La riforma delle Camere di Commercio

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 18 dicembre 2009

Nonostante il clima di odio diffuso nel Paese e il timore che l’attentato al premier Silvio Berlusconi a Milano e la bomba malamente esplosa all’Università Bocconi possono segnare l’avvio di una nuova stagione di violenza, il Governo non offre segni di incertezza e persevera sulla via delle riforme, delle quali si avverte più forte il bisogno in questo momento di crisi economica.

Accanto alla copiosa e importante attività di riforme che l’Esecutivo sta portando avanti il 17 dicembre scorso il Consiglio dei Ministri, su proposta del ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, ha approvato, in via preliminare, lo schema di decreto legislativo che dà attuazione alla delega contenuta nella Legge Sviluppo, con cui si rivede la disciplina del sistema delle 105 Camere di Commercio italiane. La loro importanza nel sistema produttivo nostrano appare evidente ove si rilevi che esse, che occupano oltre 9 mila persone, rappresentano oltre 6 milioni di imprese, hanno una presenza molto ramificata sul territorio, con oltre 130 aziende speciali e più di 1.500 partecipazioni in società miste, molte delle quali impegnate nella gestione di rilevanti reti infrastrutturali. Esse stabiliscono per il governo un contatto costante e quotidiano con i tanti sistemi economici locali, con i distretti, con le filiere, con le imprese nei vari settori dove esse operano.

Il provvedimento approvato dal governo passerà all’esame della Conferenza Stato-Regioni e successivamente al parere delle Commissioni parlamentari. La riforma si muove sulla base del nuovo Titolo V della Costituzione e prende le mosse dalla precedente riforma, che risale a più di un quindicennio addietro (legge 580/93), in virtù della quale le Camere di Commercio hanno cessato di attingere alla finanza pubblica per il loro mantenimento ordinario e sono ricorse al completo autofinanziamento. Il Governo ha messo a punto, dopo aver raccolto i suggerimenti delle stesse camere di commercio, una proposta di riforma, già sottoposta al vaglio preliminare delle Regioni, che si ispira a principi di semplificazione amministrativa, trasparenza, snellimento delle procedure.

Con il provvedimento si intende operare dal lato dell’efficienza, della riduzione dei costi e dell’ammodernamento del sistema. Dal lato dell’aumento dell’efficienza si vogliono rafforzare le aree dei servizi per l’internazionalizzazione delle imprese, per la semplificazione delle loro attività, per la promozione dell’innovazione e del trasferimento tecnologico, per la diffusione del digitale e per l’aumento della competitività territoriale.

Dal lato della riduzione dei costi e nell’ambito di un ammodernamento dell’organizzazione del sistema camerale, il provvedimento mira, tra l’altro, alla promozione delle Unioni regionali, all’accorpamento dei servizi tra le Camere di minori dimensioni e alla limitazione dell’istituzione di nuove Camere di commercio, qualora il numero minimo di aziende non sia presente sul territorio. Razionalizzare la struttura organizzativa in una logica di lotta agli sprechi permetterà di liberare risorse e trasferirle dalle spese per il personale e per il funzionamento interno alle attività di sostegno alle economie locali.

Per quanto concerne il funzionamento degli organi camerali la riforma intende rendere più trasparenti e verificabili le procedure per la costituzione dei consigli camerali e prevede la presenza anche di un rappresentante dei liberi professionisti. Tra le novità del decreto vi è il rafforzamento dell’Unioncamere (Unione italiana delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura) mediante un più efficace raccordo tra l’Unione e le Amministrazioni centrali, le Regioni e gli Enti territoriali.

La riforma delle Camere di Commercio è stata accolta con favore dal Presidente di Unioncamere Ferruccio Dardanello che ha sottolineato il pregevole aspetto che la riforma sia «a costo zero per le casse dello Stato», e che potrà avere «fortissime ricadute positive sul mondo delle imprese». Ha aggiunto, inoltre, che si tratta di «un passo in direzione di un federalismo più equilibrato e solidale». Egli sostiene che «avere responsabilizzato le imprese nella loro dimensione di auto-governo è un segno di maturità, perché finalmente, oltre al valore del lavoro, il nostro ordinamento possa giungere a dare il giusto riconoscimento anche all’altro momento in cui si esprime la dignità dell’uomo, e cioè il fare impresa». Va da sé che agire oggi sulla struttura delle camere di commercio, rendendo più trasparente il meccanismo dell’elezione delle cariche, ammodernandone le funzioni, valorizzandone la rappresentatività del sistema economico territoriale e rafforzandone la speciale autonomia significa agire a livello territoriale sulle stesse imprese, che si rivolgono alle Camere di commercio per avere risposte efficaci, e rendere più competitivo il sistema produttivo italiano al fine di affrontare meglio le sfide dell’internazionalizzazione dei mercati.

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