L’imposta di Tobin

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 18 novembre 2009

La proposta recentemente avanzata da Gordon Brown, primo ministro inglese, di introdurre un’imposta sui capitali speculativi inglesi presenta difficoltà insormontabili nella sua applicazione. Se in teoria sembra essere una tassa da Robin Hood, nel senso di tassare i ricchi per aiutare i poveri, di fatto è inapplicabile per la vastissima quantità e per la rapidità con la quale i capitali transitano giornalmente sui listini di borsa. Inoltre, se nei grandi insiemi è possibile distinguere transazioni effettive da operazioni speculative facendo riferimento all’andamento dei valori reali (ad esempio, quando i prezzi delle case crescono più rapidamente rispetto alla crescita del loro valore reale dovuta a migliorie, restauri o ampliamento della volumetria, tale andamento dei prezzi degli immobili ha una giustificazione puramente speculativa), nelle singole transazioni tale distinzione è impossibile. Di conseguenza, una simile imposizione fiscale non comporterebbe nient’altro che una diversione nel flusso di capitali a discapito del paese che la impone e a favore dei paesi che non la impongono.

L’idea avanzata nel 1972 dal premio nobel per l’economia James Tobin, dal quale prende il nome l’imposta in questione, era originariamente quella di imporre una bassa aliquota d’imposta sulle transazioni valutarie, e quindi sui soli scambi di valuta, tale che avrebbe potuto garantire un gettito tributario da destinare agli obbiettivi della comunità internazionale e al tempo stesso scoraggiare l’atteggiamento speculativo sulle valute, che comportava la loro fluttuazione e le relative conseguenze negative sull’economia reale dei vari paesi coinvolti. Era il periodo nel quale gli Stati Uniti, sotto l’amministrazione Nixon, uscivano da Bretton Woods e segnavano la fine dell’accordo sui cambi valutari. La «Tobin tax» faceva parte di un più vasto piano studiato per reintrodurre un sistema internazionale che garantisse in qualche modo la stabilità valutaria. Ben presto, però, ci si rese conto che nella pratica una tale imposizione era impossibile da attuare. Il fallimento di quel tentativo non ha impedito a novelli Robin Hood di riproporlo all’opinione pubblica ad ogni evidente impennata dei listini di borsa. Si tratta, però, di una idea romantica e di un baluardo spesso utilizzato e riproposto dal noto movimento pregiudizialmente ostile ad ogni tipo di globalizzazione, considerata origine di ogni male. Non appare essere questo il caso del premier inglese, il quale più probabilmente si propone semplicemente di riacquisire un consenso politico interno, che sembra invece irrimediabilmente compromesso.

È evidente che l’imperativo, soprattutto oggi, sia quello della lotta alla speculazione, che, sebbene sia una caratteristica della finanza da secoli (la prima bolla speculativa risale al XVII secolo detta «dei tulipani» e secondo studi approfonditi sembra che da allora ci sia stato il rigonfiamento di una bolla speculativa ogni otto anni nei diversi mercati finanziari), negli anni della globalizzazione, priva di una adeguata regolamentazione internazionale, ha avuto maggior vigore e le diverse bolle speculative hanno raggiunto dimensioni e diffusione mondiale, con rapidi effetti deleteri sull’economia reale, sull’occupazione e sul benessere delle persone.

Nel turbinio di opinioni avanzate dai numerosi analisti, diverse proposte appaiono più valide di una applicazione della Tobin tax. Innanzi tutto, non è possibile prescindere dalla considerazione che un qualsiasi intervento a sfavore della speculazione debba essere generalizzato e applicato in maniera uniforme in tutti i paesi industrializzati, pena eventuali diversioni nei flussi finanziari a sfavore dei paesi più virtuosi da un punto di vista della regolamentazione dei mercati. Al tempo stesso occorre individuare un intervento regolamentativo che non disincentivi il flusso di capitali nelle borse, ma solo la loro componente speculativa.

Dato che i titoli oggetto di maggiore speculazione sono stati fino ad ora i futures, ossia quelli acquistati a pronti che prevedono il loro pagamento a termine e, quindi, dilazionato nel tempo, sarebbe interessante considerare l’introduzione di un deposito a pronti di una parte del capitale investito per l’acquisto del titolo. Ciò obbligherebbe gli acquirenti a disporre di un capitale iniziale al momento della sottoscrizione ed eviterebbe che l’intera transazione (di acquisto a pronti e rivendita del titolo prima della sua scadenza) possa avvenire senza che l’acquirente rischi in proprio neanche un quattrino. In caso contrario il rischio di ogni operazione resterebbe a carico della collettività.

Altra proposta avanzata in questi giorni è stata quella della costituzione di un fondo di garanzia da eventi critici, come appunto la deflagrazione di una bolla speculativa, che coinvolga il sistema bancario nazionale. Tale fondo, da costituirsi in tempi non sospetti dalle stesse banche con propri capitali, ha lo scopo di preservare il contribuente da un ulteriore finanziamento del sistema bancario in caso di pericolo di fallimento. Le banche, infatti, non dovrebbero più ricorrere al sostegno pubblico. Le proposte emerse ed evidenziate non aiuteranno nell’immediato la lotta contro la depressione e la bassa crescita economica, ma costituiranno, se attuate, un presidio per l’economia mondiale a più lungo termine. Saranno misure di natura più preventiva che curativa, ma contribuiranno anche a risvegliare la fiducia, che è il motore dell’economia.

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