Crisi economica mondiale e imposizione fiscale: Usa, Europa e Italia a confronto

di Emanuela Melchiorre

Emanuela Melchiorre – Allo stato attuale non vi sono paesi al mondo che non risentano della profonda crisi economica iniziata con lo scoppio della bolla speculativa erroneamente detta dei subprime. Tale denominazione si riferisce particolarmente alla tipologia di mutui a basso livello di garanzia di solvibilità che nel tempo sono stati accordati nel sistema finanziario statunitense. L’elevato numero di contratti non onorati ha ingigantito l’effetto della deflagrazione della bolla speculativa del mercato immobiliare americano, gonfiatasi durante gli anni Novanta e soprattutto durante i primi anni del nuovo Millennio. Tale bolla era evidente e gli effetti della sua esplosione erano largamente prevedibili, ma non sono stati affatto denunciati dagli organi internazionali di controllo e di analisi economica. Il meccanismo delle cartolarizzazioni ha ingigantito gli effetti della crisi del mercato immobiliare americano con ripercussioni mondiali, prima solamente finanziarie e rapidamente in seguito anche economiche.
Si stima che l’ammontare dei valori speculativi, tra cui i titoli tossici e i derivati vari, si aggiri su cifre da capogiro, che vanno da un minimo di 10 a un massimo di 24 volte il prodotto lordo mondiale. La carta finanziaria non coperta da nuova ricchezza prodotta ammonterebbe, quindi, ad un importo compreso tra i 660.000 miliardi e i 3 milioni di miliardi di dollari. Se volessimo rimanere entro i confini prudenziali della media tra questi due valori, il numero che risulta dal calcolo è sempre di difficile lettura per la quantità dei suoi zeri e pari a 1.100.000.000.000.000 (1.100.000 miliardi di dollari Usa). Ogni caduta degli indici di borsa riduce questa massa di carta, che infine dovrà essere in qualche modo azzerata, altrimenti si avrà una ripresa drogata e quindi precaria.
La ripresa economica potrà essere vasta e duratura solamente se i governi sapranno agire nell’ambito dell’economia reale e non solamente entro i margini della regolamentazione del mercato finanziario. È questo il momento del coraggio e di scelte politiche lungimiranti, che sappiano individuare gli ostacoli e proporre le strategie per superarli. Il riferimento principale è alla pressione fiscale, che nei maggiori paesi europei è estremamente elevata e di gran lunga più alta di altri paesi Ocse dell’Europa dell’est, degli Stati Uniti, dell’America Centrale e dell’Asia (tabella).

 

Ricorre spesso, e di recente con particolare vigore, il proposito del governo italiano, ma anche di altri governi dei grandi paesi europei, di ridurre la pressione fiscale, come via obbligata per avviare un nuovo processo di sviluppo. Sebbene nel breve periodo il debito pubblico sia destinato ad aumentare ad ogni riduzione delle imposte (il debito pubblico Usa nel 2008 era pari al 70% del Pil ed è salito al 90,4% negli ultimi dodici mesi, con la prospettiva di raggiungere il 101% nel 2011; l’Italia si trova oggi con un debito pubblico pari al 113% del Pil, con la prospettiva di salire, secondo le stime di Bruxelles, al 116% nel 2010), la teoria economica e alcuni eventi economici del recente passato insegnano che la riduzione delle entrate tributarie per effetto dell’abbassamento della pressione fiscale è però solamente temporanea. L’aumento della produzione del reddito nazionale, per effetto proprio degli incentivi fiscali e dei contestuali investimenti in infrastrutture e in investimenti reali, fa successivamente aumentare la base imponibile e, quindi, l’ammontare totale delle entrate tributarie. Operazioni di questo genere ricevono maggiore stimolo e si rivelano più efficaci se riguardano la generalità delle imposte sul reddito e sui consumi, poiché oltre gli investimenti e la produzione, stimolerebbero anche la domanda.
Di tali effetti sono persuasi, tra gli altri, il presidente francese Nicolas Sarkozy e la cancelliera tedesca Angela Merkel, che stanno perseguendo la via delle riduzioni delle imposte rispettivamente in Francia, con la riduzione dell’equivalente francese dell’Irap italiana per 12 miliardi di euro, e in Germania, con un taglio alle imposte per 24 miliardi di euro.
Bene sarebbe che tale approccio fosse più generale e comune a tutta l’area dell’euro e, ancor più, ai paesi dell’Unione europea, che diverrebbe una regione economica a più alto incentivo all’investimento in tecnologia e in innovazione. In ambito europeo, i paesi che imboccheranno per primi tale via godranno maggiormente dei vantaggi competitivi dati dalla maggiore tempestività dei provvedimenti virtuosi. È chiaro che nei momenti di grave crisi, come quella attuale, anche se sembra che si colgano i primi germogli di crescita, appare più arduo proporre una immediata riduzione delle entrate fiscali. Si tratta tuttavia per l’Europa e per l’Italia, più che per ogni altro paese, di una via obbligata, pena una progressiva loro emarginazione. Occorre, quindi, procedere con discernimento lungo la via della riduzione delle imposte in funzione dell’effetto che tali imposte hanno sulla crescita economica.
In tal senso, è importante sottolineare il fatto che le imposte sui redditi d’azienda hanno un impatto immediato sulla crescita economica maggiore rispetto a quelle sul reddito da lavoro dipendente, a quelle indirette e a quelle sulla proprietà. Resta comunque indubbio che l’aumento di ognuna delle differenti tipologie di imposte ha effetti depressivi sullo sviluppo economico del paese. Considerando però il lag temporale che intercorre tra il momento in cui si procede alla riduzione delle imposte e il conseguente incremento del reddito prodotto, la riduzione delle imposte dovrebbe procedere cominciando appunto dalla quella sui redditi d’impresa. Giustamente, è allo studio del Governo italiano il programma di riduzione dell’IRAP (l’imposta regionale sulle attività produttive). Si tratta dell’odiosa imposta introdotta dal Governo Prodi con il decreto legislativo 15 dicembre 1997 n.446 e oggetto di controversie e di critiche discusse anche in sede della Commissione europea. Contestualmente però il maggior risparmio aziendale, se così si può dire, dato dalla minore imposizione fiscale dovrebbe essere reinvestito nell’azienda stessa con innovazioni di processo e di prodotto tali da far aumentare la produttività del lavoro impiegato. La defiscalizzazione pertanto dovrebbe essere subordinata a questo comportamento virtuoso dell’imprenditore. La riduzione dell’Irap annunciata in campagna elettorale dal nostro governo e oggetto dell’acceso dibattito politico è orientata a questo scopo. La via prescelta dal governo per giungere in tempi rapidi al taglio dell’Irap è il decreto Ronchi discusso oggi in Senato sulle infrazioni Ue.

pubblicato su www.litaliano.it l’8 novembre 2009

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: