NUCLEARE O RINNOVABILI?

LE INCOGNITE DELL’ENERGIA CHE VERRA’ 
 
Vista l’insostenibilità a lungo termine della dipendenza dal petrolio, si fa sempre più largo l’ipotesi di un rilancio del nucleare, tra le proteste di chi preferirebbe puntare su un’energia apparentemente ecocompatibile
 
di Emanuela Melchiorre
 
pubblicato su
CHARTA minuta
nuova serie anno III – n. 16
maggio giugno 2009
 
 
 

Questi ultimi tre anni della prima decade del secolo saranno ricordati come quelli che hanno visto lo scoppio della crisi finanziaria ed economica più grave nella storia, ancor più della Grande Depressione degli anni Trenta, per la vastità degli effetti negativi, diretti e indiretti, che la speculazione selvaggia ha prodotto in tutti i paesi, siano essi industrializzati o emergenti, e in tutti i settori produttivi. Infatti, nell’agosto del 2007 vi è stato lo scoppio della bolla speculativa detta erroneamente dei subprime, ma che in realtà ha avuto radici nella speculazione del mercato immobiliare e, a onor del vero, ancora più remote nel tempo e risalenti alla bolla speculativa clintoniana della new economy negli anni Novanta. Nell’autunno del 2008 vi è stato poi lo scoppio delle bolle speculative del petrolio e dei generi alimentari con il progressivo avvitamento finanziario, fino al fallimento e il salvataggio di alcuni grandi istituti d’affari, assicurazioni comprese, con ripercussioni a livello mondiale in tutti i sistemi finanziari e creditizi. Naturale quindi che la crisi abbia colpito l’economia reale, partendo dal settore automobilistico e dall’industria edilizia, con i loro indotti, per proseguire ad altri rami dell’attività economica.

Non è dato sapere quanto la recessione ancora durerà o se si trasformerà in depressione con milioni e milioni di disoccupati. I più ottimisti sostengono che solo durante l’ultimo trimestre del 2009 si cominceranno a vedere i primi segnali di ripresa. È vero che, a differenza di quanto avvenne nella crisi del 1929-34, questa volta i governi dei paesi del G7 hanno reagito prontamente alla crisi, con interventi diretti a sostegno del settore creditizio, con la nazionalizzazione a più riprese e a più livelli delle banche nazionali, eccezion fatta per l’Italia, e, in seconda battuta, a sostegno del settore automobilistico in forte crisi in tutto il mondo. Tali interventi però sono stati compiuti in modo disorganico, nonostante i ripetuti appelli al coordinamento internazionale delle politiche economiche nazionali fatti in occasione dei numerosi incontri internazionali, che in pochi mesi si sono susseguiti a vari livelli. La disorganicità degli interventi rischia di creare spinte protezionistiche, di cui si scorgono segnali negli Stati Uniti con la loro clausola «buy american», e in Francia con il sostegno pubblico al settore automobilistico alla condizione che le industrie non localizzino gli impianti in altri paesi.

Se la crisi economica ha avuto e continua ad avere effetti negativi molto vasti e oggi di difficile determinazione, dal canto loro i governi dei paesi avanzati hanno iniziato a improntare politiche economiche di sostegno e di sviluppo che altrimenti sarebbero state disattese. In certo qual modo si può dire che, come recita il noto detto, che “non tutto il male vien per nuocere”, la cris odierna ha indotto i governi ad approntare con una certa enfasi politiche di diversificazione della produzione di energia. Si è preso atto che la dipendenza dal petrolio sia divenuta ormai una situazione difficilmente sostenibile, perché soggetta a repentine e frequenti crisi dovute, non già alla mancanza di disponibilità della materia prima, che al contrario si trova in quantità abbondante sul nostro pianeta, quanto piuttosto all’atteggiamento speculativo al quale il mercato del greggio è soggetto periodicamente. È fuori di dubbio che senza una regolamentazione dei mercati finanziari che scoraggi o, ancor meglio, che impedisca ogni forma di speculazione, non sarà possibile uscire dall’attuale fragile situazione che vede il formarsi di bolle speculative finanziarie a ripetizione che investono di volta in volta mercati e prodotti con ripercussioni a livello globale. Vale infatti la pena citare l’attuale rigonfiamento della bolla speculativa sul mercato dell’oro e quella appena esplosa nel mercato delle opere d’arte.

