LA MONETA CHE UNISCE L’EUROPA

di Emanuela Melchiorre

 

L’euro è l’unità monetaria adottata dai paesi che hanno aderito all’Unione monetaria europea a partire dal 1 gennaio 1999 ossia dai appartenenti all’Unione europea con l’esclusione di Gran Bretagna, Svezia, Danimarca e inizialmente Grecia. È noto che il suo nome fu stabilito in occasione del vertice di Madrid del 15 e 16 dicembre 1995 e deriva dalla radice comune delle parole che nelle diverse lingue dei paesi aderenti indicano il nome del continente europeo. Un po’ meno noto è il significato del suo simbolo. Il simbolo € prende forma dalla lettera greca ε, in omaggio alla civiltà greca riconosciuta quale radice comune a tutte le civiltà e culture europee, con due barrette orizzontali che stanno ad indicare  la stabilità monetaria considerato l’obbiettivo fondamentale di ogni moneta.

Il primo progetto di una moneta comune europea fu il piano Werner presentato l’8 maggio del 1970 che prevedeva la creazione di una unione economica e monetaria tra i paesi membri della CEE (Comunità economica europea). Il processo di integrazione secondo tale paino avrebbe dovuto essere articolato in tre fasi da completare entro 10 anni. Tale piano non trovò però concreta attuazione, perché considerato troppo ambizioso e forse anche prematuro. Gli stati membri della CEE vollero comunque perseguire la stabilità monetaria e a tal fine, con gli accordi di Basilea dell’aprile del 1972, in seguito alla fine del sistema dei cambi monetari fissi decretato dalla decisione unilaterale di Nixon di abolire la convertibilità esterna del dollaro, diedero luogo a meccanismi volti ad evitare la fluttuazione monetaria. Divennero noti come Serpente Monetario. Sebbene sia rimasto in vigore formalmente fino al dicembre 1978, dopo appena due anni dalla sua istituzione il Serpente monetario era già di fatto naufragato, in seguito alla crisi successiva allo shock petrolifero del 1973. Nel 1978 fu istituito lo SME (Sistema monetario europeo) con la sua moneta di conto ECU (European Currency Unit). Il valore dell’ecu risultava dalla media ponderata di un paniere di altre valute nazionali e rappresentava il cardine del sistema monetario. Infatti, le monete nazionali potevano variare il loro rapporto di cambio all’interno di una banda di oscillazione intorno al valore fisso della parità centrale, rappresentata appunto dall’ecu. Tale sistema però non riuscì a superare indenne la crisi valutaria del 1992.

Maturò la convinzione dell’opportunità di procedere verso un maggiore coordinamento tra le politiche monetarie dei paesi membri della CEE fino ad arrivare alla proposta di una moneta unica non più solamente di conto, ma coniata e circolante tra i paesi. Il primo passo formale in questa direzione fu compiuto con l’atto unico europeo siglato a Lussemburgo nel febbraio del 1986. Si stabiliva in quella sede il principio del coordinamento delle politiche economiche e l’obbligo di cooperazione  tra gli stati membri. Ad esso seguì, appena due anni dopo, il vertice di Hannover del 25 e 26 giugno 1988, che istituì lo speciale comitato presieduto da Jaques Delors, composto dai governatori delle banche centrali europee, affiancati da alcuni tecnici esterni. Il comitato aveva il compito di realizzare un piano che portasse alla concreta realizzazione dell’unione economica e monetaria tra gli stati membri. Il documento conclusivo, denominato “Rapporto Delors” riprendeva e perfezionava il piano Werner del 1970, riproponendo lo sviluppo temporale in tre fasi.

La prima fase prevedeva la completa liberalizzazione dei movimenti di capitale e una maggiore convergenza economica tra gli stati membri. La seconda fase era diretta a realizzare l’integrazione delle politiche economiche, imponendo vincoli in materia di finanza pubblica. Si decise, altresì, di istituire un organismo incaricato di monitorare il livello di convergenza raggiunto e di valutare la possibilità di passare ad una politica monetaria comune. La terza ed ultima fase prevedeva il trasferimento completo agli organismi comunitari della titolarità della politica economica e monetaria degli stati membri. Il rapporto Delors, presentato al Consiglio europeo, fu approvato nel giugno del 1989 e fu deciso che la prima fase del processo di unione avrebbe dovuto cominciare dall’anno successivo.

