G8 e riforma delle Nazioni Unite

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 21 luglio 2009

Delle conclusioni alle quali è giunto il summit del G8 dell’Aquila si continuerà ancora a parlare a lungo, prima di tutto perché sono volte alla tutela delle persone, secondo l’ormai noto slogan «people first», ma anche perché sono destinate a porre le basi per riforme importanti, non solo a livello nazionale e di contrasto alla crisi economica, ma anche nell’ambito della cooperazione internazionale. Tra le priorità vi è la lotta alla fame nel mondo, con il sostegno finanziario ai paesi poveri e, in particolare, al continente africano; segue la lotta alla speculazione, che, dopo un primo disorientamento causato dallo scoppio della bolla del mercato immobiliare, ha ricominciato repentinamente a operare, agendo in special modo sulle «commodities» (materie prime, petrolio, generi alimentari); seguono ancora la lotta all’evasione fiscale e ai paradisi fiscali, l’introduzione dell’etica negli affari e la regolamentazione del mercato finanziario, secondo le regole dettate dal «Lecce Framework», le politiche anti-crisi concertate tra i paesi, il no al protezionismo e il forte desiderio di allargare il dialogo, non più solo ai sette paesi maggiormente industrializzati (Stati Uniti, Canada, Giappone, Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia) più la Russia, ma anche ad altri interlocutori, che giocano ormai un loro ruolo nell’economia mondiale (Brasile, Messico, Cina, Sud Africa, India ed Egitto), per costituire il G14.

A lavori conclusi, però, sono molte le grandi questioni lasciate aperte, che dovranno essere affrontate con coraggio e con determinazione. La crisi economica e finanziaria ha scosso tutto il mondo ed è avvenuta sotto gli occhi scarsamente vigili degli enti preposti alla sorveglianza e al controllo, come le banche centrali, gli organi di vigilanza delle borse, le società di rating, le organizzazioni internazionali quali il Fondo Monetario e la Banca Mondiale, nonché le agenzie specializzate dell’ONU. Alla vigilia della costituzione del nuovo gruppo dei grandi, il G14, e di fronte al moltiplicarsi del numero di incontri al vertice, non si può fare a meno di chiedersi se tutte le istituzioni costituite ormai da decenni, e alcune da più di mezzo secolo, dimostratesi inadatte a comprendere, prevedere, impedire e ostacolare l’attuale crisi finanziaria ed economica, non debbano essere profondamente riformate o anche cedere il passo a nuovi modelli di cooperazione internazionale.

Tra i grandi temi trattati nei due giorni del summit aquilano vi è stato anche quello relativo – appunto – alla riforma delle Nazioni Unite, ossia dell’organizzazione internazionale sorta dopo la seconda guerra mondiale dalle ceneri della Società delle Nazioni, che rappresentava il primo esperimento di organizzazione sovrannazionale per tutelare la pace fra le nazioni. La Società delle Nazioni si sciolse proprio perché non fu in grado di evitare il secondo conflitto mondiale. L’Organizzazione delle Nazioni Unite è nata dalla conferenza di 50 paesi (sottoscritta successivamente anche dalla Polonia come cinquantunesimo Stato) tenuta il 25 aprile del 1945. L’ONU ha per mandato il conseguimento della cooperazione internazionale in ambito di sviluppo economico, di progresso socioculturale, di diritti umani e di sicurezza internazionale intesa come mantenimento della pace mondiale, anche attraverso efficaci misure di prevenzione e repressione delle minacce e delle violazioni alla pace. A oltre sessant’anni dalla sua fondazione, è unanime l’opinione che l’Organizzazione delle Nazioni Unite necessiti di riforme sostanziali, in virtù del fatto che le ampie aspettative sul suo operato sono state in gran parte disattese. Tra le critiche più spesso avanzate vi sono le occasioni mancate di intervento nei conflitti, come – solo per citarne alcune – in Georgia, in Sudan, in Somalia, in Croazia, al momento della crisi in Jugoslavia, quando venne distrutto il ponte di Mostar, simbolo dell’incontro ideale tra Occidente cattolico e Oriente musulmano.