In attesa che il Fondo Monetario Internazionale, le Banche centrali, quelle nazionali e il Financial Stability Forum, pongano in essere una serie di regole e di controlli che impediscano la speculazione (come ad esempio il divieto delle operazioni in borsa allo scoperto), è importante fin da subito rimettere in moto i sistemi produttivi anche attraverso nuovi rapporti di collaborazione tra i vari paesi, come ad esempio ha fatto il governo Berlusconi, che ha firmato, nell’agosto scorso, l’accordo con la Libia per garantirsi quantitativi di greggio e di gas abbondanti e a prezzi costanti.

 

Il piano energetico europeo

A livello sovrannazionale, l’Unione europea, già nel 2000, sulla scia della combinazione degli alti prezzi dell’energia e delle preoccupazioni in merito al riscaldamento globale, aveva elaborato il pacchetto clima/energia, noto come 20-20-20, in seguito alla constatazione che i parametri di Kyoto non sono stati soddisfatti. Lo slogan 20-20-20, come è noto, sta a indicare che con tale piano si intende:

– aumentare del 20% la produzione di energia con fonti rinnovabili;

– aumentare del 20% l’efficienza energetica rispetto alle proiezioni del 2020;

– ridurre del 20% le emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990.

Pertanto, il piano prevede incentivi per la conversione della produzione energetica a favore delle fonti rinnovabili, considerata la via più rapida per raggiungere l’obbiettivo dichiarato.

Partendo dalla considerazione, però, che la produzione di energia è connessa indissolubilmente con lo sviluppo economico di un paese, si può affermare che ridurre in modo incondizionato la produzione di CO2 rischia di compromettere la crescita di un paese. In particolare, come si è scritto sulla rivista Finanzia Italiana[1], posto che l’Unione europea è un insieme disomogeneo di economie con diversi livelli di sviluppo e dinamicità, si è sostenuto che imporre un piano di rientro dalle emissioni inquinanti che sia uguale per ogni paese significa imporre sforzi diseguali. In virtù di tale valutazione e con l’incalzare della crisi finanziaria, l’approvazione del piano 20-20-20, secondo la sua formulazione originaria è stata contrastata dal governo Berlusconi, che riteneva tale piano inadatto all’evolversi degli eventi finanziari ed economici, e proprio grazie all’intervento italiano il piano europeo è stato riesaminato e i suoi parametri sono stati resi flessibili e soggetti a revisione nel tempo.

 

Il piano energetico del presidente Hussein Obama

Il presidente Usa Barack Hussein Obama aveva promesso in campagna elettorale la creazione di 5 milioni di nuovi posti di lavoro nel «business verde», ossia negli incentivi alla produzione di energia da fonti rinnovabili, e investimenti per 15 miliardi di dollari l’anno a partire dal 2009. L’obiettivo finale sarebbe dovuto essere quello di azzerare le importazioni di petrolio dal Medio Oriente e dal Venezuela entro il 2015. Come ha dimostrato nei due mesi che sono intercorsi dal momento del suo insediamento ad oggi, con i dazi all’import dell’acqua minerale (poi revocati), dell’acciaio e di alcuni generi alimentari di interesse europeo (ancora attivi), il nuovo presidente americano ha dimostrato di prediligere di gran lunga l’autarchia al libero commercio. Non stupisce, quindi, che anche e soprattutto nel campo energetico, settore tra i più strategici se non il più strategico di un qualsiasi sistema economico, egli abbia l’ambizione di produrre entro i confini federali la quantità di energia per l’intero fabbisogno nazionale.

Secondo il piano menzionato, negli Stati Uniti l’occupazione dovrebbe aumentare in virtù del fatto che le fonti rinnovabili richiedono un numero maggiore di addetti rispetto alle altre fonti tradizionali (per produrre energia da eolico o fotovoltaico occorre, come dicono gli esperti, un numero di addetti dieci volte superiore a quello che occorre per la produzione da carbone o nucleare). Incentivando, quindi, le “fonti verdi”, secondo la visione del presidente Hussein Obama si dovrebbe stimolare l’occupazione. Questo assunto però perde di qualsiasi significato, come ha fatto notare Franco Battaglia in un suo recente articolo comparso su Il Giornale, se si considera il problema della produzione di energia da un punto di vista economico. Infatti, assicurare la produzione nazionale di energia utilizzando fonti che presentano costi più alti rispetto a quelle tradizionali, aggraverebbe non poco il costo di produzione di qualsiasi azienda che perderebbe, quindi, la sua competitività sul mercato. Ciò vale per qualsiasi settore e per qualsiasi prodotto, poiché l’energia è un bene strumentale alla produzione di tutti gli altri beni.

