Moodys: Italia tra le nazioni meno povere nel 2010

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 23 dicembre 2009

Ancora una volta una fonte internazionale e apolitica si è pronunciata a favore dell’operato del governo italiano e ha rilevato come esso sia stato in grado fino ad oggi di gestire al meglio la crisi economica internazionale. In particolare, l’agenzia di rating Moody’s ha elaborato un nuovo indice di povertà, ottenuto combinando il deficit di bilancio in percentuale del Pil con il tasso di disoccupazione di ciascun paese, e nella graduatoria che ha elaborato, con il coordinamento di Pierre Cailleteau, analista di debito sovrano presso la nota agenzia di rating, ha collocato l’Italia al secondo miglior posto, subito dopo la Repubblica Ceca e prima della Germania. I tre paesi citati, secondo i calcoli dell’agenzia, sono riusciti a tenere sotto controllo la disoccupazione senza far esplodere il deficit. La relazione tra i due valori dipende dal fatto che più è alta la disoccupazione, maggiore è la spesa pubblica necessaria alle politiche di sostegno dell’economia. Pertanto, disoccupazione e deficit di bilancio elevati sono i segni dell’impoverimento di un paese.

I paesi in fondo alla graduatoria sono quelli le cui economie necessitano di politiche di sostegno per ridurre la disoccupazione elevata, ma i cui bilanci non sono in grado di sostenere lo sforzo necessario. Fra questi vi sono Spagna, Lettonia, Lituania e Irlanda. Ma anche Stati Uniti e Gran Bretagna sono collocati a metà della graduatoria e pertanto presentano elevata disoccupazione e alto deficit in percentuale del Pil.

Considerando il valore del nuovo indice di povertà nel tempo, in particolare negli anni 1995, 2000, 2005 e le previsioni per il 2010, è evidente che la performance italiana è tra le più virtuose. Nel 1995 il dato riferito al nostro Paese era tra i peggiori (vicino al 20%). Si è ridotto quasi al 10% nel 2000 e nel 2005. Cinque anni fa erano però ancora molti i paesi che potevano vantare un dato migliore del nostro. Nel 2010, invece, secondo le stime, il coefficiente di povertà italiano tornerà ad aumentare fino a quasi il 15%, ma per quasi tutti gli altri paesi l’aumento sarà di gran lunga maggiore. Emblematico è il caso della Spagna. Nel 1995 il suo indice di povertà era pari al 25%. Nel 2005 il valore scendeva al di sotto del 10%. Nel 2010, invece risalirà al 30%: sarà il dato peggiore di tutti. Anche la Gran Bretagna e gli Stati Uniti sono partiti nel 1995 da una situazione nettamente migliore rispetto a quella italiana ed hanno attraversato nel 2000 e nel 2005 le loro fasi migliori (con indici ben al di sotto del 10 – 5%). Nel 2010, però, supereranno la quota del 20%.

Pertanto, a breve distanza dall’ultimo pronunciamento di Moody’s dell’aprile 2009, quando confermò all’Italia la «Aa2» (che significa una forza economica «molto alta»; un assetto istituzionale «alto»; una forza finanziaria del Governo «alta» e un’esposizione al rischio di eventi negativi «bassa»), la società di rating è tornata a promuovere il nostro paese e la politica economica del governo con previsioni favorevoli per il prossimo anno.

Ciò non toglie che occorre rimanere vigili e tornare all’originaria concezione della finanza quale strumento della produzione e non viceversa. Fortunatamente il sistema produttivo dell’Italia non ha del tutto tradito questa vecchia e sempre valida concezione. Nonostante la crisi, la vocazione manifatturiera del Paese è rimasta solida. Nel periodo gennaio-novembre di quest’anno le società di capitali hanno registrato un saldo attivo di 42.174 unità, poiché a fronte di 76.133 nuove iscrizioni hanno cessato la propria attività 33.959 imprese. Tuttavia, sono le aziende piccolissime a soffrire di un’oggettiva difficoltà, come si evince dal fatto che le imprese individuali abbiano totalizzato un saldo negativo di 22.619. La risposta più adeguata per sostenere l’economia italiana, l’occupazione e, in altre parole, per contrastare la povertà è nel momento attuale quella dell’elaborazione e della realizzazione di un efficiente sistema di finanziamento alle pmi (piccole e medie imprese), finalizzato soprattutto all’innovazione. A tal proposito è stato sottoscritto il 14 dicembre scorso dal Ministero dell’Economia e da Intesa Sanpaolo, UniCredit, Mps e Cassa Depositi e Prestiti un fondo a partecipazione mista, detto «fondo salva-imprese», finalizzato alla patrimonializzazione delle piccole e medie imprese, gestito dalla Sgr (società di gestione del risparmio), diretta dal Ministero del Tesoro. Il primo versamento, di un miliardo di euro, è stato apportato dalle tre banche, dal Tesoro e dalla Cassa depositi e prestiti. Il fondo, in un secondo momento, secondo i piani del ministro Tremonti, potrà essere ricapitalizzato per arrivare a una cifra intorno a 2,5-3 miliardi, con l’ingresso di nuovi soggetti, sia privati che pubblici.

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