Troppi esperti, nessun colpevole

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 30 giugno 2009

Il governo, con la recente manovra finanziaria, ha voluto incentivare l’economia sia dal lato dell’offerta, sia dal lato della domanda. Allo stesso tempo ha chiesto a ogni operatore economico, sia esso impresa, sia esso banca o consumatore finale, di assolvere alle proprie funzioni, rispettivamente investendo, concedendo credito e consumando. Di fronte all’unica ricetta semplice ed efficace, il ripetersi quasi giornaliero delle dichiarazioni fatte da esponenti di organismi internazionali o di banche centrali riguardanti l’aggravarsi della crisi e l’alternarsi a ritmo altrettanto frequente di dichiarazioni che vanno nella direzione opposta, ossia che la crisi sia a un punto di svolta, non fanno altro che contribuire al caos e al senso di disorientamento generale.

 

Ironia della sorte è che coloro che si affannano oggi a dare la loro versione della realtà economica mondiale siano spesso le stesse persone che in passato non hanno saputo vigilare durante il rigonfiamento delle bolle speculative che dagli anni Novanta hanno contagiato incessantemente i mercati, dalla new economy alla bolla speculativa nel mercato immobiliare, dalla speculazione sulle materie prime, specie alimentari e dei prodotti energetici a quella nel mercato dell’oro.

 

Stupisce che in questo gioco di previsioni errate e di analisi manchevoli e insufficienti non ci sia ancora stato alcun cambiamento nei giocatori. I medesimi restano seduti sulle stesse poltrone, elaborando modelli econometrici lontani dalla realtà, ignorando che l’economia è una scienza sociale e non una scienza esatta, che non rispetta quindi le rigide regole matematiche di un modello studiato a tavolino. Ne era cosciente il Keynes quando aveva formulato la sua Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta partendo dallo studio della realtà e dall’osservazione delle politiche economiche applicate con metodi diversi dagli statisti di allora.

 

Il modello economico e sociale ormai prevalente, le cui origini forse risalgono alla «scoperta» della Cina ad opera di Henry Kissinger, si è diffuso in ogni paese avanzato ed è tale che la specializzazione verso i servizi finanziari dei paesi industrializzati sia stata perseguita a discapito dei paesi poveri o emergenti. Si è delineato con l’avvento della new economy e ha dilagato senza che le autorità preposte (le banche centrali, le società di controllo delle borse, come la Consob italiana e la Sec americana, il Fondo Monetario Internazionale, le agenzie di rating e via dicendo) siano intervenute. È emblematico il fatto che se si chiede all’uomo della strada quale concetto egli abbia del significato della parola investimento, senza esitazione egli penserà all’acquisto di titoli finanziari, preferibilmente indicizzati, per combattere la perdita del potere d’acquisto della moneta. Così non era prima che la new economy arrivasse e sconvolgesse la finanza e l’economia.

 

Ma il policy maker non deve farsi fuorviare da tale concetto errato di investimento, come invece è avvenuto nell’euforia di questi anni e ha fatto gridare a Vittorio Feltri «sindaci biscazzieri» dalle pagine del suo giornale. L’acquisto di titoli, ovvero il cosiddetto investimento finanziario, non è altro che un «trasferimento», ossia un investimento per un soggetto e un disinvestimento per un altro. Il concetto di investimento al quale occorre fare riferimento nel momento in cui si formulano le politiche economiche di sviluppo e di crescita è solamente quello «netto», ossia la creazione di nuovo capitale reale (infrastrutture, macchine utensili, mezzi di trasporto, bonifiche, ecc.). Solo incentivando l’investimento netto, il mercato dal lato dell’offerta e la produttività del lavoro si potrà realmente raggiungere la fine del tunnel della crisi economia attuale.

 

Sarà necessario anche provvedere alla riduzione delle imposte, considerata giustamente parte integrante dell’armamentario del policy maker per combattere la crisi. Tanto più è valida questa ipotesi in Europa se si considera che in essa la pressione fiscale e contributiva in media è superiore a quella statunitense di oltre dieci punti percentuali. Allo stato attuale, poiché la crisi è ancora di difficile soluzione, occorre pensare a tutte le misure utili da adottare. È opportuno affrontare l’aspetto delle relazioni internazionali, siano esse di carattere politico, che economico. Occorre riscrivere le regole a livello internazionale degli scambi commerciali, del sistema dei cambi monetari basati sull’equilibrio della bilancia dei pagamenti, come l’esperienza degli accordi di Bretton Woods ha dimostrato, ed elaborare una nuova disciplina delle borse valori e delle borse merci.

 

Ma prima di tutto occorre un certo cambiamento, anzi una pulizia generale dei vertici, compresi quelli delle società di rating e delle banche d’affari. Non è possibile permettere che la ricostruzione dell’economia reale avvenga sotto la guida di chi ha provocato i disastri economici o non ha saputo scongiurarli. Fino a che non verranno sostituiti i personaggi che hanno operato tale disastro economico è improbabile che si possa giungere ad un cambiamento radicale e duraturo delle regole fino ad ora tacitamente seguite, se non incentivate.

 

È quanto mai necessario che si introducano regole di tutela e di sorveglianza dei mercati, il Global standard di Tremonti e gli stress test. Facendo tesoro della crisi del 1929-33, è necessario non far fallire le banche, ma ciò non significa non procedere a una pulizia generale dei loro bilanci. Una volta, quando una società perdeva quote di capitale in borsa, le dimissioni dei responsabili erano date per scontate. Incredibilmente, in questa crisi, che rimane la più grave degli ultimi decenni, sembra invece che la ricerca dei responsabili non rientri più tra gli obbiettivi da perseguire.

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