In definitiva, come lo stesso Battaglia[2]  sottolinea, si può affermare che lo sviluppo di un paese, in termini di crescita economica, è subordinato alla disponibilità di energia a costi contenuti. Se si confronta la struttura dei costi delle diverse fonti energetiche è lampante la scarsa convenienza del fotovoltaico e del solare termico che rappresentano le fonti energetiche più onerose nell’ambito dello spettro di tutte le alternative possibili, in assenza di sussidi pubblici (tabella 1).

 

Tabella 1

 

Pertanto, se questo tipo di energie non è economicamente autosufficiente senza significative sovvenzioni, la capacità di creazione di posti di lavoro non dovrebbe essere una caratteristica sufficiente per concentrare le risorse prelevate dai contribuenti.

 

Gli inconvenienti e il potere inquinante delle fonti rinnovabili

Come è ampiamenteillustratoda Michael C. Lynch, nelsuo volume “The Future of Energy. Should governments encourage the development of alternative energy source to help reduce dependence on fossil fuels?[3]vi è un’ampia varietà di problemi che solitamente viene ignorata quando si considerano le fonti rinnovabili: occorre una immensa disponibilità di terreni per il fotovoltaico; l’impatto sulla produzione alimentare con il bioetanolo; l’intermittenza della fornitura con l’eolico e il fotovoltaico; e, infine, i loro effetti inquinanti.

L’etanolo, ad esempio, secondo quanto sostiene Lynch, ha una serie di conseguenze negative, fra le quali l’elevato fabbisogno energetico sia per i fertilizzanti, sia per la sua trasformazione e sia ancora per il suo trasporto. Inoltre, il biofuel, secondo l’autore, ha un impatto sui prezzi dei prodotti alimentari, anche se non lo si può considerare la causa dell’impennata dei prezzi dei generi alimentari del 2007 che ha creato serie difficoltà alle economie avanzate e ha rafforzato il problema della fame nei paesi poveri. Per di più, il carburante a etanolo, sempre secondo l’autore, porta con sé una varietà di sostanze inquinanti (elevati livelli di acetaldeide e formaldeide, maggiori rispetto alla benzina normale, ma anche maggiori composti organici volatili). Le celle fotovoltaiche, dal canto loro, conclude l’autore, possono contenere dei materiali pericolosi che possono essere rilasciati in caso di incidenti, mentre gli impianti per la concentrazione del solare di solito usano petrolio o sali fusi, e quasi tutti gli impianti richiedono sostanze come lubrificanti e fluidi idraulici.

Inoltre, le fonti energetiche alternative, oltre che essere tutt’ora antieconomiche (Franco Battaglia, in un suo recente articolo comparso su Il Giornale, afferma, infatti, che un impianto eolico di 24 GW di potenza costa circa 24 miliardi di euro, mentre un impianto di tipo convenzionale tra i più costosi, quello nucleare, che sia capace di produrre 24 gigawatt di potenza, costa circa 2 miliardi di euro, ossia appena un dodicesimo degli impianti eolici[4]), presentano anche notevoli limiti tecnici tali che di fatto ne condizionano la diffusione. Ad esempio, il fotovoltaico e l’eolico sono fonti che non garantiscono la stabilità nell’erogazione dell’energia, come più volte sostenuto dal franco Battaglia in numerosi articoli pubblicati su Il Giornale, nel momento in cui viene meno il sole o il vento per un periodo di tempo prolungato. Richiedono, pertanto, che rimanga comunque in funzione il circuito della produzione di energia da fonti tradizionali con il risultato, quindi, di un aggravio considerevole dei costi di produzione. La predilezione per il petrolio, gas, nucleare e carbone rispetto alle altre fonti energetiche è invece da ascrivere alla disponibilità di tali fonti e alla completezza del loro mercato, in termini sia finanziari sia distributivi.

Eppure, molti sostengono che le energie rinnovabili siano la risposta al problema degli alti costi dell’energia, che dureranno a lungo e saranno crescenti nel tempo. Pertanto, secondo questa tesi le energie rinnovabili diventeranno col tempo economicamente più convenienti. Il problema del prezzo crescente del petrolio, in virtù di considerazioni relative alla teoria sul “picco di produzione”, è un tema ricorrente, confutato però dall’evidenza che la quantificazione totale di petrolio sul pianeta è di incerta determinazione e ancora ben lungi dall’essere esaurita, vista anche la scoperta continua di nuovi giacimenti economicamente sfruttabili. Il Rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma del 1972 aveva atterrito l’opinione pubblica mondiale, sostenendo che il petrolio sarebbe durato solo per altri 30 anni. Eppure questo limite stabilito a tavolino dagli “esperti” catastrofisti, che secondo alcuni erano interessati a far aumentare il prezzo del greggio, è stato ampiamente superato e quest’anno, sarà addirittura inaugurato lo sfruttamento del giacimento di Tupi, nella Baia di Santos, in Brasile, che si estende per 350mila chilometri quadrati (più della superficie dell’Italia) di fronte alla costa brasiliana che va da Curitiba, a San Paolo a Rio de Janeiro. Il giacimento, scoperto recentemente, ha dimensioni paragonabili all’intera disponibilità russa.

