E’ ancora prematura la riduzione delle tasse

di Emanuela Melchiorre

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 14 gennaio 2010

Le imposte non saranno ridotte nell’anno appena cominciato. Con tale annuncio il premier ha spazzato via le ipotesi e le speculazioni fatte in questi giorni di campagna elettorale. La riduzione delle imposte non dovrà essere, in sostanza, uno spot elettorale, ma una attenta e duratura riforma, che richiede «tempi lunghi», come sostiene il ministro Tremonti. A quanto pare, calcoli alla mano, non è ipotizzabile in questo periodo di forte crisi economica. In concomitanza di una crisi economica tra le peggiori della storia occorre prendere atto, comunque, che non sono state aumentate le imposte esistenti né introdotte di nuove.

C’è da chiedersi, da un altro punto di vista, come avrebbe agito la famigerata coppia Padoa-Schioppa/Visco se si fosse trovata nella situazione economica che hanno dovuto affrontare l’attuale governo Berlusconi e il suo ministro dell’Economia e delle Finanze Tremonti, nonché l’intero paese, in quest’ultimo anno e mezzo. Con molta probabilità, anzi con assoluta certezza, la pressione fiscale sarebbe aumentata, così come è effettivamente accaduto a suo tempo con Padoa-Schoppa e Visco, che inserirono con le loro Finanziarie ben 67 nuove tasse e balzelli. Avrebbero anche in questo caso superato di gran lunga il drammatico primato che il governo Prodi aveva fatto proprio.

Il governo Berlusconi ha invece rispettato le promesse fatte in campagna elettorale a proposito della soppressione dell’Ici sulla prima casa e della detassazione degli straordinari, seguendo una linea di politica fiscale già iniziata nella legislatura precedente. Infatti, durante il quinquennio 2001-2006, il Governo Berlusconi aveva introdotto la «no tax area», che permetteva ai redditi bassi di essere del tutto esenti dal pagamento delle imposte, e che fu abolita in tutta fretta dal successivo governo Prodi.

Allo stato attuale occorre fare i conti con il terzo debito pubblico al mondo ereditato e mai risanato, lievitato in seguito alla crisi economica, e che comporta il pagamento di interessi per una cifra annuale strabiliante (80 miliardi di euro). Occorre fare i conti con una disoccupazione elevata (la stima mensile Istat di novembre è pari all’8,3%), anche se tra le meno elevate in Europa, e con la necessità di sostenere gli ammortizzatori sociali, nonché le piccole e medie imprese, rispettando il vincolo di bilancio e il controllo dei conti pubblici. Il caso della Grecia, che ha seguito una via conforme alle proposte che in Italia aveva avanzato Bersani, ossia quella dell’aumento delle tasse alle fasce più alte di reddito, non è da imitare. Infatti, tale paese si trova in una situazione di crisi economica non solo importata, in seguito alla deflagrazione della bolla speculativa, ma anche e soprattutto si trova in un contesto di crisi economica da debito sovrano e prossimo alla bancarotta.

In Italia, solo nel caso in cui nell’anno appena incominciato la produzione del reddito nazionale crescerà secondo le previsioni (circa 1,2-1,3% del Pil), l’extra-gettito conseguente, come è stato assicurato durante la conferenza stampa del Consiglio dei Ministri, potrà essere destinato a ridurre la pressione fiscale della famiglie con figli e con redditi medio-bassi. Detto questo, occorre affermare che la riforma fiscale è quanto mai necessaria e deve passare inevitabilmente attraverso la semplificazione e la riduzione del numero delle aliquote fiscali in un contesto di generale riduzione (nel caso dell’Irpef, l’imposta sul reddito delle persone fisiche, la riduzione dovrebbe permettere di passare dalle 5 aliquote attuali – 23%, 27%, 38%, 41% e 43% – a 2 – 23% e 33%) con la reintroduzione della «no-tax-area». La proposta avanzata dal premier, già contenuta nel noto «contratto con gli italiani» del 2001, quindi, è nella direzione giusta. Ma avanti a sé il premier ha ancora tre anni di legislatura per realizzarla. Saranno anni non facili e la crescita economica del paese sarà lenta almeno per i prossimi due anni.

C’è da dire che in un paese in cui la propensione all’evasione è tra le più elevate, una diminuzione del numero delle aliquote e una riduzione del loro valore gioverebbe enormemente alla lotta all’evasione, riducendo la propensione al moral hazard, ossia riducendo il vantaggio che si ha nell’evadere le tasse contando di non essere scoperti. Un esempio vincente è stato quello della Russia di Putin nel 2001, ricordato da Claudio Borghi su Il Giornale. Putin ha ridotto fortemente il numero e il valore delle aliquote fiscali in Russia (sul reddito delle persone fisiche ha introdotto l’aliquota unica al bassissimo livello del 13%) incrementando notevolmente, e oltre alle sue aspettative, le entrate tributarie (che sono aumentate del 25% in termini reali).

La semplificazione fiscale è la direzione che intende seguire il Governo nel prossimo futuro, e che, come affermato da Tremonti intervenuto ieri sera a Porta a Porta, richiederà molto tempo: l’idea allo studio sarebbe quella di spostare il peso della tassazione dall’imposizione diretta, ossia sul reddito, a quella indiretta, ovvero sui consumi, che di per sé è già una rivoluzione culturale. Per ora il tassello più importante introdotto è stato il federalismo fiscale, che segue la direttiva dello spostamento del baricentro «dal centro alla periferia», come disegnato nel Libro bianco che Tremonti pubblicò nel 1994.

La parola d’ordine, in conclusione, sembra essere ancora «prudenza»: prudenza nell’introdurre riforme lontane dalla loro completa realizzabilità; prudenza nel mettere a rischio la tenuta dei conti pubblici; prudenza nella gestione della crisi economica. Fatto sta, e qui va riconosciuta l’onestà di fondo, che la riforma tributaria non deve essere oggetto di campagna elettorale. Sarebbe stato semplice perseguire una via di annunci favorevoli alle aspettative degli italiani, che richiedono una minore imposizione fiscale, per poter vincere le elezioni regionali. Ma tale tentazione è stata scongiurata.

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