La scommessa di Putin

UNA RIPRESA ECONOMICA FONDATA SULL’ENERGIA

NONOSTANTE LA CRISI ECONOMICA IN CORSO E IL CROLLO DEL PREZZO DEL PETROLIO, IL FUTURO DEL SISTEMA RUSSO PASSA ANCORA ATTRAVERSO IL COMPARTO ENERGETICO

di Emanuela Melchiorre

 

Oltre ad aver tolto la libertà, il marxismo ha prodotto la miseria. Merita ricordare che Lenin nel gennaio del 1918 abolì la moneta e impose lo scambio obbligatorio: merce contro merce, prodotto contro prodotto. La malattia e la morte del dittatore permisero alla Russia di avviarsi di nuovo sulla strada dell’avanzamento tanto che nel 1924 ritornò all’economia monetaria con il Rublo d’oro[1]. Nel 1928 Stalin riportò violentemente la Russia al regime comunista, dal quale è risorta con la scomparsa del tetro Leonida Brežnev nel novembre del 1982. Il ritorno della Russia nell’ambito dei paesi democratici è stato molto sofferto, a causa anche delle resistenze degli apparati comunisti nell’economia e dell’impossibilità di smantellare in breve tempo la collettivizzazione di ogni forma di produzione e di scambio. L’Occidente e, in particolare, il Fondo monetario internazionale non hanno aiutato molto la Russia a tornare nell’ambito dell’economia di mercato, ma infine molti progressi sono stati fatti nonostante le resistenze a perpetuare l’assistenzialismo della Grande madre Russia.

 

Merito del cambiamento va attribuito più che a Michail Gorbaciov e a Boris Nikolaevi El’cin, a Vladimir Putin. Forte della trasformazione avvenuta in seguito alle riforme politiche della Perestrojka di Gorbaciov , e dopo El’cin, il primo Presidente della Russia post-sovietica, con lo scioglimento dell’Unione sovietica e del nuovo assetto federale di cui la Russia si è dotata, Vladimir Putin ha impiegato due mandati presidenziali per porre le basi del suo piano di ricostruzione economica della Russia. Impossibilitato dai dettami della nuova Costituzione, approvata il 12 dicembre 1993, a candidarsi per la terza volta alla carica di presidente della Federazione, ha elaborato lo stratagemma di candidare il suo delfino Dimitri Medvedev al suo posto e da questi farsi nominare primo ministro, al fine di poter continuare nell’opera di ricostruzione intrapresa. Il paese sembrerebbe essere politicamente stabile grazie alla salda alleanza tra Medvedev e Putin[2]. Tuttavia Putin, con l’aggravamento della crisi economica e finanziaria internazionale, si trova ad affrontare molti problemi di carattere economico e sociale (come la diminuzione dei salari reali), che potrebbero minare l’ampio consenso di cui dispone. Al tempo stesso, in Cecenia si sta assistendo ad un processo di pacificazione e di rinascita economica imposto con la forza dal presidente Kadyrov, mentre le altre regioni del Caucaso settentrionale (Inguscezia, Daghestan e Kabardino Balkaria) attraversano un periodo di crescente instabilità politica, che spesso porta a fenomeni di violenza xenofoba[3].

 

Il piano di Putin si è articolato, dal 2000 fino a prima dell’attuale crisi economica mondiale, fondamentalmente in due fasi. Egli, in primo luogo, ha inteso porre le basi per una solida ricostruzione della crescita economica della Russia, puntando in special modo sulla produzione e sulla commercializzazione di prodotti energetici. Il capitale privato è entrato nelle grandi società prima esclusivamente pubbliche, ma il processo di privatizzazione in Russia assume connotati specifici, poiché la leadership dei più grandi colossi energetici russi e delle grandi società è rimasta nelle mani degli “uomini del presidente”, ossia degli ex colleghi del primo ministro Putin all’epoca della sua militanza nel Kgb, che seguono i dettami della volontà presidenziale.

 

Al contempo Putin ha operato per ricostruire uno stabile ambiente normativo e legale, cosciente del fatto che un ambiente legale ostile o inaffidabile avrebbe disincentivato l’afflusso di capitali stranieri[4]. Per quanto riguarda questo aspetto la SACE (Servizi Assicurativi del Commercio Estero)[5] ritiene che il paese abbia compiuto, negli ultimi anni, progressi nell’adozione di un quadro normativo coerente, soprattutto per uniformare la legislazione regionale a quella federale. Il problema principale, sostiene l’agenzia, è legato all’enforcement di tali provvedimenti. D’altro canto, sempre secondo l’osservatorio geopolitico della società assicurativa, il sistema giudiziario risulta essere ancora fortemente burocratizzato e dotato di limitata indipendenza dal potere politico.

