1999 -2009: dieci anni di moneta unica

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 12 ottobre 2009

L’anno in corso conclude il primo decennale della moneta unica europea, l’euro. È questo l’anno in cui si può tracciare un primo bilancio per comprendere se e quanto l’introduzione dell’euro abbia giovato all’economia dei paesi membri dell’Unione monetaria europea, prima fra tutte a quella del nostro Paese. In questi dieci anni, a cavallo dell’inizio del nuovo millennio, si è assistito allo scoppio di due bolle speculative i cui effetti hanno avuto drammatici risvolti sulle economie industrializzate ed hanno aggravato la difficilissima situazione dei paesi economicamente più svantaggiati ed erroneamente chiamati del Sud del mondo.

La prima bolla speculativa del nuovo millennio è stata quella della new economy, iniziata sotto l’amministrazione Clinton e coincisa con il crollo delle Torri gemelle l’11 settembre 2001 causato da Al Qaeda. La seconda bolla speculativa ha cominciato a sgonfiarsi negli Usa approssimativamente nella seconda metà del 2006, quando il mercato immobiliare statunitense ha subìto il crollo dei prezzi degli immobili e molti titolari di mutui cosiddetti subprime sono divenuti insolventi. L’escalation della crisi è continuata fino al suo culmine, nel bimestre settembre-ottobre 2008, quando sono entrate in crisi le banche d’affari più note (il 15 settembre 2008 è fallita la Lehman Brothers e il 22 settembre Goldman Sachs e Morgan Stanley hanno rinunciato al loro status di banche d’affari e sono diventate banche di deposito). Gli effetti della crisi economica attuale sono evidenti (recessione, disoccupazione e deflazione), mentre la speculazione non ha mai interrotto la sua azione devastatrice (a titolo di esempio basta registrare il prezzo dell’oro di stamane quotato sul mercato e pari a 1049 dollari Usa per oncia).

La domanda che si pone all’attenzione dei commentatori più accorti è se la moneta unica, l’euro, abbia riparato, almeno in parte, i paesi dell’unione monetaria dalle fluttuazioni cicliche dell’economia mondiale e dagli shock esterni al ciclo o se piuttosto non si sia rivelata una chimera, se non un fattore aggravante. La risposta può essere trovata più agevolmente osservando la storia e leggendo in essa le tendenze e le contraddizioni delle scelte passate. Un aspetto non trascurabile della nostra moneta sta nel fatto che, alla fine del 1995, l’introduzione della moneta unica è stata fatta proseguendo una strada intrapresa di una unione monetaria priva di una integrazione economica e soprattutto politica. Questa carenza aveva portato già al fallimento del primo Serpente monetario europeo, quello introdotto nel 1972 in seguito alla fine del sistema dei cambi monetari fissi decretata con la decisione unilaterale di Nixon di abolire la convertibilità esterna del dollaro, e al fallimento del secondo serpente monetario e dello Sme (Sistema monetario europeo), con il suo «ecu» travolto dalla crisi valutaria del 1992.

È noto che nel 1995 il Consiglio europeo di Madrid trasformò lo scudo europeo in euro e fu decisa sia la sua introduzione nei conti comunitari, a far data dal 1999, sia il conio delle banconote e delle monete metalliche e la loro circolazione, entro i due anni successivi. Nel giugno 1997 il Consiglio europeo approvò il Patto di Stabilità monetaria e nel maggio dell’anno seguente certificò che in Austria, in Belgio, in Finlandia, in Francia, in Germania, in Irlanda, in Italia, in Lussemburgo, in Olanda, in Portogallo e in Spagna sussistevano le condizioni affinché tali paesi potessero entrare a far parte dell’euro-zona. Nel 1999 furono fissati i tassi irrevocabili di conversione delle monete partecipanti alla zona dell’euro (per la lira fu fissato tasso di conversione piuttosto sfavorevole e pari a 1936,27 lire per ogni euro). Per decisione della Banca centrale europea il regime di doppia circolazione monetaria lira-euro fu limitato a soli due mesi, mentre sarebbe stato saggio allungare tale periodo di transizione fino a due anni, affinché i consumatori potessero essere liberi di usufruire di entrambe le monete e di percepire prontamente l’innalzamento dei prezzi conseguente alla conversione della moneta, modificare di conseguenza le proprie decisioni di spesa e calmierare in parte l’impennata dei prezzi. Invece, la repentina sostituzione della moneta nazionale con quella comunitaria, voluta in tempi brevi dalla Bce, timorosa che la nuova moneta non si affermasse, ha prodotto una riduzione del potere reale della moneta entro i confini nazionali, tale che in poco tempo ciò che costava mille è venuto a costare duemila e gli stipendi e le pensioni hanno dimezzato il loro valore reale.

