93 anni).

Ma il confronto più significativo è quello con riferimento al pil pro capite. Ipotizziamo che nel lungo periodo il reddito pro capite degli Usa, che nel 2006 è stimato in 44.190 dollari, cresca al ritmo del 2% a prezzi costanti l’anno. Per contro, poniamo che il reddito pro capite della Cina, che nel 2006 e stato di 2.001 dollari l’anno, cresca nel lungo periodo al tasso del 5%.

 

Paesi

Popolazione

Pil

%

Tempo

in anni (1)

Pil

%

Tempo

in anni (1)

in milioni

pro capite

Stati Uniti

299

13.245

100

 

44.190

100

 

Cina

 1.300

2.630

19,9

56

2.001

4,5

107

India

1.100

887

6,7

93

797

1,8

138

Brasile

 186

1.067

8,1

87

5.717

12,9

70

Russia

142

979

7,4

90

6.856

15,5

64

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(1) Valori arrotondati

Fonte: Calendario Atlante De Agostini 2008

 

Partendo da questi dati risulta che la Cina dovrebbe raggiungere il reddito pro capite degli Stati Uniti tra 107 anni. Nello stesso arco di tempo l’India, il cui reddito pro capite è stato calcolato sempre per il 2006 in 797 dollari l’anno, raggiungerebbe gli Stati Uniti tra 138 anni. Tutto ciò, a condizione che i tassi di crescita dei paesi considerati rimangano costanti. Se, invece, si ipotizza un tasso di crescita sempre di lungo periodo inferiori al 5% ipotizzato e, quindi, più plausibile per il lungo periodo, i tempi si allungano notevolmente, tanto da perdere di significato.

Occorre anche considerare che elevare i redditi pro-capite anche di pochi dollari l’anno per circa un miliardo e trecento milioni di cinesi appare un’impresa molto ardua, che, escludendo l’autarchia, richiede oltre che appropriate politiche, anche flussi imponenti di importazioni, per pagare le quali è necessario approntare un corrispondente flusso di esportazioni, che il resto del Mondo non potrebbe assorbire, anche facendo ricorso a pratiche scorrette, come il dumping, i premi alle esportazioni, eccetera. Posto in questi termini, il confronto fra le aree sviluppate e la regione emergente asiatica è sconfortante. Il lungo periodo è un grande banco di prova. Lo si è visto con il Giappone che, grazie agli aiuti americani, aveva sperimentato tassi di crescita del 10% in media l’anno. Poi la crescita si è fermata ed ora è di fatto bloccata e annaspa nella “trappola della liquidità”.

Le ipotesi fin qui considerate per quanto di prima approssimazione, dovranno comunque essere riviste alla luce della crisi finanziaria ed economica, che sembra produrre molti più danni nei paesi emergenti che non in quelli industrializzati. È molto plausibile che non si potrà tornare alla situazione in essere prima dello scoppio della bolla speculativa. Il commercio internazionale difficilmente tornerà a crescere a ritmi sostenuti come quelli del passato e soprattutto si verificherà la tendenza a ripianare i disavanzi commerciali dei paesi a più forte sbilancio. In particolare, gli Stati Uniti non potranno non tendere alla riduzione del loro disavanzo commerciale di 1.967miliardi di dollari, di cui un settimo verso la Cina.

Indipendentemente dalle prime affermazioni del nuovo presidente Obama all’indomani della sua elezione e l’invito a comperare by american, è da dare per scontato una riduzione del flusso delle esportazioni della Cina verso gli Stati Uniti. Inoltre, modificazioni nelle correnti di scambio si potranno notare anche verso l’Europa, sia verso i paesi dell’eurozona, sia degli altri, tra cui la Gran Bretagna, che si trova in una situazione di grande difficoltà come testimonia la perdita del potere di acquisto della sterlina. Né si può trascurare un eventuale ritiro delle multinazionale e del loro rientro in patria. La Francia ha già preso provvedimenti significativi in proposito. Ha infatti negato gli aiuti alle industrie che hanno delocalizzato. D’altra parte, la stessa globalizzazione che sotto molti punti di vista ha creato molti sconquassi perché il Mondo non era pronto a gestire un mercato globale, non potrà non essere profondamente rivista. Alla luce degli avvenimenti, una globalizzazione sostenuta dalla speculazione finanziaria non è più proponibile.

Con la crisi odierna il problema di un ritorno a un equilibrio nei cambi monetari non potrà essere più eluso, anche senza ipotizzare un ritorno a Bretton Woods, ossia a un sistema di cambi basato sull’equilibrio della bilancia dei pagamenti. Ne deriverebbero difficoltà a eludere le sane regole della concorrenza. Intanto e per molto tempo Cina e India rimangono giganti con i piedi d’argilla.

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