Come era accaduto nel 1973-79, anche questa volta l’aumento del prezzo del greggio è stato determinato non già dalla disponibilità di petrolio e dalle quantità immesse sul mercato, ma dalla speculazione. Era nell’ordine naturale delle cose che la bolla speculativa scoppiasse e che si intervenisse in borsa vietando, ad esempio, le vendite allo scoperto e disciplinando i futures, per ricondurre il prezzo del greggio a un livello coerente con il potere d’acquisto del dollaro, tenuto conto del suo deterioramento, vale a dire un prezzo odierno tra i 40 e i 50 dollari al barile[5].

Per superare la grave empasse mondiale occorre, oltre che bloccare per tempo l’insorgere delle bolle speculative, elaborare un quadro normativo certo e stabile a livello nazionale e internazionale, come più volte chiesto dall’Associazione Italiana Nucleare (AIN), che consenta ai vari governi di implementare le loro politiche energetiche, ricorrendo al giusto mix di fonti, che attribuisca un ruolo importante alla produzione nucleare di energia, caratterizzata da costi compatibili con l’efficienza economica e con emissione zero di CO2. Ciò non toglie che si possa fare ricorso a un uso razionale e quindi economico delle fonti rinnovabili, tra cui le biomasse e i termoconvertitori, ma anche potenziando il sistema idroelettrico, già presente in larga parte anche sul territorio italiano e il sistema geotermico, presente in Toscana fin dalla metà dell’Ottocento, con le centrali geotermiche di Pisa, Siena e Grosseto.

 

La fusione nucleare, la sfida del terzo millennio

Indubbiamente, non dobbiamo abbandonare la ricerca per le nuove fonti, tra cui l’energia da fusione, ossia  utilizzando lo stesso processo presente nelle stelle e nel Sole, che purtroppo rimane un problema per le future generazioni, come dimostrano le vicende del progetto ancora soltanto sperimentale denominato ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor), oggi in via di costruzione nel sud della Francia, in pieno accordo con gli altri partner internazionali (Cina, UE, Giappone, Russa, Corea del Sud e USA). La costruzione durerà almeno dieci anni e produrrà energia a partire dal 2035. La fusione nucleare, si dice con un certo ottimismo, potrebbe diventare una realtà non prima della seconda metà di questo secolo. Il Progetto Iter è l’ultimo passo di una lunga serie di sperimentazioni scientifiche iniziata nei primi anni Novanta.

Le sperimentazioni sulla fusione nucleare hanno avuto un importante contributo dalla ricerca italiana, specie grazie agli istituti INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) e ENEA con sedi in Frascati (Roma). Questo testimonia il fatto che in Italia vi siano ancora le eccellenze nell’ambito della ricerca che resistono all’impulso di andare all’estero, presso istituti maggiormente finanziati e noti, per preservare un livello di conoscenza e di ideazione entro i confini nazionali. Il problema della “fuga dei cervelli” non riguarda esclusivamente il settore della sperimentazione nucleare, ma tutti gli ambiti della ricerca scientifica ad alti e altissimi livelli. La sfida per il nostro paese e per l’attuale governo non sarà soltanto quella di reintrodurre il nucleare come produzione energetica, dopo il disastroso referendum del 1987, ma anche e soprattutto quella di favorire l’insieme delle condizioni economiche e relazionali essenziali per conservare il patrimonio nazionale di conoscenze tecniche e scientifiche, e quello di attirare dall’estero i ricercatori italiani emigrati in tempi precedenti. Inoltre, la ricerca tecnica e scientifica non può prescindere dalla sua immediata applicazione industriale. A tal fine l’Università e i centri di ricerca nazionali dovranno agire in sinergia con le imprese utilizzatrici.