Un altro madornale errore fu compiuto al momento della creazione di una banca europea indipendente e della stesura dello statuto della Banca centrale europea che non volle imitare lo statuto della Fed, la Riserva federale degli Stati Uniti, nel quale è scritto che la difesa della moneta deve essere in funzione non del prestigio, ma dell’occupazione, ossia il contrasto all’inflazione non è fine a se stesso, ma in funzione del ciclo economico.

A tal riguardo la storia conferma un insegnamento, che noi europei dovremmo cogliere. Mai nessun governo o potere centrale ha rinunciato a batter moneta, salvo l’esempio della Repubblica di Weimar e quello della Banca centrale europea. La creazione di una banca centrale indipendente si ravvisa proprio nell’esperienza della Repubblica di Weimar, che nel 1924 consegnò i pieni poteri alla banca centrale, rinunciando al potere della moneta. Il risultato della gestione monetaria della banca centrale fu un’iperinflazione e la disoccupazione per milioni di lavoratori. Ne risultò l’ascesa al potere di Adolf Hitler e l’accentramento, nuovamente, di tutti i poteri, compreso quello monetario. Il dittatore ordinò al banchiere centrale di emettere moneta, che servì al governo per finanziare i lavori pubblici (le infrastrutture contro gli allagamenti, la ristrutturazione di edifici pubblici e case private e la costruzione di nuovi edifici, strade, ponti, canali e strutture portuali). Per finanziare tutte queste opere e per far riaprire le fabbriche furono emessi i Certificati Lavorativi del Tesoro, detti anche «cambiali del lavoro», scontate dalla banca centrale. Alla fine del 1935, quindi nell’arco di appena due anni, la disoccupazione era vinta e iniziava l’afflusso di manodopera straniera. L’immissione di liquidità nel sistema mediante l’emissione di moneta non aveva provocato l’inflazione; al contrario, aveva permesso di aumentare la produzione di beni e servizi grazie al fatto che la produzione aveva in tal modo potuto usufruire di risorse finanziarie senza accendere alcun debito e quindi prive di un costo per interessi. È necessario sottolineare che da tale politica di risanamento dell’economia tedesca prese il via anche la politica degli armamenti, che sfociò poi nella seconda guerra mondiale, ma il principio di fondo rimane: la moneta deve servire a far lavorare le genti.

Dal canto suo l’eurozona è stata sempre in ritardo rispetto alle altre economie, ad esempio rispetto a quella degli Stati Uniti, del Giappone e del Regno Unito. Uno sguardo all’evoluzione del reddito pro-capite dei paesi quali la Francia, la Germania e l’Italia a confronto con quello degli altri stati citati (grafico) è sufficiente per provare la validità di tale affermazione.

La causa principale del rallentamento dell’economia dei Paesi dell’euro è da individuare nei parametri di Maastricht e nella politica monetaria, la cui moneta non fa lavorare, perché è scarsa e fortemente sopravvalutata. Non esistono motivi economici in base ai quali l’euro debba essere fortemente sopravvalutato, specie nei confronti del dollaro Usa. È il risultato di politiche monetarie restrittive della Banca centrale europea indipendente.

I tempi sono, invece, maturi per pensare ad un ordine monetario che ridimensioni il ruolo dei banchieri centrali e dei loro strumenti inadeguati per far fronte alle fluttuazioni cicliche dell’economia. Si sa che la moneta è come una corda, che può essere solo tirata (aumentando il tasso ufficiale di sconto), e non spinta. Abbassando i tassi di interesse al di sotto di certi livelli, infatti, non si provocano meccanicamente conseguenze di stimolo all’economia. Oltretutto il tasso di interesse non può essere abbassato al di sotto di una certa soglia, pena la riduzione del risparmio.

Occorrerebbe considerare nuovamente il vincolo della bilancia dei pagamenti come meccanismo fondamentale per la stabilità monetaria, replicando i risultati positivi dell’accordo di Bretton Woods. Sarebbe indispensabile modificare lo statuto della Bce, considerando anche le conseguenze di ordine economico e occupazionale su tutti i Paesi membri delle scelte del suo governatore. Ancor più sarebbe necessario ripensare tutto il quadro istituzionale Ue, attribuendo un ruolo politico al Parlamento europeo e ridimensionando il ruolo della Commissione di Bruxelles, composta esclusivamente da tecnici e non da politici, e confinandolo al ruolo di consulente dell’organo politico centrale. Affinché l’Europa unita diventi uno Stato sovrano occorre una unione politica secondo la forma di una confederazione di Stati, come la storia di altri Paesi (Stati Uniti, Svizzera e Germania) ha insegnato. Solo in tal modo potrebbero essere perseguite politiche economiche importanti, come quelle riguardanti il fisco, l’occupazione, l’energia e l’immigrazione. Solo così l’Europa potrebbe partecipare a pieno titolo alla soluzione dei problemi internazionali più importanti.

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