Acqua e non solo. Via libera al ddl Ronchi

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 19 novembre 2009

Nonostante il clima politico incerto degli ultimi giorni, le riforme non si arrestano e puntano alla modernizzazione del paese. Dopo il Senato, anche la Camera dei Deputati ha approvato mercoledì il disegno di legge Ronchi relativo, tra le altre cose, alla liberalizzazione dei servizi pubblici locali e alla gestione dell’intero ciclo dei rifiuti. Con tale normativa il parlamento ha ottemperato all’obbligo del rispetto delle disposizioni derivanti da atti normativi comunitari, da sentenze della Corte di giustizia delle Comunità europee e da procedure di infrazione comunitaria nei confronti del nostro paese. Il decreto contiene inoltre norme sulla privatizzazione di Tirrenia, l’etichettatura del made in Italy e le misure antimafia per l’Expo 2015.

Il ddl Ronchi, all’articolo 15, stabilisce che entro il 31 dicembre 2011 tutte le gestioni interamente pubbliche di servizi locali cesseranno di essere tali e dovrà essere ceduta la quota del 40% del capitale di ogni azienda a società private. Il meccanismo di trasferimento della quota di capitale potrà essere quello della gara fra imprese pubbliche e private. Il decreto introduce un’ulteriore possibilità stabilendo che le società miste pubblico-privato (purché la quota privata della società sia di almeno il 40% del capitale) potranno accedere al capitale delle aziende che gestiscono i servizi pubblici locali attraverso semplici criteri di libero mercato, senza l’obbligo di ricorrere ad alcuna gara.

Nonostante la generalità del provvedimento, al centro del dibattito è stata posta soprattutto la deregolamentazione del settore dell’acqua, con l’ingresso nella gestione delle società private. Le riserve espresse dall’opposizione, ma anche dalle associazioni ambientaliste, riguardano la necessità di tutelare la fruibilità del bene primario, la stabilità nella sua tariffazione e la gestione del servizio, il rispetto dei parametri di sostenibilità ambientale. Tutte queste considerazioni rientrano del vasto ambito dell’ovvio. L’acqua è un bene primario e tale resterà anche se cambia la composizione del capitale delle aziende. La fruibilità continuerà ad essere la stessa se non accresciuta, in virtù della lotta alle inefficienze e agli sprechi tipici della gestione pubblica. L’unico nodo da prendere in seria considerazione riguarda la tariffazione del servizio.

La quota limitata al 40% del capitale da destinare a società private risponde in prima analisi al problema posto, in quanto il restante 60% rimane in capo all’ente pubblico. Esso conserva i fini di interesse pubblico e continuerà ad essere chiamato a tutelare il cittadino di fronte ad eccessivi aumenti delle tariffe. Allo stesso tempo esistono anche le Autorità di Ambito Territoriale Ottimale, che sono soggetti istituzionali pubblici, ai quali la legge di riforma dei servizi idrici ha affidato i compiti di pianificazione e controllo e che, quindi, sono tenuti istituzionalmente a stabilire anche le tariffe. Seguendo le parole del presidente dell’Antitrust Catricalà, occorre comunque che la qualità del servizio e l’andamento delle tariffe siano poste sotto l’osservazione di un organismo autonomo e indipendente. Tale ruolo potrebbe essere svolto dall’Authority per l’energia, come potrebbero anche essere rafforzate le competenze del Comitato di vigilanza sulle risorse idriche o creata una nuova Authority ad hoc.

Al contenimento delle tariffe gioverà anche il fatto che l’ingresso delle società private nel capitale delle aziende che erogano i servizi locali comporta l’indubbio vantaggio dell’introduzione di innovazioni sia di prodotto sia di processo. Queste, sperimentate precedentemente da privati e a loro carico, aumenteranno il livello di efficienza del servizio senza alcun aggravio dei costi pubblici.

Una più elevata efficienza sarà ulteriormente favorita dalla maggiore concorrenza nella gestione dei servizi locali, dovuta alla parziale privatizzazione del settore. Un maggior numero di imprese sarà, infatti, in grado di opporre più resistenza alle interferenze ed ai condizionamenti politici, anche in quelle Regioni, Province e Comuni che, non avendo avuto una salutare alternanza al governo dell’ente locale, hanno potuto consolidare nel tempo perversi meccanismi e relazioni di potere.

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