 

Il nucleare italiano

Il recente accordo sottoscritto dal governo Berlusconi con il presidente francese Sarkosy permetterà lo scambio di know how tra il nostro paese e la Francia per implementare 4 centrali nucleari di terza generazione sul territorio italiano. Attualmente, occorrono almeno dieci anni per la costruzione di una centrale nucleare di terza generazione. Tramite l’accordo sottoscritto si vuole tentare di accorciare tale periodo e di ridurre, quindi, il ritardo italiano. Il governo, per costruire le nuove centrali nucleari ha elaborato un modello di finanziamento capace di attirare gli investitori grazie a un consorzio di imprese che costruiscano e gestiscano le centrali e gruppi di grandi consumatori che possano beneficiare di forniture concordate sulla base di un contratto pluriennale a prezzi prefissati.

Introdurre il nucleare in Italia significa agire fin da subito indirizzando l’opinione pubblica, ossia, come si usa dire, gestendo il consenso sia a livello nazionale, sia a livello locale, mediante una corretta informazione sui rischi connessi alla produzione energetica e allo stoccaggio delle scorie radioattive. Inoltre, poiché gli investimenti in materia di produzione nucleare hanno una ricaduta in termini economici e di rischi che travalica l’arco di una singola legislatura, introdurre il nucleare in Italia significa anche impegnarsi a livello intergenerazionale, come ha fatto notare l’onorevole Adolfo Urso intervenuto al convegno “Presupposti per il programma elettronucleari nazionale” del 19 marzo scorso, considerando tale scelta come una opzione ormai necessaria e irreversibile. Ripensamenti comporterebbero costi estremamente elevati in termini di efficienza economica e di credibilità a livello internazionale. Pertanto, la gestione del consenso non dovrà essere solamente riferita all’elettorato, ma anche rivolta a tutta la classe politica, al fine di consolidare una coscienza sociale stabile nel tempo. Utile a tal proposito sarà l’operato delle associazioni ambientaliste che si sono mostrate favorevoli al nucleare in Italia, allargando le fila del “nuovo ambientalismo”, che solo di recente ha cominciato a muovere i suoi primi passi.

A proposito della tutela della sicurezza della popolazione e dell’ambiente e per facilitare anche il consenso nei confronti di una transizione dalla produzione energetica da idrocarburi a quella nucleare, sarà utile individuare e realizzare per tempo un sito di stoccaggio nazionale che convogli i residui di produzione dei quattro reattori programmati e, al tempo stesso, implementare l’Agenzia della Sicurezza Nucleare che si avvalga dell’autorevolezza di un avallo governativo[6]. In materia di sicurezza nucleare, interverrà anche la direttiva comunitaria, ancora in corso di ideazione [SEC 2008 2892 2893]. È comunque illusorio credere che la produzione di energia nucleare in Italia possa essere realizzata in modo del tutto autarchico. È essenziale, invece, inserirsi a pieno titolo nella ricerca a livello europeo.

Infine, realizzare centrali nucleari per sostituire le importazioni di prodotti energetici, la cui bolletta italiana, ossia il valore delle importazioni nazionali relative ai prodotti energetici, si ricordi è come ben tutti sanno molto “salata”, è un processo vantaggioso in termini economici e che allarga il quadro delle relazioni internazionali, concernenti in particolare l’uranio (grafico 1e 2 e Mappa 1). I paesi maggiormente produttori di uranio sono, in primo luogo, Canada e Australia. L’uranio è presente anche in Russia e in alcuni paesi dell’Africa, in Asia centrale e in Estremo Oriente. Anche la Germania e la Francia possiedono riserve di uranio di una certa entità. Variando il mix di produzione energetica italiano, diminuendo la produzione di elettricità da petrolio a favore della produzione nucleare, si ridurrebbe la dipendenza da fonti energetiche controllate da cartelli e da monopoli consolidati nel tempo.


[1] Finanza Italiana Anno XXVII 5° anno nuova serie, n. 1 e 2, gennaio febbraio 2009

[2] Franco Battaglia, L’illusione dell’energia dal sole, presentazione di Silvio Berlusconi, Edizioni 21mo Secolo, 2007 Milano

[3] Michael C. Lynch, The Future of Energy. Should governments encourage the development of alternative energy source to help reduce dependence on fossil fuels? in Peter M. Haas et al. (a cura di), Controversies in Globalization: Contending Approaches to International Relations, Washington DC, CQ Press, 2008

[4] Franco Battaglia, Ruberie eoliche, Il Giornale, 6 novembre 2006

[5] Finanza Italiana, Anno XXVI, 4° anno, nuova serie, numero 11-12, novembre dicembre 2008

[6] Proposta quest’ultima avanzata dall’Associazione Italiana Nucleare durante il convegno organizzato da 21mo SECOLO dal titolo Presupposti per il programma elettronucleari nazionale che ha avuto luogo il 19 marzo 2009 a Palazzo Marini a Roma

 
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