Dopo l’accentuarsi del fenomeno delle immigrazioni clandestine dai paesi del Nord Africa verso l’Europa e in particolare verso l’Italia, in parte favorita dall’atteggiamento accomodante se non compiacente del precedente governo Prodi, il ruolo delle Nazioni Unite e in particolare della sua agenzia specializzata chiamata a gestire appunto il grave problema dei rifugiati politici, l’UNHCR, è stato in gran parte disatteso, per via dell’assenza degli uffici dell’agenzia nei territori costieri, ossia nei luoghi di partenza delle cosiddette «carrette del mare», i barconi carichi fino all’inverosimile di disperati in fuga. La presenza di uffici specializzati e chiamati a raccogliere le domande per il riconoscimento dello status di rifugiato politico nei luoghi di partenza avrebbe potuto evitare numerosissimi viaggi pericolosi e disperati in acque spesso inospitali, avrebbe consentito di gestire il fenomeno della fuga delle popolazioni dalla guerra e dalle persecuzioni nella sede più consona, appunto quella internazionale e delle Nazioni Unite, e non avrebbero reso necessario solo per alcuni paesi geograficamente interessati dagli sbarchi, come l’Italia, lo sforzo di accogliere con le sole risorse nazionali le migrazioni di massa che rappresentano, invece, un fenomeno che interessa tutti.

Altre critiche vengono rivolte all’ONU a causa dell’alto costo per la sua stessa gestione, per via dell’elevato grado di burocrazia e del livello eccessivo degli stipendi dei suoi dipendenti. Un interessante articolo di Emanuela Fontana, comparso su Il Giornale a giugno dell’anno scorso, raccontava la ripartizione delle spese di bilancio della FAO, l’agenzia specializzata dell’ONU per la sicurezza alimentare, e come tale ripartizione fosse sproporzionatamente a favore degli stipendi degli stessi dipendenti.

Senza scendere nella disamina particolare delle cifre di bilancio, basta considerare che per assolvere ad uno dei principali obiettivi che le Nazioni Unite si sono poste fin dalla loro fondazione, ossia per lottare contro la fame nel mondo, sono state create nel tempo ben tre agenzie specializzate (FAO, IFAD e WFP). La FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, è stata fondata nel 1945 con il mandato di accrescere i livelli di nutrizione, aumentare la produzione agricola, migliorare la vita delle popolazioni rurali, ridurre la fame cronica e sviluppare in tutto il mondo i settori dell’alimentazione e dell’agricoltura. Non dissimile è il mandato dell’IFAD, il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo, fondato a quarant’anni di distanza dalla nascita della FAO, nel 1977, nel quale si legge che l’obiettivo è quello di incrementare le attività agricole dei paesi membri delle Nazioni Unite e di eliminare la povertà e la fame nelle aree rurali dei paesi in via di sviluppo. Ancor prima dell’IFAD era stato fondato il WFP, Il Programma Alimentare Mondiale, nel 1961, con l’obiettivo di distribuire cibo a circa 90 milioni di persone in 80 paesi. Le tre agenzie, che hanno tutte sede a Roma, svolgono pertanto ruoli in gran parte sovrapposti e in parte integrabili, con la conseguenza di una insostenibile e ingiustificabile triplicazione di costi di gestione e di personale.

Con la costituzione dei diversi gruppi dei grandi (G8, G14 e G20), aventi anch’essi in parte funzioni sovrapponibili a quelle dell’ONU e delle sue numerose agenzie specializzate, si pone con maggiore urgenza ed evidenza il problema di una riorganizzazione dei vari organismi internazionali, quelli vecchi e quelli nuovi, e una loro armonizzazione e integrazione, che favorisca lo sviluppo di quelli che hanno dimostrato maggiore efficienza, minori incrostazioni burocratiche, rapida capacità decisionale e costi più contenuti.

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