Poiché le fasi successive prevedevano il trasferimento di parte della sovranità nazionale in capo a organismi comunitari, si presentò la necessità di rivedere il trattato di Roma, istitutivo della Comunità. Dopo due anni, in particolare il 7 febbraio 1992, fu firmato un ulteriore trattato denominato “trattato istitutivo dell’Unione europea”, risultato del lavoro della conferenza intergovernativa all’uopo convocata e dei fatti storici e politici importanti di quegli anni[1]. Tale trattato è universalmente noto come “trattato di Maastricht”, dal nome della cittadina olandese che ospitò i lavori. Per quanto attiene all’unificazione monetaria il trattato, ben più ampio sul piano politico[2], riprendeva le conclusioni del rapporto Delors e prevedeva tre fasi di integrazione monetaria. La prima fase partiva il 1 gennaio 1990 e prevedeva la creazione dell’Istituto monetario europeo (IME), incaricato di svolgere funzioni di coordinamento delle politiche monetarie nazionali e di armonizzazione normativa, mentre entro il 1º gennaio 1999 sarebbero nati da esso la Banca centrale europea (BCE) e il Sistema europeo delle banche centrali (SEBC), che avrebbe coordinato la politica monetaria unica. La fase successiva, che partiva dal 1 gennaio 1994, prevedeva il raggiungimento da parte degli Stati membri di alcuni criteri di convergenza economica e monetaria[3]. Le monete nazionali sarebbero continuate a circolare, pur se legate irrevocabilmente a tassi fissi, con il futuro euro. Per passare alla fase finale, ciascun Paese avrebbe dovuto rispettare i noti cinque parametri di convergenza[4].

Il percorso originariamente previsto dal trattato di Maastricht fu modificato in parte con il vertice di Madrid nel dicembre 1995. Si decise in quella sede che la data opportuna affinché la terza fase avesse potuto avere inizio sarebbe stata il 1 gennaio 1999. Nel 1999 furono fissati i tassi irrevocabili di conversione delle monete partecipanti alla zona dell’euro. È noto che per la lira fu fissato un tasso di conversionepari a 1936,27 lire per ogni euro.  Le monete nazionali avrebbero comunque continuato a circolare, in un regime di doppia circolazione con l’euro, fino al 31 dicembre 2001, data di scadenza della fase transitoria. C’è chi sostenne che la scelta di consentire la doppia circolazione delle due monete per un periodo di tempo tanto breve non fosse in linea con le esigenze dei consumatori dei paesi aderenti, i quali non avrebbero avuto in tal modo il tempo di percepire l’effetto che la nuova moneta avrebbe avuto sul livello dei prezzi. La moneta unica sostituì completamente le monete nazionali il 1 gennaio 2002, diventando la moneta unica dell’Unione europea.

Una ulteriore tappa importante fu la sottoscrizione del documento noto come “Patto di Stabilità e di crescita”, elaborato al termine del vertice di Dublino nel dicembre 1996.

Con il vertice di Bruxelles, del 2 maggio 1998, si concretizzò la realizzazione dei due passaggi fondamentali, consistenti nella scelta dei paesi aderenti e nella nomina dei vertici della BCE, stabiliti con il Trattato di Maastricht. Si decise in quella sede che i paesi aderenti sarebbero stati 11 su 15 partecipanti. Rimasero esclusi la Grecia[5], perché non aveva dimostrato di essere in regola con i criteri di convergenza, e tre paesi che fecero un’esplicita richiesta di esclusione e che furono la Gran Bretagna, la Svezia e la Danimarca.

Si aprì una aspra controversia sulla nomina del governatore della Bce. I candidati erano due: Jean-Claude Trichet governatore della banca centrale francese e candidato della Francia e l’olandese Wim Duisenberg presidente dell’IME candidato della Germania. Formalmente fu nominato Duisenberg per l’intero mandato di otto anni. Al termine del periodo transitorio dell’introduzione della moneta unica, il 31 dicembre 2001 lo stesso Duisenberg manifestò pubblicamente però la sua intenzione di rinunciare per “ragioni personali” all’incarico assegnatogli. Fu nominato quindi Jean-Claude Trichet nel novembre 2003.