 

Crisi economica e sostegno all’economia di mercato

Negli Stati Uniti e nei paesi europei il ruolo dello stato nell’economia tende a rafforzarsi dopo lo scoppio delle bolle speculative e l’esplosione della crisi economica. Per quanto riguarda la Russia questa evoluzione è quanto mai allarmante, per il pericolo di rigurgiti collettivistici. Tuttavia, il governo russo non ha finora proceduto a nazionalizzare di nuovo vasti settori dell’economia. Il più considerevole intervento dello stato negli affari economici, infatti, è stato rivolto all’imprenditoria e al mercato. Si è appreso che gli interventi governativi a sostegno dell’economia russa hanno previsto un pacchetto di misure a sostegno del sistema industriale e finanziario, per oltre 220 miliardi di dollari Usa, ossia pari al 15% del prodotto interno lordo russo. Anche la recente decisione di ridurre le imposte, che all’inizio del 2009 ha portato la tassazione sul reddito di impresa a una forte diminuzione (dal 24% al 20%), e quella sulle piccole imprese (dal 15% al 5%), va nella direzione di facilitare l’imprenditoria privata. Tuttavia, si legge sulla pubblicistica specializzata, soltanto poche imprese possono sperare nell’aiuto dello stato per evitare il fallimento sotto il peso dei debiti e delle pretese avanzate dai creditori stranieri. Le scelte di politica economica del governo russo dovrebbero anche tenere conto delle linee di orientamento convenute in ambito G8/G20, che dovrebbero progressivamente influenzare la “socializzazione” della normativa russa, richiesta al paese per aderire sia all’Omc (Organizzazione mondiale del commercio), sia all’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). D’altro canto lo stesso Putin sembrerebbe essere della stessa opinione, considerando le dichiarazioni che ha fatto in occasione del Forum economico mondiale di Davos (28 gennaio – 1 febbraio 2009), quando invitava a non «ritornare all’isolazionismo e a un immoderato egotismo economico» e, al contrario, a rafforzare la cooperazione economica internazionale, evitando un ritorno allo statalismo e al protezionismo.

 

Per valutare le ricadute della crisi finanziaria sull’economia russa è opportuno osservare il contesto in cui il paese si trovava quando il crollo dei corsi azionari si è verificato. L’economia russa cresceva a un tasso elevato (l’8% del primo semestre 2008 faceva, infatti, seguito all’8,1% del 2007). Secondo l’istituto ISPI di politica internazionale, l’economia russa presentava evidenti segnali di “surriscaldamento”. L’inflazione in Russia aveva superato il 10% a ottobre 2007 e aveva accelerato fino al 15,1% a maggio e a giugno 2008, mentre a ottobre 2008 era lievemente rallentata al 14,2%. La disoccupazione era declinata dall’8,6% del 2003 al 5,3% di luglio 2008. I salari reali erano cresciuti vistosamente (del 16,2% nel 2007 e ancora del 12,8% nei primi nove mesi del 2008) e avevano raggiunto livelli di crescita nettamente superiori all’aumento della produttività del lavoro, che secondo l’Istituto era del 6% nel 2007 e del 7% nel primo semestre 2008[6]. È presumibile che tali segnali di surriscaldamento fossero dovuti in buona parte all’accresciuta spesa pubblica in preparazione delle elezioni parlamentari e presidenziali del dicembre 2007 e del marzo 2008.

 

Uno sguardo più ampio porta a valutare l’economia russa nell’arco dell’ultimo decennio (grafico 1). È evidente che i tassi di crescita che il paese ha sperimentato negli anni 2000 siano divenuti solamente un ricordo. Tuttavia, il Fondo monetario internazionale sembra essere piuttosto ottimista e prevede una ripresa della crescita economica nel 2010. Secondo i dati della Banca mondiale, a fronte di una contrazione in tutti i settori economici, quelli che più degli altri hanno accusato valori negativi più alti negli indici di crescita sono stati il manifatturiero e le costruzioni (tabella 1). Si tratta di due settori economici ad alto valore del moltiplicatore keynesiano del reddito. Ciò significa che una contrazione della crescita della produzione in questi due settori si traduce in una più ampia riduzione della crescita in tutto il loro indotto e nei settori a essi collaterali.

