Il ruolo internazionale del dollaro

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 20 ottobre 2009

Sul dollaro gravano oggi, come nel passato, grandi responsabilità. Gli Usa esprimono la leadership mondiale ed hanno l’obbligo di difendere la moneta internazionale dagli attacchi speculativi, poiché la speculazione causa sempre la disoccupazione e la miseria. Nei sedici anni delle due amministrazioni americane che hanno preceduto quella attuale di Obama, otto di Clinton e otto di Bush, si è assistito ad una crescita economica statunitense drogata da una selvaggia speculazione finanziaria. Ciò è comprovato dal fatto che ogni cambio di presidente è coinciso con una fase di vaste perdite di borsa. Ancor oggi, tuttavia, non c’è moneta nel mercato internazionale che possa sostituire il dollaro, che, pur indebolendosi, condiziona ogni altra moneta in circolazione.

L’euro, moneta espressione di una banca centrale e non di un potere politico centrale, si apprezza sul mercato dei cambi per effetto della politica della Bce, la Banca Centrale Europea, che ha come unico scopo statutario quello di mantenere basso il livello di inflazione, e come velleità quella di contrastare il ruolo internazionale del dollaro e di sostituirsi ad esso. C’è chi dice che la moneta unica europea sia un marco tedesco mascherato. Si sostiene, infatti, che il desiderio di egemonia della Germania sull’Europa, che ha portato alle due grandi guerre del secolo scorso, sia stato appagato dall’unione economica e soprattutto dalla politica monetaria di cui è titolare la Bce indipendente, che, non a caso, ha sede a Francoforte. Comunque sia, le parole scritte dallo stesso Jean-Claude Trichet, governatore della Bce, nel rapporto The International Role Of The Euro di luglio 2009 («The review confirms the strong regional character of the international role of the euro») confermano che l’euro rimane una moneta sostanzialmente di carattere regionale.

La gloriosa sterlina britannica, dal canto suo, ha fatto il suo tempo. L’Inghilterra, dopo le due guerre mondiali, ha perduto il suo impero commerciale e coloniale e, con la dichiarazione di indipendenza e di uguaglianza degli Stati membri alla corona inglese, si è giocata l’intero Commonwealth. La sua economia, inoltre, ha patito più di quella degli altri grandi paesi europei gli effetti devastanti della deflagrazione della bolla speculativa della scorsa estate, avendo convertito da anni la struttura economica del Regno a favore prevalentemente dei servizi finanziari e a discapito della produzione industriale. Per la moneta britannica ne è conseguita la perdita di più di un terzo del suo valore sul mercato dei cambi in pochi mesi.

Lo yuan renminbi cinese e la rupia indiana sono strettamente dipendenti dal dollaro, tanto che l’avanzo commerciale dei due paesi è stato a lungo investito nel debito pubblico americano e tale tendenza non accenna a cambiare, nonostante la forte contrazione della domanda globale di prodotti cinesi e indiani e, quindi, il rallentamento della crescita delle loro riserve valutarie.

Il rublo russo ha fallito il suo tentativo di imperare tra i paesi dell’Europa dell’est e la moneta di Medvedev e di Putin non è acquistata da nessuno per farne riserva valutaria.

Non vi sono, allo stato attuale delle cose, monete che possano essere paragonate al dollaro, per importanza negli scambi e come riserva valutaria. Si può desumere, dalla lettura della poderosa opera in sette volumi edita dal Poligrafico e Zecca dello Stato La Moneta nella Storia, che solamente la moneta di un altro impero che ha svolto la funzione di valuta internazionale può essere assimilata al dollaro, fatte le dovute proporzioni in termini di volume degli scambi e di espansione geografica. Si tratta della moneta dell’impero romano che, dall’«asse di bronzo» di Servio Tullio del VI secolo a.C. per sette secoli e nei tre continenti allora conosciuti, governò gli scambi internazionali fino ad arrivare alla lontana Cina. È vero che anche altre monete hanno avuto un raggio internazionale, tra le quali il fiorino fiorentino d’oro, che per tre secoli e mezzo fu il dollaro del Medioevo. Ma il fiorino fu essenzialmente usato come strumento di pagamento nelle borse o nelle fiere e per le transazioni internazionali di vaste dimensioni. Solamente la moneta di Roma dominò incontrastata avvalendosi della forza economica e soprattutto militare dell’impero romano. Tuttavia, anche altri fattori incisero sulla espansione della moneta romana, quali la certezza del diritto e la pace interna all’impero. La moneta di Roma divenne moneta fiduciaria, quando con Augusto le venne attribuito un valore superiore a quello del metallo con cui era forgiata. In particolare, il continuo deprezzamento del denaro con valori via via crescenti impressi d’imperio sul dorso della moneta coincise con il declino dell’impero.

Il parallelo storico può essere allargato oltre la semplice espansione geografica e si può ipotizzare che, così come è avvenuto per la moneta romana e per il suo impero, anche per il dollaro Usa le fluttuazioni dei cambi possano condurre ad un indebolimento della sua economia, che si basa sulla crescita dei consumi interni superiore al flusso di nuova ricchezza annualmente prodotta, e soprattutto ad un aggravio dei costi sociali, in termini di disoccupazione e quindi di miseria. La moneta americana divenne del tutto fiduciaria nell’estate di metà agosto del 1971 quando Nixon sganciò il dollaro esterno dall’oro. Di lì a poco cadde l’accordo di Bretton Woods che aveva garantito stabilità e ordine al sistema monetario internazionale sconvolto da molte crisi economiche tra le due guerre mondiali. Il geniale meccanismo si basava sul rispetto del vincolo dell’equilibrio della bilancia dei pagamenti dei paesi aderenti, i quali avrebbero dovuto rientrare in tendenza dai disavanzi o dagli avanzi pena la svalutazione del cambio o la sua rivalutazione.

L’accordo di Bretton Woods fu alla base della prosperità e della pace che si poterono godere negli anni Cinquanta e Sessanta in tutti i paesi democratici. Fu miopia dell’Europa opporsi al dollaro impostando i serpenti monetari e lo Sme invece di tornare ad un accordo internazionale sui cambi valutari. Fu grave invece per gli Stati Uniti volgersi con le prime aperture commerciali al mercato della Cina e dell’Oriente, con Nixon e con Kissinger, abbandonando l’ingrata Europa.

È oggi interesse di tutti tornare al più presto ad un accordo sui cambi. Gli Stati Uniti, in particolare, non dovranno percorrere la strada seguita dall’Impero romano negli ultimi anni di esistenza, quando viveva da tempo al di sopra delle sue possibilità e quando la sua moneta era fortemente inflazionata in seguito alle riforme monetarie di Diocleziano e di Costantino. Al contrario, il paese che rappresenta la leadership mondiale ha la responsabilità e l’obbligo di difendere la moneta internazionale dagli attacchi della speculazione e di promuovere le misure atte alla costituzione, nuovamente, di un ordine monetario internazionale.

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