L’importanza dell’accordo Italia-Cina

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 7 luglio 2009

La crisi economica e finanziaria ha portato i potenti del mondo a riflettere seriamente sul modello economico e sociale che si è delineato con l’avvento della new economy e della globalizzazione, che si è diffusa spontaneamente senza l’elaborazione di regole comuni. Già il fallimento dei negoziati del Doha Round, prima ancora che la bolla speculativa del mercato immobiliare esplodesse, aveva posto seriamente la questione di come poter affrontare nelle sedi competenti e nei tempi più adeguati l’elaborazione e l’affermazione di un modello di regole globali che gettasse le basi per un nuovo ordine monetario ed economico mondiale e rinnovasse gli effetti virtuosi degli accordi di Bretton Woods.

I numerosi incontri internazionali che in questi giorni si sono ripetuti hanno seguito solchi comuni e hanno affermato quanto importante sia che i principi di etica e di trasparenza tornino al centro del dibattito politico, ancor prima della discussione degli stessi accordi economici e finanziari. Un appello particolarmente autorevole è venuto dalla Santa Sede, che ha voluto porre l’attenzione sull’etica dell’economia e sull’importanza che la tutela dell’occupazione e dei valori fondanti della persona tornassero al centro delle misure economiche in discussione.

Sintesi di ogni appello all’etica e alla trasparenza è rappresentato dal «Lecce Framework», ossia il documento che riassume i risultati dei lavori del G8 economico e finanziario che avuto luogo a Lecce appunto nel giugno scorso. Tale documento sarà presentato sul tavolo del G8 dell’Aquila. Questo testo è stato elaborato sotto la guida del ministro Giulio Tremonti e ha definito i «Global Legal Standard», ossia l’insieme di nuove regole per l’economia e la finanza. Tra i primi punti vengono indicati il superamento del segreto bancario, nuove governance societarie, il rispetto degli standard per la difesa dell’ambiente, del lavoro, della società. Sono presenti ampi riferimenti alla lotta contro l’evasione e l’elusione fiscale, contro la criminalità finanziaria e contro il riciclaggio del denaro sporco. Nel mirino dei nuovi «Global Legal Standard» anche i superstipendi dei top manager, non solo bancari, che devono invece essere «sostenibili». Essenziale sarà elaborare regole condivise a livello internazionale, che ostacolino sul nascere ogni forma di speculazione e il rigonfiamento di bolle nei diversi mercati.

Coscienti dell’importanza di tornare a mettere al centro dell’attenzione il ruolo dei valori economici fondamentali, quelli attinenti alla produzione economica tradizionale, ieri, a brevissima distanza dall’inizio dei lavori del G8 dell’Aquila, l’Italia ha concluso con la Cina una serie di accordi che ha riscosso ampio consenso nel mondo imprenditoriale sia italiano che cinese. Il nostro governo ha chiesto al governo di Pechino di appoggiare, inoltre, la proposta italiana al G8 di riprendere i negoziati del Doha Round, interrotti prima dello scoppio della bolla speculativa immobiliare, per poter tornare a lavorare sugli accordi per un libero scambio e per ostacolare ogni forma di protezionismo. La politica ha fatto da cornice ad un incontro fortemente orientato all’incontro business to business. Si sono incontrati, infatti, trecento imprenditori cinesi e cinquecento imprenditori italiani per siglare accordi di partnership e joint-venture. Sono stati sottoscritti 38 accordi nei settori industriali tradizionali, in primis quello automobilistico, e in settori nuovi come quello delle fonti energetiche rinnovabili e delle biotecnologie, ma anche nella logistica e nei trasporti, per un valore complessivo di 2 miliardi di dollari. Tali accordi consentiranno alle imprese italiane (grandi e medie – Fiat, Mediobanca, Generali, Ansaldo Breda – e piccole imprese) di incrementare la loro produzione e la loro delocalizzazione, ma anche incentiveranno gli investimenti cinesi in Italia. Inoltre, l’interscambio aumenterà, poiché attualmente le esportazioni italiane in Cina subiscono il peso di dazi e di barriere tariffarie consistenti. Come ha ricordato il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola:«Nel 2008 l’interscambio è stato pari a 38 miliardi di dollari e l’Italia è il quarto partner commerciale della Cina nell’Unione europea e il quinto Paese dell’Unione per investimenti diretti in Cina».
 

La Fiat tornerà a produrre auto in Cina a partire dal 2011 grazie ad un accordo sottoscritto con la cinese Gac, introducendo nel mercato cinese il nuovo prodotto automobilistico, la Linea. Sarà costruito uno stabilimento di 700 mila metri quadrati per un investimento di 400 milioni di euro. La produzione della Fiat proseguirà con altri due modelli a largo consumo: la Punto e la Brava. Le altre partnership riguardano aziende di medio-grandi dimensioni (come Ericsson, Alessi, Ansaldo Breda, Eicma, Marazzi Group, Mediobanca, Unindustria Bologna e Assolombarda, la società di gioielli di lusso Vpa, il Gruppo Manfrin per la pelletteria, il Gruppo Getra) e imprese di piccole dimensioni.

A margine del summit il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, ha affermato, in merito agli scontri che hanno interessato in questi giorni la regione cinese dello Xinjiang, che se da un lato vi è la necessità di «rispettare la politica cinese di integrità territoriale», dall’altro occorre «aprire un dialogo su tutti i temi, diritti umani compresi». Su tale questione il governo italiano si sta adoperando affinché l’Unione Europea adotti una «dichiarazione comune» alla quale i paesi membri si dovranno uniformare. L’auspicio è che la diplomazia possa seguire i suoi passi per raggiungere i medesimi brillanti risultati che l’Italia ed il suo Governo ha saputo raggiungere in campo imprenditoriale.

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