L’economia italiana alla prova

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 15 settembre 2009

Sembra che la politica di sostegno all’economia e di lotta contro la crisi messa in campo dal governo Berlusconi, dopo il recente nullaosta del Fondo Monetario Internazionale e dell’OCSE, abbia superato anche il severo esame della società di rating Moody’s, che, a detta di molti, sarebbe la società di analisi tra le più inflessibili. Certo il gioco del livellamento tra i debiti pubblici delle grandi economie europee ha permesso, per via dell’innalzamento del debito di altri paesi europei e della pressoché stabilità di quello già ampio italiano, il confronto tra l’Italia, la Germania e la Francia. Secondo le previsioni dell’agenzia, infatti, l’economia italiana si è meritata «Aa2», con outlook stabile al debito sovrano italiano. Secondo le aspettative di Moody’s, il PIL italiano, inoltre, dovrebbe rallentare del 4,4% nel 2009, contro i pronostici del governo, che erano di gran lunga più pessimistici, e pari al 5,2%. Ciò appare tanto più eccezionale, in quanto il nostro governo si è sempre sbilanciato più verso l’ottimismo che non verso il pessimismo.

Al di là delle suddette previsioni espresse in cifre, è certo che l’ultimo arco di tempo che ci separa dal prossimo anno sarà caratterizzato da scelte importanti. Tali scelte riguarderanno in primis quegli imprenditori che fino a questo momento hanno garantito l’occupazione, anche ricorrendo a temporanei accorgimenti, come i contratti part time per i propri dipendenti, o la riduzione dello stipendio per evitare i licenziamenti in attesa che le commesse, specie quelle provenienti dall’estero, ricomincino a crescere. Le scelte riguarderanno anche i consumatori, che, più o meno consapevolmente, giocheranno il ruolo fondamentale della domanda. Riguarderanno i banchieri, che dovranno svolgere il loro ruolo di finanziatori della produzione concedendo il credito necessario alle imprese. Al di sopra di tutte quelle ricordate, vi saranno le scelte della politica, che deve riappropriarsi del proprio primato, soprattutto a livello europeo. È mancata, infatti, durante tutto l’arco della crisi economica, una regia sovrannazionale, che permettesse un coordinamento a livello quanto meno europeo delle politiche di sostegno, e che impedisse scatti in avanti di alcuni paesi, come ad esempio della Francia, che ha puntato su misure protezionistiche.

A tutt’oggi l’unica politica comune europea, eccezion fatta per quella agricola e quindi settoriale, è quella monetaria, tutta giocata intorno allo strumento della manovra del tasso ufficiale di sconto. È evidente che una simile politica può provocare effetti solo in periodi di espansione economica e non in tempi di recessione, in quanto il tasso di interesse è come una corda che può solo essere tirata (alzando i tassi di interesse) e non spinta. Abbassando i tassi al di sotto di certi livelli, infatti, non si provocano affatto o quasi conseguenze di stimolo all’economia. Sono sempre mancate, invece, le politiche economiche unitarie più importanti, come quelle riguardanti il fisco, l’occupazione e l’energia.

Probabilmente, per quanto riguarda l’Italia, come ha affermato il ministro Tremonti durante la conferenza all’Università Bocconi di Milano, aver permesso che la struttura del capitale delle banche italiane si concentrasse progressivamente in grandi gruppi a fronte di una struttura della produzione che rimaneva parcellizzata in numerosissime medie e piccole imprese non ha giovato molto all’economia. La scarsa propensione dei grandi gruppi bancari ad accordare crediti alle piccole imprese, infatti, farà correre il rischio di perdere i primi germogli di ripresa, che da più parti cominciano a fare mostra di sé. A tal proposito, più volte abbiamo auspicato, su queste pagine, un ritorno alla normativa vigente dopo la riforma bancaria del 1936, con la quale era stata impostata una rigida separazione tra le diverse tipologie di credito e, quindi, tra il credito a breve termine e quello a lungo termine. In particolare, il credito alle imprese e all’industria dovrebbe essere esercitato da istituti specializzati e soggetto a una rigorosa supervisione pubblica, per impedire da un lato una eccessiva immobilizzazione del capitale bancario in attività troppo rischiose o, al contrario, ciò che avviene oggi, un insufficiente credito alla produzione.

Il credito alle imprese lega a doppio filo le sorti delle banche che le finanziano con quelle delle imprese finanziate. Ma, come sostiene il governatore di Bankitalia, la velocità di uscita dalla crisi dipende «dal ripristino della piena funzionalità del mercato creditizio». Tale ripristino è subordinato alla capacità delle banche di concedere crediti selezionando accuratamente la solidità delle aziende e finanziando quelle meritevoli. I prossimi mesi autunnali e invernali saranno cruciali per decidere la sorte di molte aziende produttive e, con esse, della ripresa dell’occupazione e dei consumi.

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