 

Il mercato finanziario e monetario

La borsa russa ha mostrato il peggiore risultato tra i mercati emergenti (-71% da inizio 2008 a fine novembre 2008) e si è ridotto il peso economico di alcuni oligarchi. Secondo Forbes, il giornale americano che pubblica periodicamente la lista degli uomini più ricchi al mondo, il numero dei miliardari in Russia è passato da 87 all’inizio del 2008 a 32, ossia si è ridotto di circa due terzi. A luglio 2008, ossia prima che scoppiasse la bolla speculativa immobiliare e si innescasse la crisi economica a livello planetario, in una dichiarazione Putin attaccò pubblicamente la società Mechel, una grande azienda siderurgica, criticandone la politica dei prezzi e accusandola di evasione fiscale. Ne è seguito il tracollo delle sue quotazioni sulla borsa di New York (-38% in un solo giorno). Gli investitori fuggirono dal titolo per il timore che si stesse ripetendo il caso della società Yukos, ossia un attacco da parte del governo contro una grande azienda[7]. La vicenda allarmò i cosiddetti oligarchi, che hanno temuto che il governo tornasse a colpire direttamente aziende e patrimoni personali. Per reazione vi è stata la fuga di capitali che si è però fermata negli anni più recenti. Nel 2007, al contrario, ampi capitali russi detenuti all’estero erano stati addirittura rimpatriati mentre a settembre 2008 gli IDE (Investimenti diretti all’estero) che si erano diretti verso l’economia russa avevano raggiunto la cifra di 52 miliardi di dollari (cresciuti del 10% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente)[8]. Ora però con la crisi il deflusso di capitali russi dal paese sembra si sia amplificato.

 

Comunque, il mercato azionario non è una delle principali fonti di finanziamento per l’economia russa e, conseguentemente, le fluttuazioni hanno avuto un impatto relativo sulle imprese[9]. Il sistema finanziario è estremamente concentrato. I cinque principali istituti, infatti, controllano il 43% delle attività totali, mentre le 24 banche statali detengono circa un terzo delle attività bancarie totali e il 60% dei depositi. Le banche in possesso di istituti stranieri[10] sono 85 e ricoprono un ruolo marginale nel sistema bancario russo.

Nel corso del 2008, si legge sul rapporto SACE, si è avviato un lento processo di consolidamento a favore degli istituti bancari medio-grandi, mediante numerose fusioni e acquisizioni di piccole banche regionali. L’acuirsi della crisi, secondo gli esperti, potrebbe accelerare questo processo a favore, però, delle banche statali. A seguito della crisi dei mutui, il sistema ha subito una riduzione della liquidità e la Banca centrale russa (Veb Vnesheconombank) ha fornito liquidità alle tre principali banche statali e ad altre 25 banche commerciali. Risultano essere invece maggiormente a rischio le banche private medio-piccole, poichè non godono del sostegno statale e dispongono di minori possibilità di rifinanziamento.

 

L’esportazione di idrocarburi è stato il motore principale della rinascita economica della Russia. Tuttavia la riduzione dei prezzi degli idrocarburi, con la contrazione dei consumi e dei prestiti ha contribuito a portare l’economia russa in recessione. Per il 2010 si prevede che il PIL torni a crescere anche se ad un tasso decisamente più contenuto rispetto al passato. Fino al 2008 i conti del paese hanno registrato ampi avanzi di bilancio. Per il biennio 2009-10, si prevede che il saldo diventi negativo a causa della riduzione delle entrate legate all’esportazione del petrolio. Il prezzo del petrolio è tornato a crescere anche se a livelli sensibilmente inferiori rispetto all’andamento speculativo della bolla del 2008, che aveva portato il livello del prezzo a 147 dollari dell’11 luglio 2008.

 

Nel biennio 2009-10, l’inflazione dovrebbe registrare una leggera contrazione rispetto al 2008, rimanendo comunque al di sopra del 10%[11]. L’inflazione comporta una erosione degli stipendi della classe media, che conserva il suo carattere prevalentemente burocratico (circa il 70% svolge la propria attività nel settore pubblico). Nel contesto di un deterioramento delle condizioni di vita, caratterizzato dal ritorno di una forte crescita del tasso di disoccupazione, salito oggi al 9,5 % della popolazione economicamente attiva si fa strada un fenomeno di xenofobia. La questione dell’immigrazione si rivela complessa dal momento che le stime parlano di un afflusso di oltre 25 milioni di immigrati. La distribuzione di lavoratori sul territorio dovrà essere bilanciata in modo da evitare che si amplifichi ulteriormente il divario fra il centro e le regioni periferiche. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, dai 3,5 ai 5 milioni di migranti sono attualmente impiegati sul mercato del lavoro informale, in particolare nel settore agricolo e delle costruzioni. Questi migranti provengono in gran parte dalla Comunità di Stati Indipendenti e dal sudest asiatico.

 

Per quanto riguarda il commercio internazionale, la bilancia commerciale russa presenta un saldo positivo e crescente dal 2001 a oggi. Le esportazioni russe rappresentano il 2,7% del totale delle esportazioni mondiali e consistono prevalentemente in prodotti energetici, con il 50% delle esportazioni totali russe. Seguono le esportazioni di manufatti per circa il 20%, minerali e metalli per circa l’8%, materie prime agricole e prodotti alimentari per la restante parte. Le merci e i prodotti russi si indirizzano prevalentemente verso i paesi CSI, alla Germania, all’Italia e ai Paesi Bassi e gli Stati Uniti. In Asia le esportazioni sono rivolte soprattutto verso la Cina.

