UNA CASA PER TUTTI

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 23 luglio 2009

Il 21 luglio è stato approvato il Piano nazionale di edilizia abitativa, che ha per obiettivo promuovere l’edilizia residenziale e quella sociale, seguendo i dettami della sostenibilità economica, ambientale ed energetica. È presumibile che i primi effetti positivi sull’economia nazionale si cominceranno a vedere già dal momento dell’annuncio, quando le imprese cominceranno a produrre per costituire le proprie scorte in vista dell’apertura dei nuovi cantieri.

La questione abitativa è stato un tema ricorrente per tutti i governi italiani dal dopoguerra a oggi, e negli ultimi decenni è stato raggiunto il primato per cui più del 70% della popolazione è proprietaria della casa in cui abita. Nel tempo si sono susseguiti molteplici interventi pubblici, con esiti più o meno positivi. Noto è stato il «Piano Fanfani» (legge 28 febbraio 1949), ossia il Piano INA-Casa. Si è trattato di un progetto di vaste proporzioni in quanto, mediante ausilio di fondi gestiti da un’organizzazione creata appositamente presso l’Istituto Nazionale delle Assicurazioni, la Gestione INA-Casa, sono stati costruiti alloggi pari al 10% delle nuove costruzioni nel decennio tra il 1951 e il 1961. Per comprendere la complessità della materia e la notevole quantità di interventi succedutisi nel tempo, basterà citare i piani quinquennali della programmazione economica, che hanno previsto i capitoli relativi alla questione abitativa, la legge Bucalossi sulle aree fabbricabili, il «Progetto 80», l’introduzione dell’istituto dell’«equo-canone» nella speranza di superare un cinquantennio di blocco degli affitti, la fondazione dell’Istituto Autonomo di Case Popolari e via dicendo, che hanno avuto tutti il primario obiettivo di dare una casa a più ampie categorie di italiani.

Allora come oggi l’esigenza di case ha ispirato anche le politiche di sviluppo economico, in quanto ottemperare a tale esigenza significa incentivare un settore tra i più propulsivi il suo ampio indotto, e sostenere al contempo l’occupazione a livello locale, laddove siano aperti i nuovi cantieri edili.

Il «Piano Casa» appena approvato giunge a seguito di una serie di politiche a favore della questione abitativa già intraprese dai precedenti governi e dal governo Berlusconi a del sostegno all’economia. In seguito allo scoppio della bolla speculativa immobiliare e di quelle delle materie prime ad essa successive, delle notevoli difficoltà economiche che la cosiddetta «classe media» e i ceti sociali meno abbienti hanno dovuto affrontare, il governo Berlusconi è intervenuto con politiche a sostegno dei redditi, che si sono aggiunte a quelle sui mutui immobiliari agevolati e sulle precedenti agevolazioni fiscali. Anche l’abolizione dell’ICI sulla prima casa è stata una scelta politica che andava nella medesima direzione: favoriva l’acquisto di abitazioni e al contempo sosteneva i redditi.

L’attuale «Piano Casa» prevede, secondo le stime dell’Ance, la costruzione di circa 100 mila nuovi alloggi residenziali e di 22 mila case popolari in cinque anni. Il giro d’affari del nuovo Piano, secondo l’Associazione Nazionale Costruttori Edili, varierà tra i 12 e i 16 miliardi di euro, con la formazione di 320 mila posti di lavoro. Di tali risorse, circa 2,5 miliardi di euro saranno destinati alla costruzione di social housing.

Ogni qualvolta si è affrontato lo spinoso problema della questione abitativa italiana, l’ostacolo maggiore è sempre stato quello di trovare adeguati finanziamenti. Il Piano sarà finanziato da fondi immobiliari privati, fondazioni bancarie e compagnie assicurative attraverso l’uso di riserve tecniche. La Cassa Depositi e Prestiti (CDP) per partecipare al finanziamento del «Piano Casa» ha costituito l’apposita società CDP Investimenti Sgr spa. Nel complesso lo stanziamento deciso dal governo è di 200 milioni di euro con l’obiettivo di arrivare gradualmente a 550 milioni di euro. A questi fondi verranno aggiunti altri 150 milioni di euro, che affluiranno in un Fondo immobiliare dedicato alle case popolari, al quale dovrebbe partecipare la stessa CDP. Secondo il CIPE (Comitato Interministeriale Programmazione Economica) dovrebbero essere già disponibili 880 milioni di euro provenienti dai capitoli di spesa dei ministeri delle Infrastrutture, Trasporti ed Economia.

Il calendario degli adempimenti prevede che entro 15 giorni sia nominato un gruppo di lavoro composto da esperti del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che avrà il compito di indicare, entro 45 giorni, i requisiti di spesa dei fondi pubblici e le regole per l’ingresso dei fondi immobiliari privati. A tal proposito, si legge sul documento del governo che i fondi avranno «un portafoglio minimo di un miliardo di euro, dovranno offrire un rendimento in linea con gli altri strumenti finanziari e dovranno assicurare un’adeguata rappresentatività agli investitori».

I beneficiari del Piano di edilizia sociale saranno, secondo il documento del governo, «nuclei familiari a basso reddito, giovani coppie, anziani in condizioni sociali svantaggiate, studenti fuori sede, sfrattati, immigrati regolari a basso reddito, residenti da almeno 10 anni in Italia e 5 nella stessa Regione». Il Piano prevede che una parte dei nuovi alloggi venga concesso in locazione a un canone agevolato. Tutti gli immobili affittati, inoltre, potranno essere riscattati dagli affittuari che desidereranno avvalersi dell’istituto della prelazione. Il mutuo per riscattare l’abitazione sarà concesso da istituti bancari convenzionati ad un tasso di interesse agevolato con rate non superiori ai 300 euro mensili.

Occorre ora attendere la risposta delle Regioni, che sono state chiamate a proporre al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, entro 180 giorni, un «programma coordinato di interventi volto a incrementare il patrimonio di edilizia residenziale». Si legge dalle notizie che verrà convocata una Conferenza di servizi ad hoc per valutare l’ammissibilità delle proposte presentate dagli altri soggetti pubblici e privati interessati. Sarà prevista la possibilità di nominare un commissario con pieni poteri in caso di «ritardi nell’attuazione del programma» da parte delle stesse Regioni.

Nonostante la tempistica estremamente serrata prevista dal provvedimento, i nuovi cantieri potranno essere aperti nella migliore delle ipotesi non prima di sei mesi, essendo la materia estremamente complessa e il numero dei soggetti pubblici e privati interessati assai elevato. Pertanto, per raggiungere in tempi non lunghi il primario obiettivo di dare una casa agli italiani, sarà anche necessario snellire notevolmente i vari iter burocratici a livello nazionale e soprattutto a livello locale. È, questa, una ulteriore sfida che il governo Berlusconi intende affrontare e superare con successo.

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