Attualmente il numero degli stati membri dell’unione monetaria europea è di 16. All’iniziale numero di 11 (Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo e Spagna), si sono aggiunti la Grecia il 1 gennaio 2001, la Slovenia il 1 gennaio 2007, Cipro il 1 gennaio 2008, Malta e la Slovacchia il 1 gennaio 2009. In seguito agli effetti valutari che l’attuale crisi finanziaria ed economica ha avuto sulle diverse monete, alcuni paesi dell’Unione europea ancora estrerni all’unione monetaria hanno cominciato a porre la questione se entrare a far parte della zona dell’euro. Tra questi vi è la Danimarca, che con il referendum del 22 novembre 2008 ha stabilito il suo ingresso nella moneta unica entro il prossimo anno. Anche la Gran Bretanga, che ha visto la sua valuta svalutata del 30% circa in appena tre mesi in concomitanza dello scoppio della bolla speculativa di ottobre dello scorso anno, si è interrogata sull’opportunità di rinunciare alla sua gloriosa sterlina.

 

Al termine di questo lungo excursus storico è opportuno riproporre alcune domande, che più volte nel tempo sono sorte, dal momento in cui la moneta unica è stata introdotta, e forse anche prima della sua introduzione. In particolare, due domande fondamentali animano oggi il dibattito sull’euro. In primo luogo, è lecito chiedersi se la moneta unica sia stata o meno in grado di arginare gli effetti depressivi delle crisi economiche di questo inizio millennio, ossia quelli successivi allo scoppio della bolla speculativa della new economy e quelli attuali causati dallo scoppio della bolla speculativa detta dei subprime. La seconda domanda che si pone è se l’euro abbia le caratteristiche per svolgere un ruolo importante nei mercati finanziari internazionali, alla pari o meglio del dollaro.

Non si intende naturalmente in questa sede dare risposte certe a tali importanti domande, ma si ritiene utile portare all’attenzione alcuni semplici spunti di riflessione.

L’11 settembre 2001, prima dell’inizio della circolazione dell’euro nei paesi che avevano approvato il Trattato di Maastricht e il Patto di stabilità, si ebbe il crollo delle Torri gemelle, ossia un attacco terroristico nel territorio degli Stati Uniti, che segnava l’inizio di una guerra subdola, nella quale il nemico non è di fronte, ma dentro la propria patria. Ne sono seguiti, come è noto, i conflitti in Afghanistan e in Iraq. Da un corso iniziale dell’euro inferiore al dollaro, si è passati via via a un  suo progressivo apprezzamento, che attualmente è posto pari a 1,45 dollari per euro[6]. La moneta unica in questi anni ha rafforzato il suo cambio ed ha dimostrato di non essere soggetta alle forti oscillazioni valutarie, sperimentate dalle valute nazionali. Ciò è dovuto, anche se non esclusivamente, a ragioni politiche perseguite attraverso gli alti tassi di interesse praticati dalla Bce, nell’intento di ottenere l’unico obbiettivo statutario della lotta all’inflazione. Un euro “forte”, come si suol dire, è vantaggioso per il pagamento delle importazioni. In virtù di tale principio, un’importazione rilevante quale quella dei prodotti energetici avrebbe dovuto essere a buon mercato e calmierare così i prezzi alla produzione e, quindi, per tale via, l’inflazione nel suo complesso. Ciò non è avvenuto, poiché i prezzi del greggio sono lievitati molto rapidamente per effetto della speculazione finanziaria che, nel mercato delle materie prime, ma non solo, non ha trovato validi ostacoli. Al contempo, però, il cambio euro/dollaro ha fortemente penalizzato le esportazioni verso i paesi extra-Ue, danneggiando soprattutto quei paesi dell’Unione che hanno una spiccata vocazione mercantilista.

