Prevenire la prossima crisi

Emanuela Melchiorre – I flussi delle contrattazioni di borsa, in questi ultimi mesi, hanno ripreso rapidamente il vigore che li aveva caratterizzati negli anni di rigonfiamento delle bolle speculative. Queste dinamiche devono suscitare profonde riflessioni, perché grave è stato il pericolo fortunosamente evitato. Sono ancora vivi i ricordi delle immagini di impiegati finanziari di Wall Street che con i loro cartoni liberavano in tutta fretta le loro scrivanie. Non dissimili sono state le immagini apparse più recentemente all’uscita delle società di consulenza finanziaria nella City di Londra. Molti sono ancora i disoccupati che ingrossano le fila degli sportelli per i sussidi di disoccupazione. Per altri operatori, più giovani e freschi di studi, con spese fisse meno pesanti e senza una famiglia sulle spalle, si è invece spalancato l’ingresso nel dinamicissimo mondo della finanza. Si ricomincia a lucrare su differenziali di prezzo dei titoli esattamente come prima della crisi. Sembra che non si sia appreso proprio nulla da quanto è successo appena poco tempo fa con lo scoppio della bolla speculativa dei subprime e da quanto era successo con lo scoppio della precedente bolla speculativa della new economy, che aveva inaugurato l’inizio del nuovo millennio con vastissime perdite, soprattutto tra i piccoli risparmiatori. Oggi la situazione appare sostanzialmente restaurata ai valori e ai ritmi pre-crisi. Sono cambiati alcuni giocatori, ma non quelli che contano e non il gioco in sé.
Rispetto alla crisi economica degli anni Novanta e a quella dei primi anni del Duemila, in occasione dell’ultima crisi, quella dei subprime, nelle sedi internazionali si è discusso più frequentemente e più a lungo della necessità di una attenta elaborazione di regole finanziarie ferree e comuni a tutti i paesi, che permettano di ridurre il rischio nelle operazioni in titoli e che scoraggino la speculazione. Si è discusso della riduzione se non dell’eliminazione dei super bonus che manager di banche d’affari hanno percepito e che, nonostante tutto, continuano ad avere nella loro busta paga, con cifre che raggiungono anche venti volte il valore dei loro profumatissimi stipendi. Ma nulla sembra ancora cambiato nelle regole del gioco, mentre i colpevoli sono rimasti impuniti e pronti a ricominciare come e peggio di prima.
L’Italia, così come è rimasta solo parzialmente coinvolta dalla tempesta dello scoppio della bolla per via della sua vocazione manifatturiera, altrettanto rimane in gran parte estranea al rigonfiamento di quella attuale, che va dai mercati delle materie prime (soprattutto oro e petrolio) a quello delle valute (in particolare del dollaro statunitense e del renminbi cinese). Jean Claude Trichet, governatore della Banca centrale europea, è ottimista e ha sostenuto che la “depressione è finita”. Il suo parere è in linea con quello espresso in sede internazionale da altri organismi (Commissione europea e Ocse) e con le conclusioni dell’ultimo G20 riunitosi in Scozia. Ciò non toglie che le aziende, specie se medio-piccole, soffrono dell’atteggiamento di credit crunch delle banche. Queste, nonostante siano state ampiamente sostenute mediante il ricorso ai fondi pubblici e, quindi, con risorse provenienti dall’imposizione fiscale, preferiscono adottare un sistema eccessivamente prudenziale, mettendo le imprese di fronte ad un’ulteriore difficoltà rispetto a quella provocata dal calo della domanda nazionale e internazionale, quella del reperimento della liquidità, sia per l’attività circolante, sia soprattutto per il finanziamento di nuovi investimenti. Se tale fenomeno è comune a tutti gli stati dell’euro-zona, differenze si riscontrano, invece, nella capacità di affrontare la crisi economica delle diverse realtà nazionali. È evidente, infatti, che le economie nazionali che in Europa hanno ampliato i servizi finanziari a discapito delle attività tradizionali e manifatturiere (Inghilterra e Irlanda in primis, ma anche Spagna) hanno sofferto di più in termini di decrescita economica.
L’Italia, che come si è detto è rimasta fedele alla sua vocazione fortemente manifatturiera, si è distinta per la sua capacità di resistere alle difficoltà, con una disoccupazione inferiore rispetto a quella degli altri grandi paesi europei (in Spagna il tasso di disoccupazione è pari al 19,3%; in Francia al 10%; nel Regno Unito al 7,8%; in Germania al 7,6% e in Italia al 7,4%, ben inferiore alla media dell’eurozona del 9,7% e dei paesi Ocse del 8,6%). Le numerosissime piccole imprese italiane che hanno privilegiato l’autofinanziamento con il reinvestimento nella loro impresa degli utili aziendali ed hanno rifiutato il modello anglosassone di finanziamento dell’attività produttiva con il ricorso alla borsa titoli, prima delle altre torneranno a crescere nella produzione, nell’export e ricominceranno ad assumere nuovi lavoratori.
La crescita economica sembra infatti alle porte. I dati Istat hanno confermato che nel terzo trimestre del 2009 il prodotto interno lordo (PIL) italiano è aumentato dello 0,6% rispetto al trimestre precedente (primo valore positivo dopo cinque trimestri negativi). Anche il valore congiunturale degli Stati Uniti è positivo, mentre rimane negativo quello del Regno Unito.
In conclusione, non è la crescita economica in discussione, ma piuttosto il pericolo di tornare lungo un cammino di bassa crescita (intorno all’1 – 1,5%), o il ripetersi prima o poi della crisi determinata dalla speculazione selvaggia.
In primo luogo, occorre introdurre regole internazionali uniformi ed efficaci, per contrastare le avventure speculative, poiché dalla carta ( e quindi dalla speculazione finanziaria) non possono nascere che altra carta e illusioni facili da infrangere.
In secondo luogo, occorre proseguire nella strada già intrapresa dell’ammodernamento e della realizzazione delle grandi infrastrutture (ne è un brillante esempio la realizzazione del treno ad alta velocità che collega il nord del paese, in particolare Milano e Torino, con il centro fino a Salerno), e cogliere l’occasione che offrirà la prossima prevedibile crescita economica per effettuare quelle riforme strutturali che consentano nuovamente la governabilità del paese (in primis della giustizia e del riordinamento dello stato) e quei grandi investimenti in opere pubbliche (ad esempio completamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, realizzazione collegamento internet a banda larga già previsto nella “legge sviluppo”), che potranno portare l’Italia ad accelerare la ripresa dello sviluppo e a renderlo più saldo e costante.

Pubblicato su www.litaliano.it il 24 novembre 2009

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