La Russia è attualmente il maggiore paese produttore di petrolio e di gas naturale, rispettivamente pari a 12,4% e al 21,5% della produzione mondiale. la Russia si colloca anche tra i primi posti per le esportazioni di questi due beni. È seconda dopo l’Arabia saudita nelle esportazioni di petrolio (11,26% delle esportazioni mondiali) ed è il primo paese esportatore di gas naturale (21,3% delle esportazioni mondiali)

 

Sono stati proprio i prodotti energetici e il loro crescente prezzo sul mercato mondiale per effetto del gioco della speculazione ad aver comportato ampie disponibilità finanziarie che sono state investite in Russia prevalentemente negli settori energetici a discapito però degli altri settori produttivi (industriali e delle costruzioni) che avrebbero invece permesso all’economia russa di affrancarsi dalla dipendenza dalle esportazioni. Il calo della domanda mondiale conseguente all’attuale crisi economica, quindi, ha comportato un impatto sull’economia russa (recessione e disoccupazione) che dovrà essere considerato nella giusta proporzione e che dovrà portare il governo a modificare il modello di crescita fino ad ora seguito. Le scelte di politica economica di contrasto alla crisi dovranno essere di più ampio respiro e volte al rafforzamento dell’economia nei suoi settori principali (agricoltura, industria e costruzioni), e al sostegno della domanda interna. Si tratta di un obbiettivo non facile da raggiungere – considerando che la popolazione russa è di  145 milioni di abitanti, pari alla somma di quella della Francia e della Germania, e una superficie di 17 milioni di kmq, pari al doppio di quella degli Stati Uniti – e comunque non in tempi brevi. Prima che il reddito pro capite russo possa raggiungere il livello del reddito pro capite americano, infatti, utilizzando una nota formula di matematica finanziaria, occorrerà attendere, posto che l’economia russa cresca del 5% l’anno e quella statunitense del 3%, almeno un centinaio di anni. 


[1] Confrontare Rublo: storia civile e monetaria della Russia da Ivan a Stalin (1991) di Angiolo Forzoni edizione Valerio Levi (Roma)

[2] Il partito presidenziale Russia Unita controlla infatti i due terzi dei seggi in parlamento. Oltre a Russia Unita, altri tre partiti sono riusciti a superare lo sbarramento proporzionale del 7%: il Partito Comunista, il Partito Liberal-Democratico, entrambi in calo rispetto le precedenti elezioni, e il nuovo partito Russia Giusta.

[3] Rapporto sul rischio paese dal titolo Russia di Marco Minoretti, a cura dell’Ufficio Studi Economici SACE, aggiornato all’11 marzo 2009

[4] ISPI Policy Brief n. 132, maggio 2009 dal titolo The Great Transformation: How the Putin Plan Altered Russian Society di Nicolai N. Petro

[5] Rapporto SACE citato

[6] ISPI Policy Brief n. 112, dicembre 2008 dal titolo La crisi finanziaria e le prospettive dell’economia russa di Franco Zallio

[7] ISPI Policy breaf n.112 citata

[8]Il volume degli investimenti italiani era ancora modesto: secondo i dati ICE-Istat, dal 1991 al primo semestre del 2008 gli investimenti totali dall’Italia sono stati pari a 1,1 miliardi di dollari di cui: 863 milioni di investimenti diretti esteri, 0,1 milioni di investimenti di portafoglio e 256 milioni di altri investimenti. La principale destinazione degli investimenti italiani rimane tutt’ora il settore energetico dove, oltre al tradizionale ruolo dell’ENI, si è affiancata anche l’attività dell’ENEL. Si legge sul rapporto SACE citato che la presenza italiana si sta rafforzando nei settori ad alto contenuto tecnologico, (con Alenia Aeronautica, del Gruppo Finmeccanica) nel settore delle telecomunicazioni (con Artetra, Alenia ed Aermacchi) e nei comparti automobilistico, (FIAT e Iveco), elettrodomestici (Indesit, Candy e Merloni), agroalimentare (Parmalat, Perfetti, Ferrero e Cremonini) e nel settore bancario (Gruppo Intesa SanPaolo e Gruppo Unicredit).

[9] Rapporto SACE citato

[10] Come detto in nota 8 le banche italiane che operano nel settore sono: Banca Intesa Sanpaolo (ZAO Banca Intesa, KMB- Bank) e Gruppo Unicredit (International Moscow Bank)

[11] Rapporto SACE citato

 

 

 

 

 

 

Pubblicato su

CHARTA minuta

nuova serie anno III – N. 18 – settembre/ottobre 2009

«LA RUSSIA DOPO IL MURO»

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