Altri due indicatori utili e importanti per valutare gli effetti di una moneta sul tenore di vita della popolazione è il livello del reddito pro capite e il livello di disoccupazione. È agevole constatare che la crescita del livello del reddito pro capite dei paesi appartenenti all’Unione monetaria europea si è rivelato nel tempo inferiore a quella del reddito dei paesi industrializzati appartenenti all’Unione europea (come ad esempio Regno Unito) e a quello degli Stati Uniti (tabella).

Altro aspetto rilevante e da prendere in seria considerazione è il livello di disoccupazione dei paesi dell’area dell’euro, aumentato di più rispetto all’aumento di quello degli altri paesi industrializzati (Grafico)

Riguardo alla seconda domanda fondamentale, ossia se l’euro sarà in grado di soppiantare il dollaro nel suo ruolo di moneta internazionale di riferimento, occorre considerare il fatto che la dimensione complessiva dell’economia dei paesi aderenti all’Unione monetaria europea è paragonabile a quella degli Stati Uniti. Tale Unione ha dato vita ad un mercato di strumenti finanziari denominati in euro di dimensioni simili a quello americano. Tale mercato ha permesso di annullare il rischio di cambio tra gli operatori europei che ha consentito ai grandi investitori istituzionali da un lato di usufruire di una maggiore potenziale diversificazione del portafoglio e dall’altro di non essere costretti a detenere grandi riserve di valute nazionali. La teoria economica ci dice che un mercato unico di grandi dimensioni è un mercato più liquido e più efficiente, in quanto, da un lato, ampliando il numero degli operatori si riduce il rischio di fluttuazioni dei prezzi, dall’altro il maggior volume delle transazioni consente di ridurne il costo unitario. Tuttavia, il rapporto BCE dal titolo “Review of the international role of the euro” dimostra che il ruolo internazionale dell’euro mantiene un forte modello regionale, in quanto il suo uso internazionale continua ad essere più marcato nei paesi che hanno stretti legami geografici e istituzionali con l’area dell’euro.


[1] Il crollo del muro di Berlino del 9 novembre 1989, del comunismo nell’Europa dell’Est e la prospettiva dell’unificazione tedesca avevano determinato l’impegno a rafforzare la posizione internazionale della Comunità e il desiderio di scongiurare il pericolo di una rinnovata militarizzazione della Germania.

[2] Il trattato di Maastricht crea l’Unione Europea, costituita da tre pilastri: le Comunità europee, la politica estera e di sicurezza comune, nonché la cooperazione di polizia e la cooperazione giudiziaria in materia penale.

[3] Sostenibilità della finanza pubblica, stabilità dei prezzi, convergenza dei tassi di interesse, stabilità dei cambi delle valute nazioni

[4] Rapporto tra deficit pubblico e PIL non superiore al 3%; rapporto tra debito pubblico e PIL non superiore al 60%; tasso d’inflazione non superiore dell’1,5% rispetto a quello dei tre Paesi più virtuosi; tasso d’interesse a lungo termine non superiore al 2% del tasso medio degli stessi tre Paesi; permanenza negli ultimi 2 anni nello SME senza fluttuazioni della moneta nazionale. 

[5] La Grecia ha fatto in seguito il suo ingresso nell’Unione monetaria il 1 gennaio 2001

[6] La moneta unica al momento della sua introduzione  nel 1999 era valutata a $1,18. Alla fine del 2000 il suo cambio perse di valore e scese fino a $0,85. Risalì all’inizio del 2001 fino a $0,95 per poi scendere nuovamente fino al minimo storico sotto $0,84 nel luglio 2001. Le due valute raggiunsero la parità il 15 luglio 2002, e per la fine dello stesso anno l’euro raggiunse gli $1,04. Attualmente è valutato $1,45.

 

pubblicato su Charta Minuta

novembre dicembre 2009

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One Response to “LA MONETA CHE UNISCE L’EUROPA”

  1. la moneta che unisce l’Europa ha molte virtù, ma non quella di aver stabilizzato i prezzi al suo nascere: infatti i prezzi si sono raddoppiati, come noto, nel senso che un euro doveva valere duemila lire e invece di fatto ne valeva e ne vale mille.

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